È morto a 94 anni il decano del Foro di Latina. Dalla difesa di Gianni Guido nel processo del Circeo alle ultime udienze, Angelo Palmieri ha interpretato la professione come una missione: garantire il diritto alla difesa, anche davanti all'indifendibile.
Sperlonga. Una città sul mare. Un avvocato che viene da lì. Novantaquattro anni, sessantadue di toga. La carriera iniziata il 21 marzo 1964, quando il mondo era un altro e anche i processi erano un altro modo di raccontarlo. Angelo Palmieri è morto e con lui è calato il sipario su un mondo del quale era uno degli ultimi testimoni. Il più autorevole.
Decano del foro di Latina, principe del foro non tanto per età ma per autorevolezza e per dedizione alla professione.
L’aula

C’è un’aula a Latina. Luglio 1976. Fuori ci sono le femministe, immobili e silenziose, in piedi dietro agli avvocati. Dentro c’è un processo che l’Italia sta guardando con il fiato sospeso. Sul banco degli imputati ci sono tre ragazzi della Roma bene. Si chiamano Angelo Izzo, Andrea Ghira, Gianni Guido. Hanno fatto una cosa che nessuna parola riesce a descrivere completamente: hanno rapito due ragazze, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, le hanno portate in una villa al Circeo, le hanno torturate per trentasei ore. Rosaria non è sopravvissuta. Donatella si è finta morta nel bagagliaio e ha salvato se stessa. Angelo Palmieri difende Guido.
Il 29 luglio 1976 arriva la sentenza: ergastolo per tutti e tre. Prima della sentenza, Palmieri ha fatto un’arringa. Come si fa in ogni processo. Come aveva fatto centinaia di volte. In quell’arringa ha detto una cosa che la storia non ha dimenticato, e probabilmente non dimenticherà. I giornali lo attaccarono duramente. Il movimento femminista era lì, in quell’aula, anche per questo.

Ma al di là di quella difesa, al di là delle parole, Angelo Palmieri con quell’arringa difese la toga e l’avvocatura. Fece capire che in una democrazia, anche a Caino è riconosciuto il diritto a difendersi. Per lui quel principio era un baluardo sacrosanto sul quale era stata costruita la Repubblica. Soprattutto fece capire che dietro ad ogni reato c’è un reo, dietro ad ogni peccato c’è un peccatore. E che lo Stato non ha solo il compito di punire il colpevole ma anche di ricostruire quell’uomo che ha sbagliato, redimerlo e restituirlo alla società. Altrimenti è solo vendetta.
La difesa come missione, sosteneva. Qualunque imputato. È questo il principio che ha sempre rivendicato: ogni accusato ha diritto a un difensore. Anche il peggiore. Anche l’indifendibile. L’arringa non salvò Guido dall’ergastolo: commutato in trent’anni in appello, dopo che i familiari di Rosaria Lopez rinunciarono a costituirsi parte civile accettando un risarcimento.
La toga
Sessantadue anni di processi. Corte d’Assise, Appello, Cassazione. Migliaia di difese. Il Circeo non è stata la sola. Difese anche Gianfranco Urbani, legato alla Banda della Magliana: un altro capitolo buio della storia criminale italiana. Fino agli ultimi mesi era ancora in aula: a marzo del 2026 figurava nel collegio difensivo dell’ex sindaco di Sperlonga Armando Cusani.

Dalla Camera Penale di Latina arrivano le parole più misurate e forse più oneste. Il direttivo parla di «pagine indelebili della storia della professione forense», di «altissimo profilo giuridico, rigore intellettuale e straordinaria dedizione alla tutela dei diritti e delle garanzie». E conclude: «Con la sua scomparsa, il Foro italiano perde uno dei suoi Maestri più illustri».
L’Ordine degli Avvocati di Latina, che nel 2024 gli aveva conferito il riconoscimento Toga per sempre in occasione dei sessant’anni esatti di attività ha annunciato la notizia con cordoglio, ricordando la carriera.
Da colleghi e cittadini arriva lo stesso registro: la lunga carriera, il ruolo centrale nell’avvocatura, la figura del maestro che ha formato generazioni di penalisti.
I funerali
Domani pomeriggio, alle 16.30, a Sperlonga. Lascia la moglie Liliana, il figlio Oreste (anche lui avvocato) la figlia Donatella, i nipoti Giorgia, avvocato, e Angelo Francesco. La toga che si trasmette di generazione in generazione.
Una famiglia che continua. E una storia che resta lì, con le sue luci e le sue ombre, come tutte le storie vere. ma tutte con il diritto ad una difesa. Se è una democrazia vera.



