Il vangelo di Matteo è un invito a ritrovare quella carità cristiana in un periodo dell'anno dove il consumismo sfrenato la fa padrone. Bisogna creare il silenzio necessario per riconoscere e accogliere ciò che è veramente essenziale e autentico. E poi aiutare gli altri
Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.
Mt 11, 7-10
Il deserto, nella cultura ebraica, è il luogo dove si incontra Dio: per noi è un’immagine lontana, contraddittoria. Si tratta, per noi, di una specie di ossimoro: cercare qualcuno dove non c’è nessuno.. Queste giornate sono paradigmatiche: migliaia di persone si ritrovano negli stessi posti, affannate nella ricerca del regalo, elemento totemico che accomuna interi popoli, di culture le più diverse, completamente dimentichi di ogni radice religiosa delle feste natalizie. I regali sono belle cose, intendiamoci.
Ma che cosa stiamo cercando realmente?

E’ la domanda che Gesù pone a chi viene a parlargli di Giovanni il battista, che aveva attratto folle immense al Giordano, con la promessa di una liberazione: sono gli abiti di lusso che attraggono, le luci scintillanti, i negozi firmati, tutto quello che si trova nel palazzi dei re, cui cerchiamo di assomigliare almeno per qualche istante di felicità, acquistato a caro prezzo in un negozio del centro?
O invece cerchiamo un profeta, uno che parli chiaramente, che ci dica da che parte andare, che, come ci spiega il suo nome, parla al posto di Dio, parla come se fosse Dio che si rivolge alla dimensione più intima di noi stessi, la nostra coscienza. L’interrogazione di Gesù ci mette davanti alla necessità di scegliere cosa cercare nella nostra esistenza. Cosa desideriamo veramente?

Possibile possiamo esaurire la nostra vita nella ricerca affannosa di canne sbattute dal vento, cose che oggi ci sono e domani non saranno ricordate da nessuno? Quel Giovanni non è una canna sbattuta dal vento. Giovanni, dice Gesù, è più di un profeta, di uno che parla al posto di Dio. Egli, dice Gesù, prepara la via al Dio che deve venire. Non è uno che si fa piegare dalle sabbie mobili dell’opinione pubblica.
Preparare la via
Ecco dunque gli uomini che dovremmo andare a cercare, quelli che preparano la via, non i ricchi abiti di lusso. Dobbiamo cercare, perché la ricerca della nostra felicità è ciò che ci rende vivi, che ci fa alzare da quel divano, da quella consolle di videogioco, da quello schermo social.

Ma come si prepara la via a Dio? Isaia, diversi secoli prima, aveva poeticamente rappresentato l’azione del precursore di Dio, di colui che corre davanti a lui, del messaggero che porta l’annuncio. Così scriveva: rendete salde le ginocchia vacillanti, irrobustite le mani fiacche, dite agli smarriti di cuore: coraggio, non temete, ecco il vostro Dio, la vostra giustizia, la vostra pace.
Questo è il ruolo che ci è stato affidato: aprire la strada, innanzitutto nel nostro cuore, liberandolo da tutto ciò che è incostante e superficiale, da tutto ciò che ci abbaglia e ci distrae. Significa fare spazio, creare il silenzio necessario per riconoscere e accogliere ciò che è veramente essenziale e autentico. E poi aiutare gli altri.
Continua Isaia, evidenziando gli effetti dell’opera dei precursori, di coloro che precedono Dio: si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa.
Le parole di Isaia
Si tratta soltanto di una visione profetica o le parole di Isaia possono avere significato nelle nostre scelte quotidiane? Pensate a quanti sono ciechi perché non hanno le possibilità di comprendere ciò che accade attorno a loro e che potrebbero essere facilmente aiutati con una istruzione migliore, quante barriere potrebbero essere eliminate per garantire opportunità di movimento a chi non può facilmente spostarsi.

E poi quante persone potrebbero essere aiutate con una sanità più efficiente, e quanti sono i muti che non riescono a partecipare alle scelte dei loro popoli perché non hanno gli strumenti adatti per far sentire la loro voce e così via. Non sono miracoli di Dio, sono azioni che possiamo mettere in atto, concretamente, scegliendo le giuste politiche. Paolo VI ce lo insegnava tanti anni fa: la politica è la più grande forma di carità.



