Giovanni il battista insegna che non bisogna sentirsi sicuri grazie alla propria appartenenza finendo di mettersi in discussione e di crescere, attraverso il confronto ed il rispetto di tutte le idee. Dobbiamo accettare la chiamata del Signore e comportarci secondo i suoi insegnamenti
non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo
Mt 3,9
Quante volte ci definiamo attraverso le nostre radici? “Siamo figli di…”, “veniamo da…”, “la mia famiglia ha sempre…”. Le nostre origini, la nostra eredità e il gruppo a cui apparteniamo diventano spesso i pilastri della nostra identità. È un modo naturale e istintivo di trovare il nostro posto nel mondo. Troviamo slogan che ci fanno sentire parte di un tutto.
Dal tifo alla moda: il rischio dell’omologazione

Li ripetono senza rendersene conto i tifosi delle curve, ma lo fanno anche quelli che lottano senza curarsi di ragionare, per partito preso, come si diceva una volta. E’ un modo di pensare che ha portato a disastri umanitari nel passato: i regimi totalitari puntano proprio sulla totale omologazione delle persone ad un unico modello, così che scompaia il senso critico e ci si senta soddisfatti soltanto di appartenere ad una razza superiore, alla classe operaia che cambierà il mondo, al popolo della rivoluzione…
Vale anche per la moda: a volte ci si veste in maniera orribile pur di sentirsi inseriti nel gruppo di quelli che contano. Ci sono quelli che si indebitano anche per girare con macchine costose o per fare viaggi il cui unico scopo è raccontare agli amici che anche loro ci sono stati.
Giovanni il battista ed Abramo
Lev Tolstoj ne descrive uno in Anna Karenina, scrivendo che il fratello malgrado che non s’interessasse né di scienza, né d’arte, né di politica, su tutti questi argomenti si atteneva alle direttive della maggioranza e del suo giornale, e cambiava opinione soltanto quando ne cambiava la maggioranza, o, per meglio dire, non cambiava opinione, ma questa insensibilmente veniva a cambiarsi in lui.

La stessa situazione si trova di fronte Giovanni il battista: il profeta, che battezza i penitenti al fiume Giordano, contesta duramente i farisei che si sentono sicuri grazie alla loro appartenenza. Non abbiamo bisogno di perdono, dicono, noi abbiamo ragione, noi facciamo quello che Dio ci dice, noi siamo giusti, perché discendiamo da Abramo, siamo segnati nella carne.
“Non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!'”, li affronta Giovanni. È un richiamo a non cadere nella trappola di credere che l’appartenenza a un lignaggio prestigioso o a un gruppo privilegiato, ad un partito, garantisca di per sé un valore intrinseco o una qualche forma di salvezza.
La tentazione di sentirsi arrivati solo per nascita
La trappola è credere che non conti l’essere onesti, corretti, solidali, sinceri ma conti invece sentirsi parte di un gruppo, di un partito, fino addirittura ad adottare comportamenti disonesti e illeciti, sentendosi al sicuro perché protetti dal gruppo di chi comanda.

È la tentazione di credersi “arrivati” solo in virtù della propria nascita, o della propria appartenenza, o del proprio partito, smettendo di mettersi in discussione e di crescere, attraverso il confronto ed il rispetto di tutte le idee. Giovanni, al contrario, mette in evidenza come la famiglia di Dio, quella delle persone che fanno il suo volere, non dipenda dal sangue, dalle bandiere, dalle parole, dagli slogan.
Dio è capace di trasformare anche le pietre in figli di Abramo. Siamo noi che dobbiamo accettare la sua chiamata ad essere figli, a comportarci secondo i suoi insegnamenti.



