L’infallibile umiltà dei veri fedeli

La frase di Luca "Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare" esprime il concetto di gratuità nel servire. Non bisogna aspettarsi ricompense o riconoscenza per aver eseguito gli ordini, ma dobbiamo fare il nostro dovere per amore, e con fede nei confronti di Dio

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare

Lc 17,10

Una frase tanto semplice e nel contempo paradossale: abbiamo fatto il nostro dovere, non abbiamo da chiedere una ricompensa per aver compiuto quanto avremmo dovuto fare.

Tutti si aspettano che ciascuno faccia il proprio dovere: i figli, gli insegnanti, i ferrovieri, gli infermieri… Eppure quella frase di Gesù ci fa comprendere che spesso dentro di noi scatta un meccanismo psicologico, una richiesta di gratificazione: quella di sentirci dire che siamo bravi, perché abbiamo fatto quello che comunque avremmo dovuto fare.

Attenzione, non abbiamo fatto di più, ma soltanto il nostro dovere.

Gli esempi emblematici

Bambini a scuola

L’esempio della scuola è emblematico di un tale atteggiamento: un bambino, un ragazzo, va bene a scuola e i genitori lo premiano per compensare la sua fatica. Ma andar bene a scuola è il dovere di ciascun ragazzo, non è un fatto eccezionale, come guidare bene l’autobus, compilare con attenzione una pratica, stilare una progettazione come si deve, curare un paziente con professionalità… Tutto questo fa parte del dovere, non dell’eroismo per cui si chiede una medaglia.

Rivolgiamo questa pretesa anche nei confronti di Dio, che ha il diritto di imporci i suoi comandamenti ma, se noi li rispettiamo, ci convinciamo di avere il diritto di essere ricompensati perché, appunto, abbiamo fatto il nostro dovere, rispettando regole che sono essenziali per la nostra vita.

Torah, ovvero la via

Gesù

Nella tradizione ebraica i testi che contengono i precetti della legge si chiamano Torah, che vuol dire la via: segui questi comportamenti e vivrai. La vita è la ricompensa.

Pensiamoci bene: se ci comportiamo secondo quelle regole ne traiamo vantaggi tutti. Se non rubiamo, se non falsifichiamo, se non compiamo atti di violenza, se non siamo invidiosi, se rispettiamo i nostri cari viviamo meglio, non dobbiamo ricevere un altro premio. Non devo essere buono perché così sarò premiato. Mi comporto bene perché è meglio per me e per gli altri comportarci bene.

Quella frase di Gesù ci dà la possibilità di altre due considerazioni: innanzitutto la tentazione del potere, anche legato alle opere di bene.

L’illuminazione di Paolo VI

Paolo VI

Nel lontano 1973, Paolo VI, con un’illuminazione profetica, chiedeva ai preti della sua diocesi, quella di Roma, di cui il papa è vescovo, di ricordare che il loro ministero, il loro servizio di guida della comunità non è un comandare ma appunto un essere servo degli altri.

Diceva: “Accade che il ministero stesso ci porti a un recupero di ciò che abbiamo lasciato, al desiderio di un ritorno in altre forme a ciò di cui il Signore ci voleva spogliare. I privilegi, per esempio, legati ad ogni tipo di autorità. Siamo portati a distinguerci, a riacquistare indirettamente quel che avevamo perduto e soffocato.

Per un certo fenomeno di gravitazione morale, insensibile e fatale, torniamo quelli di prima, e alcune volte diventiamo addirittura peggiori di quelli di prima quanto all’adesione al mondo da cui volevamo essere liberati. Il Signore invece ci dice: devi essere povero, umile, puro, un uomo singolare, un uomo che si riconosce a vista che è un prete, un uomo fuori dal giro degli interessi degli altri, delle amicizie, degli affari“.

Non facciamo caso alle omissioni

Il Vangelo di Luca

Ma non è soltanto questione di preti, anche se nella figura del sacerdote una tale contraddizione può apparire subito come scandalosa. Infatti chi mai potrebbe dire di aver compiuto il proprio dovere completamente? Nei riti di inizio della Messa c’è una preghiera con la quale i cristiani confessano pubblicamente i loro peccati. Inizia con le parole: confesso a Dio…

Ebbene c’è un elenco di peccati di cui dimentichiamo sempre l’ultima categoria:  confesso di aver peccato in parole, opere e omissioni… Non facciamo caso alle omissioni.  Avrei potuto fare del bene e non l’ho fatto. E’ probabilmente il nostro peccato più comune.

Siamo servi inutili perché avremmo potuto fare di più, preparare un mondo migliore, evitare disastri, essere più sensibili, salvare più persone, attraverso il nostro vivere bene.