Il brano del Vangelo di Matteo è di strettissima attualità. Non ci accorgiamo ad esempio di vivere in un ambiente culturale dove cresce sempre più l’idea che la guerra sia qualcosa di accettabile, dimenticandoci della tragedia di Hiroshima e Nagasaki e senza ricordare che nella nostra Costituzione è stata ripudiata. Per questo bisogna svegliarsi dal sonno dell'inconsapevolezza
come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.
Mt 24, 37-42
Il linguaggio è quello apocalittico: sembra stia parlando del futuro, in realtà parla del presente, di ogni tempo presente, a cominciare da quello nostro, personale. Gesù, in questo brano riportato dall’evangelista Matteo, traccia un parallelo con i giorni che precedettero il diluvio, quando le persone erano impegnate in attività normali e necessarie: mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito.
L’arca è la fiducia in Dio

La normalità. Tutti quanti noi conosciamo questi ritmi: facciamo tante cose, come se fossimo inseriti in una routine, che ci porta anche a dimenticare i drammi che si svolgono a pochi passi da noi, per continuare appunto, il giro della “routine” che proprio questo vuol dire.
Nel racconto del Diluvio però c’è una stranezza, un’arca, che un uomo con la sua famiglia, costruisce in un territorio arido, senza acqua: tutti lo prendono in giro, si fanno gioco di lui ma Noè non si lascia distrarre, si fida di quanto Dio gli ha detto, anche se tutto attorno a lui sembra testimoniare il contrario. L’arca è la fiducia in Dio, nonostante tutto.

Molte volte Gesù insiste sulla necessità di saper leggere i segni dei tempi, quelle cose che ci accadono attorno e che possiamo capire soltanto con un atteggiamento sapienziale, che vuol dire capacità di assaporare, di distinguere i sapori l’uno dall’altro.
Siate il sale della terra, dice ai suoi discepoli, non i dominatori del mondo, ma il sale della vita, quello che dà significato alla nostra esistenza, sottraendola alla banalità micidiale del “tutti fanno così”, “che cosa possiamo farci noi che non contiamo niente”, “non c’è niente da fare, quelli che comandano decidono tutto loro”.
“Non si accorsero di nulla”
Il guaio per i contemporanei di Noè fu la loro totale inconsapevolezza di quello che stava per accadere: mangiavano e bevevano… racconta Gesù, non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti. Non c’è niente di male nel mangiare e nel bere, nel prendere moglie o marito (anche se una lettura fondamentalista di questa espressione portò nel passato ad eresie terribili), il guaio sta nel non accorgersi di quello che ci accade intorno.

Edgar Morin, il grande filosofo francese, ci ha ricordato come in questi giorni si parli tranquillamente di guerra nucleare, come se avessimo completamente dimenticato le tragiche esperienze di Hiroshima e Nagasaki. Non ci accorgiamo di vivere in un ambiente culturale dove cresce sempre più l’idea che la guerra sia qualcosa di accettabile, senza ricordare che nella nostra Costituzione la guerra è ripudiata. E quella Costituzione veniva da 5 dolorosissimi anni di distruzioni belliche nel nostro Paese.
A noi si applicano quelle parole di Gesù: non si accorsero di nulla, se accettiamo di essere immersi in una cultura di questo genere, senza fare nulla per opporci a qualcosa che troppi considerano come accettabile. Ecco dunque l’arca che dobbiamo costruire, anche se tutti ci prendessero in giro e ci dicessero che siamo antiquati, che non ci rendiamo conto di quello che accade.
Il sonno dell’inconsapevolezza
Un’arca che conservi la presenza di Dio in un mondo addormentato. Ma la routine quotidiana può addormentarci, farci cadere nel sonno dell’inconsapevolezza, anche a livello personale. E’ l’altro appello di Gesù: vigilate, perché non sapete quando verrà il Signore.

Nella tradizione buddista la consapevolezza della morte, la coscienza che appartiene a tutti noi, “sora nostra morte korporale” come la definisce S. Francesco nel Cantico di Frate Sole, è uno dei messaggeri con i quali Dio si rende presente nella nostra vita, ci ricorda che lui c’è, che non siamo infiniti, onnipotenti.
Possiamo cadere nel sonno dell’inconsapevolezza e non renderci conto che il Signore potrebbe passare in qualunque momento: lo vediamo accadere di continuo attorno a noi eppure pensiamo che non toccherà a noi… Freud lo chiama “complesso di immortalità”.
(Foto di copertina © DepositPhotos.com).



