Dal Cantico della Vigna di Isaia al lupo e all’agnello di Fedro, passando per Tucidide e Simone Weil: la riflessione del professor Alviti sulla promessa tradita di un mondo più giusto, dove la forza torna a pretendere di avere ragione sul diritto.
Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi
Is 5,7
È la delusione dell’amante: hai preparato tutto per la persona che ami, hai sacrificato la tua vita, predisposto ogni dettaglio perché viva nel modo più felice, sistemato ogni cosa per garantirle benessere, futuro e tranquillità. Ed ecco invece il tradimento, con tutta la sua amarezza che scende fin nel profondo.
Sette secoli prima di Cristo, nel celebre Cantico della Vigna, il profeta Isaia vede il suo popolo allontanarsi dall’alleanza con Dio per cercare protezione nella potenza dei popoli vicini. Racconta allora di un vignaiolo che sceglie un terreno fertile, lo dissoda, lo libera dai sassi e vi pianta viti pregiate. La cura assiduamente, ma quando arriva il momento del raccolto non trova che uva inacidita e acini selvatici: tutti i suoi sforzi sono stati vani.
Cosa manca a noi per rendere il mondo migliore?

È una sensazione che appartiene alla nostra vita quotidiana, quando ci impegniamo a fondo in un progetto – affettivo, lavorativo, culturale, artistico o di amicizia -, un progetto per cui spendiamo tutto noi stessi e poi vediamo che coloro per cui abbiamo tanto lavorato non lo apprezzano o lo ripudiano apertamente.
Il commento finale di Isaia alla parabola del vignaiolo consente al lettore di comprendere immediatamente il messaggio. La domanda s’impone: cosa manca a noi per rendere il mondo migliore? Abbiamo l’intelligenza, vediamo, sentiamo, comunichiamo, amiamo; abbiamo la forza e la capacità di progettare un mondo in cui siano rispettate la giustizia e la pace.
La vigna è stata preparata, ma l’uva è amara. Dovevamo costruire un mondo giusto e rispettoso di tutti e invece siamo andati alla ricerca della potenza e della sopraffazione. Dovevamo essere retti, comportarci secondo le indicazioni di una vita buona, e invece è sufficiente scorrere i commenti sui vari social per renderci conto di quanta violenza e quanto odio seminiamo giorno dopo giorno.
La riesumazione della logica imperiale

Isaia descrive con accuratezza le conseguenze di questa deriva: nessuno si prenderà più cura della vigna, che finirà calpestata, estirpata, bruciata. Lo vediamo accadere ogni giorno. Perché ci comportiamo in questo modo, senza tener conto dei tanti doni ricevuti che dovrebbero permetterci di costruire una società a misura d’uomo, senza prevaricazioni e senza che nessuno viva alle spalle degli altri?
Invece sentiamo dire, perfino dai podi più autorevoli, che ciò che conta davvero è essere potenti; che se desidero una cosa posso prendermela semplicemente perché sono il più forte. Non è un fenomeno nuovo: è la riesumazione di quella logica imperiale che ha attraversato la storia.
Già Tucidide, nel celebre Dialogo dei Melii e degli Ateniesi, sintetizzava la cruda legge del potere con la celebre massima: «I forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono». Una logica che riduce la giustizia a un mero ingombro, come rileverà secoli dopo anche Simone Weil nelle sue riflessioni sulla forza.
La favola di Fedro del lupo e dell’agnello

Nella Roma del I secolo d.C. – la Roma di Augusto, di Claudio, di Vespasiano -, la satira e la protesta politica dovevano rifugiarsi nella favolistica. Nelle favole di Fedro, la celebre storia del lupo e dell’agnello ci dà l’esatta misura di queste due concezioni del mondo: quella di chi cerca di far valere le proprie ragioni con il diritto e quella di chi, sentendosi forte, inventa pretesti per opprimere il più debole.
Ed è così che si generano guerre, invasioni, rapimenti, sfruttamento e guadagni spropositati a fronte di qualche piccolo contentino per tacitare chi accenna a ribellarsi, attraverso politiche che non puntano a salvaguardare chi ne ha effettivamente bisogno, ma solo a comprare il consenso necessario per mantenere il potere.
Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue; attendeva rettitudine ed ecco le grida degli oppressi.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).



