A Grottaferrata un largo porta ora il nome di Delfo Galileo Faroni, medico che aveva visto prima degli altri cosa sarebbe diventata la cura: tecnologia sì, ma sempre con un volto umano. Una targa che non celebra, ricorda. E chiede di non dimenticare.
Il drappo rosso è scivolato via dalla targa lentamente, come a liberare una fotografia di famiglia. La scritta recita “Largo Delfo Galileo Faroni”: nessuna statua, nessuna postura da eroe. Solo un nome che prende posto a casa, in uno spazio aperto, proprio mentre in due grosse tende bianche i medici effettuano le analisi gratis alla popolazione. Forse è questo che lui avrebbe voluto.
Non amava l’autocelebrazione il professor Faroni, come tutti lo chiamavano. Le uniche statue che lo appassionavano erano quelle classiche e di epoca romana, la sua passione segreta insieme alla pittura dei grandi del Rinascimento. Amava però la gente. Quella che l’altra mattina a Grottaferrata è arrivata presto. Qualcuno con le mani in tasca per il freddo, qualcuno con un ricordo stretto nella mente.
Non è stata un’intitolazione banale quella del Largo Delfo Galileo Faroni a Grottaferrata. Ma è stato un ricucire con un filo la storia, restituendo voce a chi, in anticipo sui tempi, aveva già capito cosa sarebbe diventata la medicina del futuro. Grottaferrata ha riportato Delfo Faroni nel luogo dove la sua visione ha messo radici. Non un monumento, non una lapide celebrativa ma un largo, uno spazio aperto. Coerente con la sua idea più radicale: la struttura sanitaria come casa dell’uomo, non come macchina che lo inghiotte.
L’intitolazione

L’intitolazione a Largo Delfo Galileo Faroni ha avuto il passo delle cerimonie semplici, quelle in cui gli applausi non coprono l’emozione ma la accompagnano. Il sindaco Mirko Di Bernardo ha aperto l’evento, attorno a lui la Regione Lazio con la vice presidente della commissione Cultura Edy Palazzi, il Comune di Marino con l’assessore Bruno Orazi. E la famiglia Faroni al completo: con la moglie Nadia ed i figli Jessica, Cristopher ed Alba, a portare il colore dell’affetto che spesso manca nei ricordi ufficiali. Perché Delfo Faroni, prima ancora che fondatore dell’INI e innovatore, era un padre, un uomo, una mente in movimento continuo.
E proprio il figlio Cristopher Faroni, oggi presidente del Gruppo INI, lo ha ricordato come l’artefice di un sistema integrato con il territorio, pensato per curare senza perdere la dimensione umana. “Lavorare con amore, umanità e coraggio”, ha detto. Tre parole che nella Sanità di oggi suonano rivoluzionarie quasi quanto il litotritore che suo padre introdusse per primo in Italia nei primi Anni 80 mettendo fine agli interventi a cielo aperto per asportare i calcoli: quel macchinario oggi è in mostra in un museo a Berlino. O come la prima Risonanza Magnetica che lui, visionario vero, portò in Italia nel 1985 quando molti non avevano ancora capito di che cosa si trattasse. “Professore, mi sa che questa volta ha toppato: la macchina funziona ma costa tantissimo” gli disse uno dei collaboratori più stretti il dottor Giovanni Tavanni. Al quale rispose “Giovanni, quando capiranno cosa fa questa macchina vedrai la fila davanti al macchinario”. Ebbe ragione anche quella volta. (Leggi qui: Addio Delfo Faroni, il medico che è andato a spasso nella Storia).
Il pioniere che vedeva prima degli altri

La figlia, Jessica Faroni ha ricordato un dettaglio che da solo basterebbe a definire la portata del personaggio: nel 1947 stipulava convenzioni per permettere ai pazienti di farsi curare nelle strutture private con il Servizio sanitario nazionale. Settantotto anni fa. Una preistoria amministrativa in cui già intuiva la centralità della medicina territoriale, l’esigenza di vicinanza agli anziani, l’idea che arte e bellezza potessero sostenere le cure e per questo pretese di avere i quadri d’autore nelle sue cliniche. Non slogan, ma atti amministrativi, decisioni, scelte.
E poi il ricordo di Giovanni Tavani, quarant’anni di lavoro fianco a fianco: Faroni che accoglie medici e tecnici da tutta Italia per formarli sulla nuova Risonanza Magnetica. Un maestro, non solo un direttore. Uno di quelli che non ti spiega cosa fare, ma ti porta a vedere.
La vita straordinaria di un uomo normale

Nella sua lunga biografia c’è tutto: il rapporto con lo zio reumatologo Tommaso Lucherini, l’allievo prediletto del grande Nicola Pende che proprio lui salverà dalla Commissione per l’Epurazione nonostante il padre dell’endocrinologia fosse tra i firmatari del Manifesto della Razza. (Leggi qui: Pende, la scienza, il razzismo e quel capitolo che manca nei libri)
Delfo Faroni faceva passare per normale tutto ciò che per ogni altro essere umano sarebbe stato straordinario. Fu lui ad essere consultato sulla salute di due Papi, Pio XII e Giovanni XXIII, fu lui ad essere caricato su un executive per atterrare dopo qualche ora in Qatar per visitare l’emiro. Amico di Macario ne fu socio in una delle prime compagnie teatrali: raccontò la nascita di Bambole non c’è una lira ispirato ad un fatto avvenuto a Frosinone in piena guerra dopo un bombardamento. Amico sincero dell’Aga Khan e di Alberto Sordi, il celebre attore si ispirò ai suoi racconti quando creò il personaggio del Medico della Mutua.
Il Faroni segreto è quello che aveva un piccolo zoo in casa con le tigri libere in giardino: dovette levarlo quando la sua preferita, per abbracciarlo, gli lasciò una cicatrice profonda sul petto. Delfo Faroni è l’uomo che con Pende, in piena occupazione tedesca, creò un reparto di malattie infettive al Policlinico dove si curava il misterioso Morbo K: una balla, dietro a quella porta a vetri non c’ertano malati ma decine di ebrei ai quali stavano salvando la vita. Anche per questo fu amico di Rita Levi Montalcini.
Perché intitolargli un largo non è un rito, è un messaggio

Avrebbe potuto accumulare fortune immense se avesse pensato solo al denaro. Invece pensava anche ai pazienti. Nascono così le strutture INI a Roma, Grottaferrata, Tivoli, Canistro, Veroli, Guidonia, Fonte Nuova. Ovunque portava una sola idea: la struttura aperta, dove il paziente non è un numero ma un soggetto attivo della cura.
Oggi la Sanità è fatta di protocolli, algoritmi, codici, burocrazie. Grottaferrata con quell’intitolazione ha ricordato che prima delle tecnologie ci sono le persone. E che dietro ogni innovazione, c’è un’intuizione nata da uno sguardo umano. Faroni non voleva solo curare: voleva riportare la medicina ad ascoltare.
Quel largo oggi porta il suo nome ma soprattutto porta il suo metodo: aprire, includere, guardare oltre. È un invito. A chi lavora nella sanità, a chi la governa, a chi la vive. Un invito a non dimenticare che, senza umanizzazione, anche la migliore innovazione diventa sterile. Grottaferrata, dedicandogli uno spazio pubblico, non celebra un passato. Rende attuale una lezione che continua a servire.
E forse è proprio questo il modo migliore per ricordare un pioniere: non con la nostalgia ma con un impegno.



