La speranza come ancora, e la fiducia come preludio della fede

La Tyke classica contro cui neanche gli dei potevano nulla e il valore assoluto del "costruirsi" che caratterizza il cristianesimo

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

“Noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’ancora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi”.

(Eb 6,18-20)

La speranza è l’ultima a morire, ci dice la sapienza popolare. Ma ci dice anche: chi di speranza vive, di speranza muoreC’è una contraddizione in questi proverbi che evidenzia la separazione fra due grandi civiltà o, meglio, fra due modi di intendere la vita. 

C’è il modo degli antichi greci e dei romani che ritenevano che la vita fosse decisa da una volontà superiore. Il fato, la cui espressione trova la sua etimologia nell’ambito del dure, dell’ordinare. 

Il destino segnato di Achille

Il fato è il futuro, detto, proclamato, contro il quale nessuno può fare niente, neppure gli dei. La madre di Achille, Teti, cerca tutti i modi possibili e immaginabili per salvare la vita del figlio. Sa che sarebbe morto in guerra:  lo infila nel fiume Stige, in maniera da renderlo invulnerabile. Ma deve trattenerlo per il tallone e la freccia di Paride è già lì, inesorabile, pronta ad ucciderlo, nonostante la sua invulnerabile. 

Contro il fato non si può nulla.  In questa cultura, perciò, la speranza è il male peggiore perché, in realtà, è un’illusione. Ne abbiamo l’espressione più alta nella letteratura italiana nel carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo: anche la speme  ultima dea, fugge i sepolcri. Puoi aver  immaginato qualunque vita, sognato qualsivoglia impresa, ma di fronte alla morte tutto si blocca, senza speranza, che non sua un’illusione.  Lo troviamo anche nei versi di Leopardi,  nel canto alla sua amata Silvia:  all’apparir del vero, Tu, misera, cadesti

Il vero è  ben altro della speranza. In questa prospettiva,  la speranza è un male pericolosissimo, tanto che un altro dei miti la colloca all’interno del vaso di Pandora, proprio nel fondo. L’ultimo dei mali, a significare appunto come la speranza sia il peggiore dei mali dell’uomo. 

La forza di andare oltre il dolore

Al contrario, nella dimensione biblica la speranza diventa la capacità di andare oltre tutte le difficoltà del vivere. Abramo ne è in qualche maniera il grande cavaliere, il rappresentante massimo,  colui che spera contro ogni ragionamento umano, appunto un cavaliere che non ha paura di affrontare un nemico che sembra molto più forte di lui. 

Il drago, pronto a divorarci con le sue fiamme, è quello dello scoramento, dello scoraggiamento. È pensare che sia inutile darsi da fare, è il ritenere che ormai tutti i giochi siano fatti e che quindi non valga la pena impegnarsi per cambiare le cose. Non c’è il destino, la nostra vita non è segnata: Dio pone davanti all’uomo la via del bene e la via del male: lui dovrà scegliere. 

Papa Francesco e il Giubileo a tema

Papa Francesco (Foto: Andrea Giannetti / Imagoeconomica)

Di fronte a questa netta dicotomia culturale, sempre presente nella civiltà occidentale e non, Papa Francesco ha deciso di dedicare il Giubileo 2025 appunto alla speranza.  La speranza non delude è il titolo della bolla con cui è stato indetto l’Anno Santo che avrà inizio il 24 dicembre del 2024.  E’ un testo bellissimo di cui raccomando la lettura. Potete trovarlo qui  

Oggi voglio soffermarmi soltanto su quelli che Papa Francesco chiama i segni di speranza,  che sembrano invece un segno di contraddizione per il nostro modo di pensare. La pace, il desiderio di generare nuovi figli e nuove figlie, i detenuti, i malati, i giovani, i migranti, i poveri, i beni della terra, il debito ecologico.

Pensateci bene, sono le questioni a cui pensiamo tutti quanti giorni. E spesso, con scoramento, ammettiamo che non siamo capaci di affrontare. Le guerre, il calo della natalità, le condizioni di vita nelle carceri, il funzionamento della sanità, l’incapacità di offrire un futuro ai giovani, le condizioni spaventose dei migranti, l’aumento della povertà, le sempre maggiori disparità fra i ricchi e i poveri.

Il cambiamento climatico sembrano essere massi che ci impediscono di guardare con fiducia al futuro. E invece, ci dice Papa Francesco, è proprio al futuro che dobbiamo guardare. Tenendo conto che, nel passato, tante volte il genere umano ha dovuto affrontare situazioni gravissime e le ha superate.

Una rotta per l’esistenza

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La speranza dice Papa Francesco è quella che  imprime l’orientamento, indica la direzione e la finalità dell’esistenza credente. E dobbiamo avere speranza perché dobbiamo riconoscere i tanti doni che l’amore di Dio ci ha dato. Siamo vivi, capaci di amare, capaci di regolare la nostra vita. E siamo in grado di progettare le cose che ci sembrano più importanti, siamo in grado di risolvere problemi. 

Sono i doni che lo spirito ci infonde e attraverso i quali potremo affrontare e spostare quei massi che ad oggi sembrano lasciarci senza speranza.  Ma la speranza non confonde,  è l’ancora che ci consente di affrontare la tempesta.