Cinque anni senza Donato Formisano, l’uomo che costruì credito copiando la formica

Cinque anni dopo la scomparsa di Donato Formisano, resta l’eredità di un banchiere atipico: partito da un garage, capace di leggere la città, di finanziare il futuro con prudenza e di costruire una banca fondata su fiducia, relazioni e responsabilità sociale.

Diceva di voler essere una formica. Ma era sempre attento a mantenere i piedi sul terreno “Perché la formica, quando mette le ali, quasi subito muore”. Concretezza e visione. Non era una posa. Le cicale gli davano fastidio: fanno rumore, promettono miracoli, lasciano macerie. Donato Formisano, come la formica, preferiva accumulare poco alla volta: fiducia, relazioni, credito vero. Quello che non si vende ma si concede. Giusto 5 anni fa, l’uomo che costruì una banca sul modello della formica, lasciava la vita terrena. Diventando l’icona di se stesso.

Una vita straordinaria

Partì parcheggiando automobili. Non come garzone. Quello fu il primo affare della sua vita: lanciato senza paracadute nella vita reale da un padre che all’età di 17 anni gli disse che doveva comprare l’unico garage nel centro di Cassino, appena messo in vendita e finito nel mirino di tanti squali della finanza dell’immediato dopoguerra.

Il liceale Donato Formisano chiuse l’operazione dopo una trattativa durata mesi, segnata da trappole, sgambetti e più un voltafaccia finale: riprese in mano la situazione nel cuore della notte, buttò giù dal letto un notaio ed all’alba era il più giovane imprenditore di Cassino. Che al mattino seguiva le lezioni al Liceo ed al pomeriggio andava nella sua attività per governare entrate ed uscite e finire i compiti. Non c’era tempo per le gentilezze in quegli anni: le bombe le avevano ridotte in macerie assieme ad un’intera città, alla sua cultura ed alla sua anima. (Leggi qui: Donato Formisano, il parcheggiatore che diventò banchiere dell’anno).

Formisano, il banchiere per caso

Il sindaco Pier Carlo Restagno mostra i progetti di ricostruzione al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi a Cassino il 4 aprile 1954 (Foto: Archivio Storico Presidenza della Repubblica)

In banca ci arrivò per caso. Merito di una intuizione geniale del senatore Pier Carlo Restagno: lui che veniva da un colosso come il San Paolo di Torino comprese che la ricostruzione aveva bisogno di una banca di territorio, che conoscesse le persone e guardasse negli occhi a quelli cui faceva credito. Ma prima della guerra c’era stato un altro tentativo simile: finì male e ci fu gente che ci rimise la camicia. Ovvio che tutti guardassero con diffidenza questo torinese venuto a fare il senatore a Cassino.

Nessuno voleva entrare in quello che oggi si chiamerebbe il primo board della Banca Popolare del Cassinate. Trovare 30 coraggiosi fu quasi un’impresa nell’impresa. Alla fine, con una casella ancora vuota, Restagno scrutò l’aula e punto il dito verso il fondo: Quel giovanottino lì chi è, che studi a ha fatto?. Quel giovanottino, a distanza di qualche decennio, trasformò una banca di retrovia nella prima linea delle banche di territorio, capace di esprimere una rotta fermamente radicata nel solco della filosofia bancaria di Luzatti: non molto a pochi ma poco a molti.

Proprio per questo, quando arrivò al vertice della Banca Popolare del Cassinate, Donato Formisano non si mise a recitare il ruolo del banchiere. Continuò a fare quello che sapeva fare: ascoltare, ricordare, decidere. Presidente dal 1986, governò la banca senza mai scambiare l’autorità con la teatralità, vizio molto diffuso in quella professione. Non credeva nei grandi sistemi ma nelle piccole abitudini.

Parlare con la gente

Il logo della Banca Popolare del Cassinate al centro del tavolo del CdA Foto A.S. Photo / Andrea Sellari

Restò quello di sempre. Guidò la banca come si guida una famiglia numerosa: con fermezza, memoria lunga e nessuna indulgenza per i furbi. I bilanci contavano, certo. Ma contava di più la fiducia. E quella non si mette a bilancio, si costruisce nel tempo.

Formisano aveva capito una cosa che molti banchieri ignorano: il denaro è solo un mezzo, mai il fine. Il fine sono le relazioni. Per questo parlava con tutti. E con tutti allo stesso modo. Ricordava nomi, storie, dettagli. Senza mai dimenticare da dove veniva ed il lavoro di imprenditore parcheggiatore: a chiunque domandava se avesse un conto nel suo istituto.

Per questo non volle mai le macchinette del caffè negli uffici. Il bar era un luogo serio: lì si prendeva il polso della città. Che poi andava confrontato con i report che gli producevano gli analisti. E quasi sempre le due cose non coincidevano.

Donato Formisano

Fu parlando con la città che fiutò prima di chiunque altro la nuova ricostruzione degli Anni 70, innescata dall’arrivo della Fiat. Capì che quella terra di coloni e mezzadri stava per diventare semenzaio di metalmeccanici. Che si sarebbero affrancati. Ed avrebbero messo il gabinetto dentro casa, sostituito il pavimento in terra battuta, comprato una cucina nuova ed un salotto per gli ospiti, fatto studiare i figli. La genialità di Donato Formisano fu nel comprendere che doveva affiancare tutti in questa impresa nello spirito di Luzzatti. Si inventò il PopolarCredit. Che anni dopo diventò nazionale e chiamarono Microcredito. Fu grazie a lui che quell’ascensore sociale ebbe la corrente elettrica per iniziare a salire i primi piani.

Il cuore al posto del portafogli

Soprattutto, mise a punto un metodo per non diventare schiavo del denaro che era diventato la sua professione. Lo tenne a distanza. Lo guardò come il sarto osserva la stoffa, come il marmista studia il blocco di pietra: “Quanti soldi ho? E mica è mia la banca, io sono solo il presidente di un Consiglio di Amministrazione al quale competono tutte le decisioni, non a me. Io posso mettere a disposizione la mia esperienza. Io prendo il mio stipendio deciso dal CdA”.

Il professor Vincenzo Formisano, alle sue spalle la foto di Donato (Foto © Roberto Vettese)

Si circondò di persone che condividessero quella filosofia. “Non c’è cosa più brutta di dover dire ad una persona che non possiamo dargli i soldi. Ma lo facciamo per il suo bene: se non è in grado di restituirli e gli diamo i soldi la inguaiamo soltanto, non la aiutiamo”. Anni dopo, sullo stesso principio, vennero definite le Norme di Basilea diventate regola invalicabile di ogni banca in Europa.

Senza clamori, volle che nascesse un supermercato che funzionasse per gli ultimi, salvaguardando la loro dignità. Nacque così l’Emporio Solidale, per garantire anche ai meno fortunati gli alimenti necessari per cucinarsi un piatto caldo. Porta il suo nome. Perché in questa stessa giornata, cinque anni fa, Donato Formisano andava via. Lasciando, nel suo nome, un Istituto solido e radicato. Un territorio che è cresciuto, si è sviluppato e si prepara ad andare oltre Fiat. Un modo di pensare che non si concentra sul profitto ma sta concentrato nel bilancio etico e solidale che affianca i conti della Popolare del Cassinate: cioè quel bilancio che, accanto ai numeri, racconta cosa è stato fatto per far crescere il territorio sul piano della cultura, della solidarietà, dell’inclusione.

Lì, in quelle pagine, ci sono tante iniziative nascoste e fatte lontano dai riflettori, costruite con la costanza della formica. Che non ha mai pensato di mettersi a volare.