Ventuno anni dopo la sua scomparsa, nessuna strada o targa ricorda il giornalista che ha formato generazioni di cronisti. Ma la memoria più autentica resta quella della gente, che ancora oggi ne riconosce il valore fermandosi per strada.
Luciano Renna non aveva bisogno di cerimonie. Chi lo conosceva sa che le avrebbe snobbate con quella sua cortesia distante, quella capacità di essere presente senza occupare spazio. Aveva bisogno, semmai, di essere ricordato per quello che era: un artigiano della notizia, un formatore discreto, un uomo che insegnava senza fare la predica.
Frosinone è una città con poca memoria. Celebra il presente, dimentica subito: non ha radici robuste proprio per questa sua ritrosia a togliersi il cappello davanti al ricordo dei galantuomini. Eppure il capoluogo ne ha prodotti tantissimi ed in molti settori. Compreso il giornalismo: non una piazza, una strada, un vicolo, uno slargo è mai stato intitolato a Luciano Renna o agli altri grandi giornalisti che hanno fatto grande il nome del Capoluogo, non solo raccontandolo ma soprattutto dando vita a quotidiani che senza di loro non sarebbero mai nati. Un oblio colpevole nel quale è stato lasciato Luciano Renna, seppure in buona compagnia: la stessa sorte è toccata a Gianluca De Luca ed Umberto Celani, la stessa toccherà ad Amedeo Di Sora.
Chi era Luciano

Luciano è l’ultimo tasto della Olivetti. È l’uomo passato dalla macchina da scrivere al computer senza lamentarsi né dell’una né dell’altro. È stato uno stagista inaspettato che si era presentato in redazione non per dettare legge ma per fare l’umile collaboratore. Il professore in tuta che aveva dato a Frosinone il Campo CONI e, con una battuta felice, il nome «Matusa» a uno stadio. (Leggi qui: Luciano Renna, lo ‘stagista inaspettato’. E qui L’ultimo tasto della Olivetti di Luciano Renna. E qui: Il professore in tuta che diede a Frosinone il Campo Coni).
Ventuno anni dopo la sua partenza da questa Terra, il bilancio è lo stesso. Non si può mettere via. Non nel cassetto dei ricordi: si sbiadiscono in pochi anni. Meglio nel cassetto degli attrezzi, quello in cui si torna quando si ha bisogno di capire come si fa una cosa.

Alla scuola di Luciano Renna hanno appreso i primi rudimenti del mestiere veri fuoriclasse della penna contemporanea. Da Luciano Fontana che dirige il Corriere della Sera a Dario Di Vico che scrive su quella testata. O Nino Cirillo che è stato colonna al Messaggero negli anni d’oro. Sono nomi che Luciano Renna ha incrociato all’inizio della carriera, quando erano ragazzi che imparavano e lui era il punto di riferimento discreto, quello che non si metteva in mezzo ma stava lì, disponibile, con idee chiare su come si fa il giornalismo e nessuna fretta di dimostrarlo ad alta voce.
Non amava le urla. Amava il dubbio. Preferiva un inciso ben piazzato a un giudizio roboante.
Ventuno anni. E ancora qualcuno si ferma sul Corso
Se nessuno ha dedicato una strada, messo una semplice targa in quello che oggi è il Parco Matusa, il giusto tributo a Luciano lo consegna la gente. Le persone comuni per le quali ha scritto e che andavano in edicola per leggerlo.

Come è accaduto venerdì sera. Uno dei tre figli di Luciano, Andrea Renna cammina con suo figlio Edoardo sul Corso della Repubblica di Frosinone. Edoardo studia ingegneria gestionale. È nato ventuno anni fa, tre mesi dopo la morte del nonno che sapeva della sua nascita ma non ha fatto in tempo a vederlo. Al battesimo ha ricevuto, in chiesa, anche il nome di Luciano. Si avvicina un professionista, saluta Andrea e dice al ragazzo «Tuo nonno è stato un grande: porti il nome di uno dei figli più illustri di questa terra».
Ci sono due modi di ricordare un giornalista. Il primo è il necrologio, la targa, la messa anniversaria. Il secondo è questo: uno sconosciuto che si ferma sul marciapiede, ventuno anni dopo, e dice a un nipote che non ha mai conosciuto il nonno chi era davvero.
È questo il riconoscimento più grande che si potesse dare a Luciano.



