Domenico Adinolfi, il pugile che non cadde mai abbastanza

Da Ceccano ai titoli italiano ed europeo, passando per la sfida leggendaria con Mate Parlov. Si è spento Domenico Adinolfi, pugile di straordinario talento e uomo di rara dignità, capace di rialzarsi dentro e fuori dal ring.

Belgrado, 10 Luglio 1976. Uno stadio intero contro di lui. Mate Parlov dall’altra parte. Jugoslavo. Fuoriclasse. In casa sua. Undicesimo round. Domenico Adinolfi sta rimontando. Colpo dopo colpo, ripresa dopo ripresa, come sa fare lui. Come hanno sempre fatto i ciociari: con la testa bassa e i pugni avanti, senza chiedere permesso.

Poi l’arbitro suona il gong. Due colpi ininfluenti. Ko tecnico. Fine. Lo stadio esplode. Parlov alza le braccia. Adinolfi rimane in piedi: perché lui non è caduto, non l’ha mandato a terra nessuno: guarda quell’uomo in giacca che ha deciso che era finita. Non fa polemiche. Accetta. E qualche anno dopo diventa amico di quel fiero rivale. Ci vuole una grandezza d’animo precisa per fare una cosa del genere.

La famiglia numerosa

Nasce a Ceccano. Famiglia numerosa. Origini umili. Pochi soldi, tanta fame — quella vera e quella metaforica. Sceglie la boxe. O forse è la boxe a sceglierlo. Da dilettante va in Germania ventuno volte. Ne vince venti. Ne pareggia una. Sua madre, prima di ogni trasferta, gli dice sempre la stessa cosa: «Figlio mio, ricordati che il tuo avversario può essere un parente di quello che mi fregò il maiale»: i tedeschi, nel ’43, si erano portati via la bestia che la famiglia aveva allevato per mesi con sacrifici. Venti vittorie su ventuno. La mamma Adinolfi sapeva motivare.

Nove match da professionista. Poi affronta Giulio Rinaldi, uno dei grandi della boxe italiana, trentacinque anni, una carriera intera alle spalle. Quarto round: Adinolfi è già avanti ai punti. Quinto round: Rinaldi va in ginocchio e non si rialza. Abbandona il pugilato quella sera stessa. Il match viene vissuto come una guerra tra paesi, Ceccano contro Anzio. Ci sono insinuazioni, un’inchiesta federale. Non porta a nulla.

Domenico non risponde. Va avanti.

Campione d’Italia, 4 dicembre 1974

Sul ring di Campione d’Italia. Dall’altra parte Karl Heinz Klein, tedesco, imbattuto da tre anni. Primo round. Adinolfi lo scuote con un destro. Non si scaglia subito, aspetta. Aspetta che Klein sia pronto. Poi incalza: sinistro di disturbo, destro dall’alto in basso sul mento scoperto. Klein si rialza. Poi cade senza essere stato colpito. Fine. Campione europeo dei medio-massimi.

Difende il titolo tre volte. A Wieze. A Torino. E infine a Roma. Sempre lui.

Perde il titolo quella sera di luglio del ’76. Lo sappiamo già come va a finire. Quello che non sappiamo, e che conta, è questo: Adinolfi stava rimontando. L’arbitro lo ha fermato prima che finisse. Lui non urla. Non protesta. Torna a casa.

La rivincita con Parlov viene fissata a Roma, marzo 1977. Non si tiene mai: Adinolfi non rientra nel peso. Altra storia che finisce storta, senza una conclusione pulita.

La seconda vita

Trentaquattro anni. Molti si fermano. Lui no.

Si riaffilia alla federazione. Risale sul ring. Conquista il titolo italiano anche nella categoria dei massimi, lo difende quattro volte. Solo Lucien Rodriguez a Parigi, in un match per il titolo europeo dei pesi massimi, riesce infine a fermarlo.

Poi il cinema: Carlo VerdoneGrand Hotel Excelsior, il ruolo del pugile sfidante. Poi i giovani, da allenatore, da trasmettitore di quello che sapeva.

Cinquantuno match vinti. Due titoli italiani, uno europeo. Una carriera che avrebbe meritato più riconoscimenti di quanti ne abbia ricevuti. Con i vertici federali il rapporto è sempre stato difficile: lui non diceva sì quando pensava no, e questo porta conseguenze.

Domenico Adinolfi era un generoso signor no. Il mondo non gli ha restituito quello che valeva.

L’ultima ripresa

Ci ha lasciato. Il guerriero del ring, l’uomo che non aveva paura di niente, che aveva preso a pugni la vita con la stessa energia con cui aveva preso a pugni gli avversari — si è dovuto arrendere a una rivale più spietata di Parlov.

Ci piace pensare che stia ancora dicendo di no. Che stia ancora rimontando.