Il celebre brano del Vangelo di Giovanni racconta l'incontro tra Marta e Gesù dopo la morte del fratello della donna. "Chi crede in me, anche se muore, vivrà". Bisogna fidarsi del Signore che libera dalle tombe dei peccati e dalla paura della morte offrendo una vita nuova e più bella
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?
Gv 11, 23-26
Immagino Gesù oggi, a colloquio con le madri dei figli falciati da una morte violenta e cieca. Penso alle donne che piangono i ragazzi distrutti dalle bombe, nelle troppe guerre che abitano i nostri schermi, o alle madri delle vittime della strada, infinita teoria di lutti.Penso, con dolore profondo, alla mamma di Francesco, il diciassettenne di Pofi che si è arreso a una disperazione più forte di lui.
Tutte, idealmente, rivolgono a Gesù lo stesso rimprovero di Marta: «Signore, se tu fossi stato qui…». È l’angoscia che ci attanaglia, quando Dio sembra non intervenire, per fermare la mano di chi sgancia una bomba o per sorreggere un giovane nel momento della tentazione disperante. L’evangelista Giovanni affronta tale abisso con il racconto di Lazzaro, l’amico che Gesù lascia morire prima di intervenire.
La vita una realtà che viene trasformata
Marta corre incontro a Gesù e discute con lui con la schiettezza di un’amica ferita. La risposta che riceve non è una consolazione filosofica, ma un ribaltamento radicale: «Chi crede in me, anche se muore vivrà». Per il mondo antico, questa era un’idea dirompente. La cultura classica, infatti, vedeva nella morte un confine invalicabile, come narra il mito di Orfeo ed Euridice.
Orfeo ottiene dagli dei il permesso di riportare l’amata Euridice nel mondo dei vivi, a patto di non voltarsi mai durante la risalita dall’Ade. Ma Orfeo si volta. Al di là del gesto e delle sue molteplici interpretazioni, il mito ci dice che non si può sfuggire al regno delle ombre: nemmeno gli dei possono annullare la morte.
Il Vangelo (l’euanghelion, l’annuncio della vittoria) rompe questo cerchio. La vita non è più un bene che ci viene “tolto”, ma una realtà che viene “trasformata”, come recita la liturgia esequiale nel prefazio: ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata. La fede in Cristo permette all’uomo di trascendere la morte, sconfiggendola definitivamente.
Lui sia la Via, la Verità e la Vita

Lev Tolstoj descrive magistralmente questo passaggio, raccontando la conversione di Konstantin Levin. Levin è un giovane illuminista che crede solo nella scienza, finché non si trova al capezzale del fratello Nikolai. Davanti al lento spegnersi di una vita cara, la ragione non basta più. In quell’agonia, Levin perde ogni certezza razionale e ritrova rifugio in quelle parole evangeliche che prima liquidava come “favolette per bambini”.
Anche per noi è così: ignoriamo il dramma finché non ci tocca da vicino. MaGesù ci ricorda che l’unico modo per non sprofondare nella disperazione è credere che Lui sia la Via, la Verità e la Vita. Il grido «Lazzaro, vieni fuori!» non è un evento del passato, ma un invito rivolto a ciascuno di noi oggi.
È l’esortazione a lasciare il sepolcro delle nostre false sicurezze e delle nostre paure paralizzanti. Siamo chiamati a sciogliere quelle bende che ci impediscono di fidarci dell’unico Amico, in grado di salvarci dal male e dalla morte definitiva




