Pronti a pretendere, incapaci di ringraziare (di P. Alviti)

Se qualcosa ci va male supplichiamo. Non vediamo tutto il bene che riceviamo ogni i giorno: come se fosse un fatto scontato e dovuto.

Pietro Alviti
Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero? (Lc 17,11-19)

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È vero, siamo come quei lebbrosi guariti che una volta risolto il problema non si curano minimamente di ringraziare per la nostra guarigione, i nostri affari, il nostro benessere…

Quando qualcosa ci va male allora supplichiamo, protestiamo, lottiamo. Ma non calcoliamo tutto il bene che riceviamo ogni giorno: viviamo, camminiamo, vediamo, udiamo, capiamo, amiamo… per noi sono cose scontate e non pensiamo a quanti invece non hanno tutto questo.

E non ringraziamo mai, non valutiamo mai quanto bene nella nostra vita ci è stato riversato: dai nostri genitori, da chi ci ha accudito, da chi ci ha insegnato, da chi ci è stato amico, da quelli che ci hanno curato nella malattia. Ce ne scordiamo subito e tutto il bene che abbiamo ricevuto diventa ordinarietà, si trasforma in cose apparentemente senza valore.

Grande danno riceviamo da questo nostro atteggiamento che ci fa vivere in una sorta di delirio di onnipotenza che poi viene abbattuto dal primo inconveniente che ci capita, dalla prima malattia, dal primo cattivo affare che concludiamo.

E così non ricordiamo più il valore del dono dell’intelligenza, della capacità di amare, della capacità di perdonare, di superare il rancore: tutto ciò che ci rende diversi dalle bestie e costituisce il primato della nostra umanità.

Non ricordando, dimentichiamo chi ci ha fatti così capaci di amare, sognare, pensare e non torniamo da lui, non ringraziamo e, perciò, non siamo salvati dal nostro delirio…