Cosa insegna la morte del generale Claudio Graziano, alpino tutto d'un pezzo. Unito al destino di un contadino di Sezze. E di tanti altri ancora. Per i quali, sotto la divisa, batte sempre un cuore.
Hanno trovato morto nella su casa di Roma il generale Claudio Graziano. Non era un ufficiale qualsiasi ma quanto di meglio le Forze Armate italiane avessero saputo sintetizzare sulla greca appuntata in quelle spalline. Era stato Capo di Stato Maggiore della Difesa e presidente del Comitato Militare Ue, due anni fa era stato nominato presidente di Fincantieri il colosso della cantieristica militare e non solo.
Lo hanno trovato senza vita nella sua casa di Roma, la stessa in cui aveva vissuto con la moglie Maria Luisa Lanucara scomparsa alcuni mesi fa. Una morte, dice chi conosceva la coppia, che aveva profondamente cambiato la vita del generale.
Il dettaglio lo accerteranno con le loro indagini i carabinieri. Ma poco conta se abbia scelto personalmente di interrompere il circuito della propria esistenza. Conta che nella sua vita sia stato un alpino: comandante della Taurinense, impiegato in Mozambico, Afghanistan e LIbano. Ruoli che richiedono un profondissimo senso di umanità ma al tempo stesso una rigorosissima presenza a se stessi. O, come si diceva un tempo: era tutto d’un pezzo. Ma…
Il contadino di Sezze

La sua storia mi ha riportato la storia di mio padre che era setino e contadino, ma uomo uguale. Mio padre era schivo di sentimenti, come il generale. E come lui, deciso negli atteggiamenti. Ma…
Ma…? Ma un pomeriggio di inizio anno vide “finire” per un incidente stradale mia madre. Apparentemente fu un passo come un altro: i contadini sanno che la vita riserva sorprese alle quali non c’è modo di opporsi. E sono temprati dentro a sopportare queste decisioni della natura: c’è chi impreca, chi bestemmia, chi accetta fiduviosamente nel nome di quello stesso dio che altri maledicono. In realtà per mio padre fu non avere il sale che nella vita dà la vita stessa. Sia mia padre e sia il generale continuavano la loro vita normale… stringendosi ciascuno dentro la propria divisa: il generale in quella da soldato, mio padre in quella di contadino, entrambi sotto la cappa di un cielo nel quale Altri decidono senza che noi si possa discutere.
Poi un giorno mi ha accolto papà, con l’affanno. Mi ha accolto che voleva camminare ma non poteva non stancarsi. Stancarsi, come il generale. L’ho guardato, lui era più forte di me ma disse “ora mi riposo un poco“. Fu così che mi diede l’ultima lezione: come la lezione del generale. Mi disse che era finito il tempo e che il tempo passato era stato anche il tempo in cui, nonostante tutto, era stato innamorato, era stato vivo.
Sentirsi soli

Sarà per questo che credo nelle cose eccezionali e nel senso delle cose che non vedo. Papà ed il generale avevano bisogno di niente, men che mai di un bacio: eppure la storia diventa paradossale e si sono sentiti soli. Soli come chi non ha paura di niente ma è la paura che li viene a prendere per vie traverse.
Uomini fatti, uomini veri che sono tutti sul filo precario dell’amore che è impalpabile rispetto alla forza di essere forti. Così senza rumore lasciano la scena gli uomini che debbono fare il dovere di vivere e invece vivono per il piacere di amare.
Mio padre ed il generale, insegnano che dentro noi c’è un noi bambino dove conta un bacio sincero, un viaggio senza destino. Dicono che gli eroi sono quelli che vivono nel campo di battaglia, credo che lo siano anche quelli che si tolgono il cappello davanti ad un bacio e per questo sanno uscire di scena.



