Con la scomparsa di Michelina Marziale se ne va molto più di una storica cassiera: se ne va un’epoca. Per oltre sessant’anni volto e sorriso del Cinemateatro Mangoni, ha accompagnato generazioni di isolani quando il cinema era rito collettivo e luogo di incontri. Tra biglietti a strappo, domeniche affollate e premi consegnati con gentilezza, Michelina è stata memoria viva di una comunità che oggi la saluta come una figura irripetibile
In tv, dal 1954, c’era la signorina Buonasera. Ad Isola del Liri, dal 1957, al Cinemateatro Mangoni, c’era la signorina Michelina. Stessa funzione, stesso calore, stessa capacità di far sentire le persone attese. Con una differenza: la signorina Buonasera cambiava ogni sera. Michelina Marziale era sempre lì, per oltre sessant’anni, con lo stesso sorriso ammaliante dietro la sua postazione, i biglietti a strappo tra le mani e la certezza silenziosa di chi sa di essere indispensabile.
Michelina Marziale è morta a 93 anni all’ospedale di Sora. Questa mattina l’ultimo saluto nella chiesa di Sant’Antonio. Con lei se ne va qualcosa che non si recupera: non una persona soltanto, ma un intero modo di stare al mondo — e in una comunità.
La regina della platea

Chi è cresciuto nell’hinterland sorano non può non averla conosciuta. Era impossibile. Michelina era la bigliettaia del Cinemateatro Mangoni quando la sala era ancora divisa in Platea e Galleria, quando trovare posto era un’impresa e il cinema era un rito collettivo prima che diventasse un servizio.
Prima dei televisori a colori, prima dei multisala, prima dello streaming: bastava l’atmosfera di quella sala, le insegne al neon fuori, le locandine disegnate a mano, i fotogrammi nelle bacheche che accompagnavano il percorso verso l’ingresso. E poi c’era lei — bionda, sorridente, infallibile — a consegnarti un biglietto a strappo che valeva un’ora e mezza di gioia garantita.
Non si andava solo a vedere un film. Si andava al Mangoni come si va in un luogo che appartiene a tutti — punto di ritrovo, rito domenicale, teatro delle prime cotte e dei primi baci al buio quando le luci si spegnevano. Michelina era il volto di tutto questo. La mamma di una generazione intera, senza mai reclamarne il ruolo.
La domenica mattina e la bolgia dei ragazzi

Tra il 1970 e il 1980, alle dieci e mezza della domenica mattina, il Cinemateatro Mangoni veniva letteralmente sommerso da un’onda di ragazzi e ragazze. Poco importava cosa proiettassero — Sansone, Maciste, Totò, western, Franco e Ciccio: il programma era un pretesto. L’importante era stare insieme, fare rumore, esistere collettivamente in quello spazio buio e caldo.
Alla fine del primo tempo si estraeva il biglietto vincente del giorno, più il numero finale per il premio di consolazione. Michelina era lì a consegnare i premi con la stessa grazia e la stessa compostezza con cui avrebbe accolto una platea silenziosa. Davanti a una bolgia di adolescenti scatenati non si scomponeva. Sorrideva.
La vedetta di Piazza De’ Boncompagni

Abitava nel cuore di Isola del Liri, con le finestre che si affacciavano direttamente su Piazza De’ Boncompagni. Per decenni è stata la vedetta silenziosa della piazza: tutto passava sotto quelle finestre, tutto veniva osservato con quella discrezione affettuosa che era il suo stile.
Non mancava nemmeno la passione sportiva. Negli anni Settanta, insieme al dottor Romolo Campoli, fondò il Lazio Club locale. Tifosa biancoceleste convinta, viscerale. Tanto che nei giorni euforici successivi al primo scudetto della Lazio di Maestrelli — 12 maggio 1974 — il primo bambino nato nell’entourage del cinema, figlio di Alfredo e Antonietta, venne chiamato Giorgio, in onore dell’attaccante Giorgio Chinaglia.
Con Michelina Marziale si chiude un’epopea che appartiene alla memoria collettiva di una città intera. Le sale cinematografiche come le conosceva lei non esistono più. Ma il sorriso di chi ti accoglieva all’ingresso — quello resta. Almeno finché c’è qualcuno che se lo ricorda.



