Con Gianfranco Izzo se ne va un magistrato della scuola napoletana: sobrietà, rigore, senso dello Stato. A Cassino il suo nome resta legato a una stagione giudiziaria intensa e al caso Mollicone. Non lascia rumore ma presenza.
Non amava i riflettori, prediligeva la tranquillità dell’ombra nella quale potersi concentrare sulle carte giudiziarie. Quando il Destino gli mandò il suo primo caso di Prima Pagina Nazionale, la scomparsa e l’assassinio di una liceale appena diciottenne, il Procuratore della Repubblica di Cassino Gianfranco Izzo accettò obtorto collo quell’ondata di notorietà e quella selva di telecamere e taccuini. Di tutti avrebbe fatto a meno.
Soprattutto, avrebbe fatto a meno di legare il suo nome ad una delle stagioni giudiziarie più intense e controverse per il circondario: le indagini sull’omicidio di Serena Mollicone. Ma Gianfranco Izzo ha avuto la capacità di non lasciarsi mai lasciato definire da un singolo caso. Si è lasciato definire da uno stile: pochi interventi pubblici, molto lavoro, nessun protagonismo. Un magistrato della scuola napoletana, nell’accezione più classica del termine.
Si è spento a Napoli nelle ore scorse. Forse con un rammarico, non avere trovato quell’assassino; ma con una certezza: nessuno dopo di lui c’è riuscito nonostante siano passati oltre 25 anni.
Due territori complessi, una sola impostazione

Izzo ha interpretato la funzione giudiziaria come servizio silenzioso, con uno stile che non cercava mai la scena ma si riconosceva nella continuità del lavoro quotidiano. Un magistrato che parlava poco, ascoltava molto e lasciava agli atti il compito di raccontare il suo impegno. Nessuna vita sociale, tranne pochissime eccezioni e tutte per eventi culturali sul territorio. Il decoro della funzione espresso anche nelle piccole cose.
La sua carriera si è sviluppata soprattutto alla guida della Procura della Repubblica di Cassino e successivamente quella di Nocera Inferiore. Due territori complessi, attraversati da dinamiche giudiziarie e sociali delicate, nei quali Izzo ha rappresentato una guida istituzionale equilibrata e costante. Dopo 5 anni a Nocera, una volta raggiunto il limite di età Gianfranco Izzo ha appeso la toga nell’armadio ma ha continuato a mettersi a disposizione dello Stato. Lo ha fatto entrando a far parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale militare e civile italiano impiegato all’estero. Nella nuova veste di consulente parlamentare, si è occupato degli effetti dell’uso di proiettili all’uranio impoverito in territorio di guerra.
I fantasmi di Serena

A Cassino il suo nome resta legato a una stagione giudiziaria intensa, segnata da indagini che hanno coinvolto profondamente il territorio. Tra queste, l’inchiesta sull’omicidio di Serena Mollicone: una vicenda che ha attraversato anni di lavoro investigativo e che continua a rappresentare una ferita aperta nella memoria collettiva.
In quel contesto si colloca un passaggio particolare del suo mandato: un intervento pubblico attraverso una lettera aperta con la quale il procuratore scelse di entrare nel dibattito mediatico su alcuni aspetti dell’inchiesta, in una fase di forte attenzione pubblica e istituzionale. Un gesto raro per un magistrato inquirente, che molti lessero come espressione del suo senso di responsabilità verso la ricerca della verità e la chiarezza del confronto.
A maggior ragione per un personaggio come il procuratore Izzo, per il quale autorevolezza non significava visibilità ma equilibrio. Ed il ruolo non era mai separato dalla dimensione umana delle vicende affrontate.
Non lascia rumore ma presenza

Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un uomo di grande discrezione e umanità. Un magistrato capace di ascolto autentico, mai distante per freddezza ma per rispetto del proprio ruolo. Una presenza solida, mai ingombrante, che dava sicurezza proprio per la sua essenzialità.
Con la sua scomparsa si chiude il percorso di un magistrato che ha attraversato decenni importanti della giustizia italiana senza mai tradire la propria cifra: quella della misura, della compostezza e della dedizione silenziosa. Resta il ricordo di un magistrato gentiluomo. Di quelli che non lasciano rumore, ma presenza.



