Il monito di Paolo: basta rivalità e vanagloria, pensate al bene comune

La lettera ai cristiani di Filippi esorta a non cercare solo il proprio interesse ma anche quello altrui. Lo stesso principio su cui si fonda l'articolo 2 della Costituzione. Soprattutto la politica è chiamata a ritrovare quei valori che spesso mette da parte per un tornaconto personale

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

«Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri».

(Fil 2, 3-4)

Vi siete mai chiesti come sarebbe il nostro mondo se regolassimo i nostri rapporti secondo le indicazioni che Paolo di Tarso scriveva ai cristiani di Filippi? Purtroppo, al contrario, sono spesso la rivalità e la vanagloria a governare gran parte delle nostre relazioni. Accade nell’ambito del potere politico, dove queste due dimensioni sembrano imperare senza alcun contrappeso, ma succede di frequente anche nella vita quotidiana: sul lavoro, nello sport, nelle attività culturali e perfino in famiglia.

Già Dante Alighieri, nel Purgatorio, amaramente scriveva: «Oh vana gloria de l’umane posse!», ricordandoci quanto sia effimera e ingannevole la ricerca del prestigio personale. Purtroppo rivalità e vanagloria non risparmiano nemmeno le comunità cristiane, insinuandosi tra parrocchie, gruppi e associazioni.

C’è un passaggio del Vangelo che ci offre la chiave per capire come questi due “semi” possano penetrare a fondo nell’animo umano.

Fare del bene senza secondi fini

Gesù con i suoi discepoli

Nel capitolo 19 di Matteo, Pietro si rivolge a Gesù chiedendo: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa ne avremo intanto?». E Gesù risponde: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».

È un interrogativo che interpella tutti noi: facciamo il bene perché è bene, o perché cerchiamo ricompense e posti d’onore? Serviamo il Signore perché lo riconosciamo come nostro salvatore, o perché ci lusinga svolgere un ruolo visibile ed essere ammirati dalla comunità?

Ricordo un episodio della mia giovinezza. Stavo trascorrendo una settimana di ritiro spirituale nell’eremo di Camaldoli, sull’Appennino toscano. Si condivideva la vita dei monaci, orari compresi (con la preghiera del mattutino alle 4…), dando una mano nei vari servizi. Io aiutavo accompagnando la salmodia all’organo. I monaci e i novizi entravano in chiesa con i loro larghi mantelli bianchi che svolazzavano sul saio dello stesso colore. Durante una celebrazione, vidi l’anziano priore rimproverare con fermezza un novizio che si pavoneggiava un po’ troppo: «Sei qui per il Signore o per il mantello?».

La rivalità è un veleno che inquina i nostri giorni

La Costituzione (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

È una domanda fondamentale: compiamo il bene per se stesso o per mostrare agli altri le volute del nostro bel mantello?

Vale per ogni aspetto dell’esistenza. La rivalità è un veleno sottile che inquina le nostre giornate ed inquina le relazioni. In un attimo, l’ammirazione cede il passo all’invidia fino al desiderio del male altrui. Il consiglio dell’Apostolo Paolo propone un ribaltamento radicale della prospettiva: considerare gli altri superiori a se stessi. È una sfida difficilissima, ma estremamente salutare: ci libera dal rancore, ci protegge dalla vanità e ci trasforma in costruttori di un mondo più umano.

Inoltre, l’esortazione di Paolo a non cercare solo il proprio interesse, ma anche quello altrui, anticipa di secoli il concetto moderno di bene comune. Come osserverà nel Novecento Simone Weil, l’obbligo e il dovere verso il prossimo sono la vera misura dell’umanità. Quello stesso principio su cui si fonda la nostra tradizione democratica e che la nostra Costituzione ha scolpito all’articolo 2, ricordandoci che, accanto ai diritti inviolabili, ciascuno di noi è chiamato a compiere «inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale».