Nel brano del vangelo di Matteo c'è l'essenza della fede con la chiamata di Gesù e quel varco imprevisto che si apre nelle nostre maglie quotidiane, rompendo la catena delle abitudini e mostrando un'inaspettata possibilità di salvezza
“La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?“”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti”.
Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
Mt 13, 16-19
C’è un’immagine rivelatrice del rapporto tra Gesù e Pietro, che è poi il dialogo costante tra il Salvatore di Nazareth e ciascun credente: si tratta della tela di Caravaggio nella Cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi a Roma, in cui il pittore rappresenta la scena della Vocazione di Matteo. Il quadro è famosissimo, idealmente diviso in due parti.
A sinistra c’è Matteo: il cambiavalute, l’esattore delle tasse per i Romani, traditore della nazione ebraica, l’uomo immerso negli affari terreni e ripiegato su sé stesso. Dall’altra parte c’è Gesù, alto e imponente, con il braccio teso e la mano che – riproponendo il gesto della Creazione michelangiolesca della Sistina – manifesta la capacità creativa e ri-creativa del Cristo.
La luce di Gesù
È il fascio di luce che taglia l’oscurità a provocare lo scarto: come nei versi di Eugenio Montale, la chiamata di Gesù è quel «varco» imprevisto che si apre nelle nostre maglie quotidiane, rompendo la catena delle abitudini e mostrando un’inaspettata possibilità di salvezza.

Levi Matteo, illuminato da questa luce, decide di cambiare vita e di seguire il Maestro: lascia le sue ricchezze, le sue garanzie e la sua routine per andar dietro a quell’uomo che promette di liberarlo dall’avidità e dalla grettezza. Matteo viene ri-creato come uomo libero, restituito all’immagine e somiglianza di Dio.
Nel quadro è raffigurato anche Pietro, posto poco al di sotto di Gesù. Prova anche lui a stendere la mano, a compiere lo stesso gesto del maestro, a partecipare all’opera di liberazione delle persone che incontra… Ma il suo dito non riesce a stendersi completamente: porta con sé i pregiudizi che, a lui ebreo osservante, impedivano persino di entrare in contatto con un pubblicano come Levi. Quanti pregiudizi nella nostra esistenza limitano la nostra libertà anche nel momento in cui sappiamo che l’azione che ci viene proposta è buona.
La formidabile fragilità di Pietro
È proprio su questo Pietro che viene fondata la Chiesa, come ricorda l’evangelista Matteo. Simone, figlio di Giona, al quale Gesù cambia il nome in Pietro, non è perfetto; non è privo di dubbi, e arriverà persino a rinnegare il suo Maestro davanti a una serva. Ma, per lo meno, ci prova. Prova a stendere il dito come il suo Maestro, a seguirne l’esempio, a prendere la sua croce. Come ricorda Paul Claudel ne L’Annuncio a Maria, la Chiesa non è fatta di pietre d’angolo perfette o incrollabili per virtù propria, ma di uomini fragili che diventano saldi solo perché sostenuti dall’investitura e dalla misericordia divina.

I Vangeli sono spietati con Pietro: ne ricordano le titubanze, i fallimenti, e citano i momenti in cui Gesù lo rimprovera duramente. Questo avviene per evidenziare come la fede non sia il frutto di un merito umano o di una conquista personale, ma un dono che richiede sempre l’aiuto di Dio. È Gesù che chiama Pietro, non Pietro ad essere andato spontaneamente a cercarlo.
In una illuminante lettera pastorale intitolata Da Nazaret a Cafarnao, il cardinale Carlo Maria Martini osservava che Gesù avrebbe potuto rimanere comodamente nel suo villaggio di Nazaret: gli sarebbero bastati due miracoli per attirare folle di seguaci in cerca di guarigione. Ma a Nazaret – situata in alto rispetto a Cafarnao e al lago di Gennesaret – non sarebbe mai salito Levi Matteo, non ci sarebbe andato Zaccheo, né Maria di Magdala, e non vi sarebbe giunto neppure Pietro, troppo occupato nel suo lavoro di pescatore e ripiegato sui propri affanni.
La vera identità di Cristo

È Gesù che prende l’iniziativa e va a stanarli tutti, sorprendendoli nella loro quotidianità. Non rimane fermo nella sua “zona di comfort”, per poi rammaricarsi che le persone non vadano da lui. Contro ogni tentazione di isolamento o di rigida istituzionalizzazione – quella tentazione che Dostoevskij descriverà magistralmente nella Leggenda del Grande Inquisitore, dove la struttura preferisce la sicurezza al rischio della libertà -, Cristo sceglie di camminare sulle strade degli uomini, incontro alle loro debolezze.
Pietro è il primo a comprendere la vera identità di Gesù: Colui che ci salva liberandoci dalle nostre piccolezze e ri-creandoci. A noi non resta che vincere le nostre resistenze e rispondere a questa chiamata e provare ad alzare quel braccio e puntare quel dito, come il Maestro.



