La “correzione fraterna” tra dignità e la ricerca della salvezza di chi sbaglia

Il brano del Vangelo di Matteo indica come ci si deve comportare se una persona commette un errore. Servono comprensione, rispetto, riservatezza e delicatezza cercando di custodire i legami. Ed invece oggi prevalgono gogna, violenza verbale ed aggressività con i social che fanno da cassa risonanza

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità.

Mt 18, 15-17

Cosa si deve fare nel momento in cui ci si accorge che qualcuno sta sbagliando? È una situazione in cui ci possiamo imbattere in ogni istante della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, lungo la strada e, soprattutto, nelle discussioni sui social network, che ormai raggiungono vette di violenza verbale davvero eccessive.

Pensate a cosa accade quotidianamente in rete quando qualcuno esprime un’opinione non condivisa: non ci si limita a controbattere educatamente, ma si scatena una valanga di commenti carichi di odio.

È quella tendenza alla condanna sommaria che la letteratura ha descritto tante volte: già Seneca, nel suo De Ira, ricordava come la rabbia spinga a punire prima di aver compreso, mentre la ragione chiede tempo, riservatezza e ascolto.

Una questione spinosa

Gesù tra i suoi discepoli

Gesù affronta una questione spinosa, che nella prassi del tempo rischiava spesso di tradursi nella condanna immediata e nell’emarginazione della persona. Nel Vangelo di Giovanni, ad esempio, durante il racconto della guarigione del cieco nato, si evidenzia come i genitori del giovane non abbiano il coraggio di testimoniare a suo favore proprio per la paura di essere espulsi dalla sinagoga e isolati dal contesto sociale ed economico.

Consapevole di questo rischio, Gesù stabilisce un procedimento profondamente umano e pedagogico, fondato sul rispetto assoluto della dignità di ciascuno. Se seguissimo oggi le sue indicazioni, tanti rapporti conflittuali potrebbero essere mitigati e avviati verso soluzioni pacifiche.

Ciò che colpisce di più è il presupposto da cui parte il Vangelo: la persona che sbaglia rimane, comunque e prima di tutto, un fratello. Non è un nemico da abbattere né un inferiore da svergognare. Viene in mente la grande lezione di Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, quando il cardinale Federico Borromeo richiama Don Abbondio: il compito di chi guida o corregge non è mai quello di mettere alla gogna o giudicare dall’alto in basso, ma di cercare la salvezza e il bene dell’altro, custodendo il legame che ci unisce.

Riservatezza, gradualità e delicatezza

I social network spesso diventano dei tribunali dove si celebrano processi sommari e si emettono sentenze feroci

Ecco perché il primo passo indicato da Gesù è la riservatezza: «prendilo da parte, da solo, e diglielo». Quante volte, invece, facciamo l’opposto? Partiamo a testa bassa denunciando pubblicamente un errore, una debolezza o un’opinione diversa, approfittando di piattaforme digitali che trasformano i nostri giudizi affrettati in sentenze inappellabili. Faccende che si sarebbero potute risolvere con un confronto franco e amichevole finiscono così per incancrenirsi in scontri ostili.

Il metodo indicato da Gesù si regge su una logica di gradualità e delicatezza: prima il confronto a quattr’occhi, poi il supporto di due testimoni e, soltanto come estrema ratio, il ricorso alla comunità.

Oggi abbiamo totalmente rovesciato questo criterio. Appostati dietro l’apparente immunità di uno schermo, restiamo in attesa del primo passo falso altrui per colpire subito. Ma la giustizia senza carità non risana le relazioni: le distrugge.