Luciano Renna, giornalista e insegnante, ha lasciato un'eredità enorme attraverso il suo metodo di scrittura sobria e la capacita di raccontare le cose. Vent'anni dopo la morte, la sua eredità sta nelle generazioni di allievi che ancora oggi scrivono seguendo il suo esempio
Non amava le cerimonie, Luciano Renna. Né quelle delle targhe, né quelle delle lacrime. Della morte — come della vita — pensava che bisognasse occuparsene più che parlarne. Eppure, a vent’anni dalla sua scomparsa, l’ultima delle tante generazioni di giornalisti che ha cresciuto si ritrova ancora qui, a tentare di metterlo su carta. Operazione pericolosa, perché Luciano Renna è stato — prima che una firma — un metodo. E ogni metodo resiste poco all’inchiostro celebrativo.
Non era un “maestro” nel senso abusato del termine: non pretendeva mai cattedre, l’unica dietro alla quale si è seduto era quella del Liceo dove ha insegnato per una vita; senza nemmeno consumarla troppo, meglio il campo dove teneva le lezioni di Educazione Fisica. Non si considerava superiore ma nemmeno si genufletteva alla moda. E meno ancora alla politica.
Uomo di tutti i tempi

Entrava in Redazione come si entra in un’officina: la voce bassa e le idee chiare. Non si raccontava. Scriveva. Un uomo d’altri tempi? Forse. Ma più correttamente: un uomo di tutti i tempi.
Luciano Renna fu uno dei pochi a passare indenne dalla macchina da scrivere al computer senza prendersela né con l’una né con l’altro. Semplicemente, scriveva. Non si lamentava del cambiamento: lo osservava, lo studiava e poi ci si metteva in mezzo.
Generazioni di giornalisti alla scuola di Renna

Pensionato da poco, curriculum già lungo quanto la sua sobrietà, era stato direttore per anni della redazione di Frosinone de Il Messaggero, pioniere per lustri della tv locale con Tele Frosinone, corrispondente Rai per Cassino, collaboratore per Il Tempo di Frosinone e riferimento per testate storiche come Il Giorno, Avvenire o la Gazzetta del Sud e La Sicilia. Si presentò nella ricostruita redazione del Tempo, non per dettare legge ma per fare l’umile collaboratore ed affiancare giovani che avrebbero potuto essergli nipoti. Non lo fece per nostalgia. Lo fece perché il suo ambiente naturale era la notizia.
Sapeva riconoscere ciò che meritava un titolo e ciò che andava relegato in fondo pagina. E lo faceva con una prosa asciutta, senza svolazzi, senza aggettivi in sovrappeso. Era allergico alle frasi fatte, alle verità gridate, alle sviolinate al potere. Passava indifferentemente dal fioretto alla sciabola o alla spada, poteva scrivere con la stessa leggerezza di una drammatica seduta del Consiglio comunale o di un party. Tanto, a parlare, erano i dettagli.
Le trame umane

Renna non fu soltanto il giornalista che diede il nome allo stadio Matusa in una definizione che resiste ancora oggi che è un parco, per brillante intuizione e senso della misura. Fu anche e soprattutto un costruttore di trame umane. Sapeva che dietro ogni consiglio comunale c’era un interesse, dietro ogni cronaca nera un dolore, dietro ogni comunicato stampa una verità a metà. E ci metteva la penna, ma prima ancora l’udito.
Odiava le urla. Amava il dubbio. Preferiva un inciso ben piazzato a un giudizio roboante. Era un giornalista col gusto dell’artigiano: misurava le parole, limava, riscriveva. Non s’inventava il mondo, lo registrava. E poi lo restituiva al lettore senza filtro, ma con senso.

Chi oggi dice che Luciano Renna “ha lasciato un vuoto” si illude. Luciano Renna ha lasciato un metodo. Il metodo di chi sa ascoltare prima di domandare. Di chi sa scrivere senza comparire. Di chi sa essere presente senza occupare. Come hanno imparato la moglie Fiorella, i figli Piergiorgio ed i gemelli Alessandro ed Andrea ed i nipoti.
È questa la sua eredità più pesante. Ed è anche il motivo per cui, a distanza di vent’anni, non può ancora essere messo via. Non nel cassetto dei ricordi, ma in quello degli attrezzi. Dove ancora oggi, tra le tastiere luminose e gli algoritmi opachi, torna utile il rumore secco dell’ultimo tasto della sua Olivetti.
(Venerdì sera, presso la chiesa di S.Antonio a Frosinone Luciano verrà ricordato con una messa alle ore 19.00).



