È morto a 88 anni il magistrato simbolo del caso Tortora. A Cassino lasciò il ricordo di un uomo capace di assumersi la responsabilità di un errore giudiziario, chiedendo pubblicamente scusa dopo decenni.
Quando un uomo muore, restano i titoli che gli hanno appiccicato addosso. Nel caso di Diego Marmo, il titolo era uno solo: il PM che mandò in prigione Enzo Tortora. Ma chi lo ha conosciuto a Cassino, negli anni del suo trasferimento in Ciociaria, sa che c’era anche altro.
C’è che il giudice Marmo è stato uno dei pochi che abbia avuto la dignità umana ed il coraggio professionale di chiedere scusa: per avere definito Enzo Tortora «un cinico mercante di morte» e per averne chiesto la condanna. È stato l’unico a farlo.
È morto a 88 anni, portandosi dietro il peso di un errore giudiziario che aveva cambiato la storia di un uomo innocente. E la grandezza, rara, di averlo riconosciuto.
Il Pubblico Ministero del caso Tortora

A Cassino venne da Presidente di Sezione Penale del Tribunale.
Nel novembre del 1987 si tenne il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, più noto come “Referendum Tortora”, poiché nato proprio a seguito del clamoroso caso giudiziario che coinvolse il notissimo presentatore televisivo.
Tortora era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Napoli a 10 anni di reclusione per traffico di stupefacenti, dopo l’arresto avvenuto nel giugno del 1983 presso l’hotel Plaza in via del Corso a Roma, e con il suo nome fatto da alcuni “pentiti”, come Gianni Melluso e Giovanni Pandico. Il Pubblico Ministero di udienza a Napoli era stato Diego Marmo, che nella sua infuocata requisitoria aveva definito Tortora “un cinico mercante di morte”, ritenendo attendibili le accuse formulate dai “pentiti” nei suoi confronti.

Nel frattempo, Tortora nel 1984 era stato candidato ed eletto al Parlamento Europeo con i radicali di Marco Pannella, aveva rinunciato alla immunità parlamentare e si era fatto arrestare a Milano, dove aveva ottenuto gli arresti domiciliari per motivi di salute.
In appello, Tortora venne assolto e la sentenza avrebbe chiarito che in realtà si era trattato di un errore giudiziario dovuto alla confusione fra TortoNa e TortoRa in un nominativo trovato nella agenda di un camorrista.
Il presidente della sezione Penale
Intanto Diego Marmo, anche per il clamore suscitato dal “caso Tortora”, si era trasferito a Cassino, come Presidente della Sezione Penale del Tribunale.
Nella campagna referendaria, Luigino Colella, Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cassino, organizzò un convegno sul voto, invitando il presidente Marmo come ospite d’onore.

Io ero un semplice “praticante procuratore legale”, come si definivano allora i neolaureati, ma come attivista pannelliano mi recai all’appuntamento in Aula Pacis, per ascoltare gli oratori.
Con mio grande stupore, ascoltai molti avvocati che, forse per compiacere o non inimicarsi il presidente Marmo, prendevano via via la parola per il NO, schierandosi quindi contro la introduzione per via referendaria di una qualche forma di responsabilità civile dei magistrati.
Mi feci coraggio e chiesi la parola, difendendo le ragioni dei promotori del referendum, praticamente da solo. La platea restò un po’ attonita ma a sorpresa Diego Marmo mi ringraziò per l’intervento e al termine dei lavori mi prese sottobraccio e volle sapere di più sulla mia militanza politica.
Ma non fece le indagini

Da allora, e per tutto il tempo che rimase a Cassino, ogni volta che ci incontravamo in Tribunale mi portava al bar a prendere il caffè, e alla fine si raccomandava sempre di salutare Pannella, e di ricordargli che lui non aveva svolto le indagini su Tortora, essendo stato semplicemente mandato a sostenere l’accusa contro di lui in udienza.
Diego Marmo è stato l’unico a scusarsi con i familiari di Enzo Tortora per quanto gli era capitato. Era il 2014 ed al periodico Il Garantista disse “Ho richiesto la condanna di un uomo dichiarato innocente con sentenza passata in giudicato. E adesso, dopo trent’anni, è arrivato il momento. Mi sono portato dietro questo tormento troppo a lungo. Chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto. Agii in perfetta buona fede“.
Durante uno dei nostri tanti caffè a Cassino mi rivelò che quel sentimento di rammarico lo aveva dentro da tempo. Quando lessi delle sue scuse lo contattati per complimentarmi di quel gesto. Gli domandai perché non si fosse liberato prima di quel peso interiore. Mi rispose che il silenzio era “l’unica difesa che avevo”.

A ben vedere, l’istruttoria era stata portata avanti dai giudici Di Pietro e Di Persia. Tortora fu rinviato a giudizio da Fontana. Diego Marmo sostenne la Pubblica Accusa al processo. E durante uno dei nostri caffè mi disse che “sulla base degli elementi presenti nel fascicolo, mi convinsi in piena buona fede della colpevolezza dell’imputato. Quegli elementi non dovevano poi essere così campati in aria se anche il tribunale accolse la mia richiesta di condanna”.
Poi una frase che riassume tutto il peso di quella croce portata dentro: “In giro c’erano molti Diego Marmo. Ma sul banco degli imputati sono rimasto solo io. Ho chiesto la condanna di un innocente. Porto il peso di quello sbaglio nella mia coscienza: chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto. Posso solo dire che l’ho fatto in buona fede“.
Anche per questo, riposerà in pace.



