Due bare al funerale di Pippo: la sua e quella della televisione garbata

La scomparsa di un personaggio che non era solo un gigante, ma il totem di un certo modo di concepire l’intrattenimento che è scomparso

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Lui alla pietà di Dio, quell’altra al giudizio della Storia. Con Pippo Baudo non se ne va infatti soltanto un gigante dello spettacolo, ma anche l’ultima sentinella vivente di un certo modo di fare televisione.

Quello che non deve necessariamente passare per il turpiloquio, per l’irriverenza lessicale e per la contemplazione sudaticcia, priapistica e vaginale delle brutture umane.

Non c’è alcuna retorica nell’affermare con serenità assoluta che con Baudo se ne va via non un’epoca (quella aveva sloggiato già da tempo dal mainstream catodico italiano e mondiale) ma la possibilità che quell’epoca potesse contare su un totem di rango, anche se professionalmente inattivo da tempo.

Non solo un lutto formale

Pippo Baudo, Raffaella Carrà e Silvio Berlusconi (Foto: Carlo Carino © Imagoeconomica)

E non c’è bisogno di resipiscenze quacchere per sapere oltre ogni ragionevole dubbio (a lui sarebbe piaciuta, era laureato in Giurisprudenza) che la morte di Baudo non rappresenta solo un lutto formale, ma la catarsi definitiva della morte di una tv garbata. E di una Rai da sartoria che da tempo ha abdicato alla sua gemella casual e sudatticcia. Rai ormai in credito di autori nostrani “grazie” all’invasione di format stranieri.

Certo, il mezzo televisivo è di fatto specchio dei tempi ed è quindi “incolpevole” delle sbavature che via via la storia degradata degli ultimi 20 anni ci ha messo ad abitare dentro, ma c’è un dato aggiuntivo.

Ed è quello per il quale, fin dai tempi del maestro Manzi ed ancora oggi malgrado la slavina becera dei social, la televisione non si è mai limitata ad avere un ruolo passivo in questo processo.

La tv “didattica”

(Foto: Paolo Cerroni © Imagoeconomica)

Tutto ciò che i nostri padri, nonni e (limitatamente) figli hanno colto da quello schermo è stato sempre parte attiva delle dinamiche di trasformazione sociale, di linguaggio e di costume. In poche parole: la televisione non è mai stata solo effetto delle mutazioni della società, ma anche causa.

Perciò se uno come Pippo Baudo non ha mai rinunciato ad uno smoking nei suoi cimenti, se non ha mai detto una parolaccia e se ogni situazione urticante l’ha saputa gestire con l’aplomb di un baronetto gallese del ‘700 pur essendo attivo almeno fino al 2007, questo è stato fenomeno didattico, non solo formale.

Di lui si narra che nel 1966 un aiuto glielo diede Rin Tin Tin: un episodio della serie tv sul celeberrimo cane cavalleggero rimase incastrato in bobina e la Rai fu “costretta” a mandare in onda la criticatissima puntata pilota di “Settevoci”, un programma di Baudo che in realtà era l’archetipo di X Factor. E ancora: che la sera prima del giorno della sua tesi Pippo avesse uno spettacolo nella sua Catania con il suo storico partner isolano Tuccio Musumeci, conosciuto fin dai tempi di Militello.

Lo spettacolo e la laurea

La sede Rai di Viale Mazzini (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

Perciò Baudo non rinunciò né a sognare né a tenere i piedi per terra, quindi tenne lo spettacolo e poi, sempre in smoking, la mattina dopo si tolse la cispa dagli occhi, umettò la camicia di profumo, tirò indietro la mitica “leccata” di capelli ed andò a laurearsi dottore in Legge.

Non è un dato superfluo e non è parte della mistica postuma di quelli famosi che muoiono, quando devi prendere aneddotica sciapa e farla diventare epos.

No, quello che Baudo fece quando quattro ore dopo aver deliziato il pubblico deliziò una commissione di prof è esattamente quello che oggi, in tv e nella vita, non accade (quasi) più, non come format almeno.

Sacrificio e vocazione

Pippo Baudo (Foto Cerroni © Imagoeconomica)

Mettere a crasi sacrifici e vocazione è diventata una cosa molto difficile e decisamente dequalificata, in un mondo in cui i parlamentari sono scelti, i medici incasellati ed i conduttori selezionati per battage ideologico e numero di volte in cui dicono “cazzo”. Non è mai stato solo un problema di strabiliante carriera, con Baudo.

Piuttosto con lui si aveva sempre la netta sensazione che anche la televisione, il mezzo nazional popolare per eccellenza (litigò con Enrico Manca, per questa definizione) che però conservava una sua dignità didattica, valessero qualità, probità e merito.

Famoso per merito

Domenico Modugno sul palco di Sanremo

E’ molto difficile pensare una cosa del genere, oggi che ci si ritrova ricchi e famosi dopo aver stuprato 12 congiuntivi, aver aggredito il rivale palestrato sulla spiaggia di isole cretine o aver usato il prime time per parlare come un camallo genovese alla quarta grappa.

Tuttavia una cosa è certa. Tra qualche ora ed all’ombra dell’elefantino della sua Catania l’Italia che conserva in petto quel mezzo magone tra rammarico e nostalgia dovrà dire addio a due bare.

A quella di Pippo ed a quella della televisione garbata che ormai neanche sappiamo rimpiangere più.