La scomparsa dell’ex ministra in Esecutivo Gentiloni ed il suo ruolo cruciale nel preservare una realtà importantissima
Capelli rossi, tanti. Alti su una testa da ex sindacalista e da donna lottatrice, non solo per le donna, ma per chiunque avesse il sangue più rosso dei capelli. I capelli di Valeria Fedeli erano in effetti totem perfetto di quel che batteva in quel suo cuore di pasionaria istituzionale e pop al tempo stesso.
E la notizia della sua morte, a soli 76 anni e, per bocca di Piero Fassino, avvenuta per “un male inesorabile e feroce”, non si è limitata a sconvolgere il mondo della politica e delle istanze sociali. No, perché la già ministra di Istruzione, Università e Ricerca nel governo guidato da Paolo Gentiloni ebbe un ruolo cardinale nel risanamento del “buco economico” che nel 2017 affiggeva l’Università di Cassino.
L’intervento diretto

Le date sono marker di faccende strane, roba che a volte va a coincidere perfettamente con il momento temporale in cui quelle faccende si risolvono. E non per Grazia di Dio, ma per l’intervento diretto ed ex ante di chi riuscì a capire, ad esempio, che un Ateneo cruciale come quello della Città Martire non poteva annegare sotto il peso di un maxi debito di 40 milioni di euro.
Cos’è un debito? In scala singola è una cosa che non ti fa dormire la notte. Su scala di sistema complesso come è un’università? Il debito milionario di Cassino non era grave perchè qualcuno si fosse rubato i soldi: tutt’altro. Sia chiaro: neessuno aveva rubato un solo centesimo. Quel buco si era aperto perché lo Stato aveva tagliato dalla sera alla mattina i fondi per le università italiane e Cassino si era trovata con i cantieri aperti, le ditte sulle impalcature, i contratti da rispettare, lo spettro delle penali dietro l’angolo.

Per evitare di indebitarsi, qualcuno ricorse ad un vecchio trucco contabile con il quale, negli Anni 60 e 70 e nella prima metà degli 80 si costruivano scuole, caserme ed ospedali. Un gioco che si faceva quando la coperta era troppo corta e poteva coprire un pezzo per volta: così si pagavano le ditte quando c’erano le scadenze da contratto, prendendo i soldi dal ‘monte contributi‘. E quando non c’erano le ditte da pagare si versavano i contributi del mese, più quelli arretrati. Per non far scoprire l’operazione, si mandavano all’Inps, puntualmente, i soldi per tutti quelli che dovevano andare in pensione in modo che non ci fossero scoperti al momento di cessare dal lavoro.
La grande furbizia

Un modo per finanziarsi da soli, evitare di indebitarsi, rispettare le scadenze. E nel frattempo recuperare soldi. Vero. E forse mezzo secolo fa si poteva fare. Ma all’epoca in cui è stato fatto a Cassino rischiava di essere un reato. E comunque una cosa disdicevole per un luogo che è chiamato a creare e formare la nuova classe dirigente. (Leggi qui: Maxi debito Unicas, il rischio di dire ‘Arrangiatevi!’).
Grana grossa. Tanto grossa che quando, nel 2017 l’Unicas entrò nell’occhio del ciclone per una situazione economica da tregenda, l’Università di Cassino rischiò di chiudere ed essere assorbita da un ateneo di Roma. Fedeli intervenne.
No, più precisamente arrivò fisicamente alla Folcara e diede un calcio dove non batte il sole al solo spettro che ad un ateneo mette paura vera: quello di essere commissariato.
Il debito da 40 milioni

Valeria Fedeli, testa rossa e cuore sanguigno, era e sarà sempre ricordata come una paladina dei diritti delle donne. E quasi dispiace che, in occasione del suo intervento salvifico, il suo essere stata risolutiva per Unicas coincise proprio con una faccenda legata a quel che più le ammalava il cuore.
Cioè un libro sulle donne e sulle (scarse) possibilità che avevano di fare carriera. Fedeli parlò e disse quel che andava detto (lo proclamò, in realtà, con la tigna di chi a certe cose ci crede), poi spostò l’asse del ragionamento sulle grane dell’Università di Cassino. Come? E con quali esiti concreti?
Tutto condensabile e pietrificato benevolmente in una frase: “Qui c’è il rettore, si esclude il commissario”. Traduciamola liberamente:“Fin quando c’è una catena gestionale operativa e funzionante nessun ente sotto mio controllo deve andare sotto contabilità emergenziale”.
La dura prassi del 2017
Eppure commissariare l’Unicas in quel momento era forse la sola cosa da fare secondo prassi. Ma Fedeli non era così: lei, rossa di pelo e di cuore, era molto più della prammatica. Perciò decise ed operò per andare controcorrente.

Come tutte le donne arrivate in apice istituzionale che prendono in mano i remi delle donne che controcorrente lottano da sempre. Come ogni lottatrice che non proclama solo l’idea di lotta, ma che la fa. Fedeli parlò fra quattro mura con il Rettore di allora, Giovanni Betta e statuì sia un Piano di Rientro che il suo foraggio concreto: un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti.
Debito ufficiale che avrebbe avuto ben altro esito se a garanzia etica non ci fosse stata quella faccia da lottatrice con una “cofana” di capelli grande come una cupola e rossa come il sangue che scorre nelle indoli belluine.
Debito estinto

Unicas restò autonoma e in questi nove anni ha sfornato migliaia di laureati. E, proprio nelle ore in cui una come Valeria Fedeli andava ad organizzare un mondo che non conosciamo, l’Ateneo di Cassino ha estinto quel debito per bocca di colei che oggi siede dove sedeva la Fedeli: Anna Maria Bernini.
Che ha accolto e vidimato l’estinzione del debito per la gioia del “Magnifico” attuale, Marco Dell’Isola. Ed in cuor suo ha detto grazie a quella rossa con l’indole rossissima: Valeria Fedeli. (Leggi qui: Cassino, il giorno dopo il debito Unicas).
Che oggi manca ai suoi cari, al Pd e, soprattutto, all’Università di Cassino.



