La speranza non delude: il progetto di Dio oltre le nostre fragilità

San Paolo ricorda che la salvezza riguarda tutta la nostra esistenza, fragilità comprese. Dio non attende uomini perfetti, ma figli capaci di rialzarsi e di affidargli anche le proprie sconfitte.

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

«…noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo».

(Rm 8,23)

Le parole che San Paolo scrive ai Romani sono estremamente importanti per comprendere la natura centrale del messaggio cristiano: la salvezza non riguarda soltanto una parte di noi, ma tutto ciò che fa parte della nostra vita, comprese le cose che non vanno bene.

Le indicazioni di Monsignor Boccaccio

A questo proposito, ricordo le indicazioni di un vescovo, Monsignor Salvatore Boccaccio, nel momento in cui introduceva i fedeli alla liturgia dell’offertorio, nella messa. Alzando la patena e mostrando quel disco metallico su cui viene poggiata l’ostia – quel pezzetto di pane che, secondo l’insegnamento dei vangeli, i cristiani credono diventi il corpo vero di Gesù morto e risorto –, invitava tutti a depositare su quel piatto le esperienze della settimana passata: tutte le cose buone che ciascuno aveva fatto, naturalmente, ma anche tutte quelle cattive.

Monsignor Salvatore Boccaccio con Papa Giovanni Paolo II

I cristiani, infatti, sanno che saranno salvati, che questa vita ha un senso e che non è senza speranza, non è disperata. Anzi, sanno che ogni uomo, nessuno escluso, è stato pensato da Dio con un progetto preciso, al quale può corrispondere o meno, a seconda delle scelte che farà; ma sanno anche che Dio ha pensato per lui la cosa migliore per la sua esistenza e per la sua salvezza.

La fede di San Paolo

Questa è la fede che San Paolo cerca di spiegare ai cristiani di Roma, i quali discutevano fra loro su che cosa sarebbe sopravvissuto alla morte corporale, un evento per loro estremamente probabile a causa delle persecuzioni che subivano. Ed ecco che Paolo fa presente che noi, effettivamente, “sappiamo tutto”, e lo sappiamo grazie a quello che Gesù ci ha detto e che gli apostoli, suoi compagni, hanno testimoniato.

La risurrezione di Gesù

Sappiamo esattamente come dovremmo comportarci, secondo le parole di Gesù. Eppure, la nostra debolezza, il nostro essere impastati di terra, i condizionamenti che riceviamo dalla società in cui siamo inseriti e tutte le “sirene” che sentiamo cantare – e che ci dicono che le cose in cui crediamo sono sciocche, roba per gente che non capisce – remano contro. Nonostante tutto questo, noi sappiamo di essere figli e che il Padre non ci abbandonerà.

Il cammino di perfezione di S. Teresa

Quattro secoli fa Santa Teresa d’Avila, proclamata dottore della Chiesa, scriveva nel suo libro Il cammino di perfezione: «Noi siamo così fatti che, se non ci viene dato ciò che desideriamo, con il nostro libero arbitrio rifiutiamo ciò che il Signore ci dà, si trattasse anche delle cose migliori. Infatti non vediamo di essere ricchi se non quando teniamo il denaro fra le mani».

San Paolo

Tutti quanti noi sperimentiamo questa condizione descritta da Teresa d’Avila; tutti ci rendiamo conto che spesso sappiamo benissimo che cosa dovremmo fare, eppure non lo facciamo. E’ una considerazione presente anche nella sapienza della classicità.

Ovidio: «Video meliora proboque, deteriora sequor» («Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori») Gli fa eco Petrarca nel suo Canzoniere: «et veggio ‘l meglio, et al peggior m’appiglio». È come se all’interno di noi stessi si combattesse una battaglia tra la nostra coscienza e quello che vorremmo essere, o meglio, quello che crediamo possa fare la nostra felicità. E poi, puntualmente, ce ne pentiamo.

L’insegnamento biblico dello Shabbat

Capiamo, cioè, che, se vivessimo secondo le indicazioni che Dio ci dà, la nostra vita sarebbe sicuramente più felice: se non rubassimo, se non mentissimo, se rispettassimo i nostri genitori; se non cedessimo alla tentazione di non riposarci mai, rendendo le nostre domeniche ancora più faticose degli altri giorni, invece di dedicarle alle cose migliori della vita, secondo l’insegnamento biblico dello Shabbat.

La bibbia

Vivremmo meglio, sicuramente, se rispettassimo la nostra famiglia e se non desiderassimo avidamente le cose che rischiano di diventare i nostri padroni, piuttosto che essere noi i loro.

Ecco dunque il senso della preghiera della colletta della messa di domenica 12 luglio, quella che riunisce le intenzioni di tutti: «O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme».