A Veroli arde il “Fuoco sapiente” di Servillo, e per fortuna lascia braci

Caperna, Cerquozzi e Vona inaugurano la prima delle sei serate del Festival della Filosofia con un "mostro sacro". E con un tema gigante che ha messo a nudo la nostra superficialità

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Tra le cose peggiori ci sono i fuochi che non lasciano braci. Quelli forti, impuniti ed alteri che però ardono solo della propria presunzione ed alla fine si stemperano in un tappeto grigio di cenere. Quei fuochi là invece, quelli che non abbruciano foreste ma coscienze, trovano ossigeno e vita solo se figliano particole contagiose. Solo se fanno bruciare altro. Sennò li si contempla e li si ricorda magari, ma non li si usa. Cosa che non è accaduta ad esempio a Veroli nel corso della prima delle sei serate del V Festival cittadino della Filosofia, dove il “Fuoco Sapiente” declamato da Toni Servillo ed orchestrato da Giuseppe Montesano ha fatto a menti e cuori del pubblico quel che l’acido fa alle vernici deboli. Ha corroso la superficie e svelato la natura profondamente riflessiva della cittadina ernica.

Il popolo che non mise mai barriere

(Foto: Gianluca Franconetti)

Ha acceso un dubbio e lo ha fatto attraverso uno spaccato su un popolo che non mise mai barriere al suo nome: quello dei Greci. Di una cultura quindi che, irraggiandosi nel Mediterraneo, non partì dal pregiudizio di preservare se stessa ed accolse sempre e solo la benedizione di due cose. La capienza dei sistemi complessi che si fanno modello itinerante e la sfrontatezza di chi, allo scopo di liberarsi in pienezza, non si pregiudica alcuna fetta di conoscenza, neanche la più truce ed aberrante.

Ma non con il fine infido di salmodiare alla pazzia, bensì con quello logico di sapere dopo aver incontrato ogni contrario, e dopo averne esplorato i recessi. Germano Caperna come sindaco, Francesca Cerquozzi come assessore alla Cultura e Fabrizio Vona come direttore artistico forse l’hanno sentita come mai prima, l’usta di un appuntamento così tondamente bello ed “alto”. E’ l’anagrafe dei protagonisti di questa stagione rimossa che dice quanto fosse e sia ricca quella diversità: Pitagora? Di Samo. Eraclito? Era turco. Talete? Di Mileto. Parmenide? Di Elea, era cilentano, il padre dell’Essere.

Servillo in Piazza Santa Salome

Tony Servillo tra il sindaco e la vice (Foto: Gianluca Franconetti)

Colpa soprattutto sua, di Toni Servillo, che nei panni di ospite “sul pezzo” ma di cabotaggio abbordabile ci sta strettissimo. Uno per il quale ricordare ad esempio che è stato inserito dal New York Times tra i 25 più grandi attori dei primi vent’anni del XXI secolo prende i toni di un’iperbole inutile ed orpellata. Servillo è, per chi lo conosce, Servillo e basta, uno tanto degno di parlare della Paideia di Werner Jaeger e di farne vivere le epifanie che a mettergli addosso i suoi pur onorevoli alamari sa di “ybris”, di eccesso (un ubriaco quello è, una persona ammalata di ybris).

Il primo cittadino di Veroli ha perciò sottolineato, da buon docente qual è, il valore didattico di quel che ci approntava da vivere. Perché il tema de “Individuo e Comunità” è l’esatta declinazione del ruolo di un amministratore.

Caperna, Cerquozzi e Vona sul palco

Il sindaco Germano Caperna ed il vice Francesca Cerquozzi (Foto: Gianluca Franconetti)

La titolare della delega alla Cultura ha rimarcato quel concetto citando la dicotomia tra Hobbes ed i filosofi del post monofisismo ed il direttore ha colto l’usta per aggiogare all’austerità del momento l’amara fotografia di una verità attuale. Quella per cui oggi il ruolo dell’insegnate, ruolo che appartiene all’autore Montesano, non gode del riconoscimento che andrebbe concesso ai pedagoghi. Poi tutto è cambiato, tutto è stato pervaso dagli Elleni dopo la discesa degli Eracleidi. Non più e non solo Dori invasori, piuttosto Attici nocchieri e pensatori aperti. Gente di marosi ed approdi.

E lo stesso Servillo, giganteggiando esattamente per questo, è diventato bocca e lingua di ciò che quel popolo straordinario fece al pensiero grazie (ed in anticipo di secoli su Huxley e Morrison) alle sue porte, sempre spalancate e qualunque esperienza. Il suo viaggio lo ha compiuto seguendo una chiave di lettura agra, Servillo. Quella per cui ciò che quei viaggiatori levantini fecero di prezioso noi siamo stati capaci solo di perderlo, spregiarlo e sfregiarlo.

Gli avatar che vivono al posto nostro

(Foto: Gianluca Franconetti)

Con la comunicazione sguaiata dei paradigmi, dei social ipocriti al posto della koinè schietta. E degli avatar che vivono le nostre vite al posto nostro. Vite senza amore, senza poesia, senza le doglie della bellezza colta nel presente invece che inseguita in un futuro di perenne superficialità. “Oggi le catene non servono più, perché le catene siamo noi stessi. Oggi la caverna buia è ovunque, una velenosa rete invisibile. Sacrifichiamo l’anima e il pensiero al totem elettronico che ci deruba della nostra vita. Vivono per noi le nostre memorie esterne, gli avatar digitali, vivono della nostra morte”.

Quali catene? Quelle che imprigionano gli schiavi del mito della caverna di Platone. Uomini disumani ed all’oscuro della loro menomazione, costretti a credere che le ombre siano il mondo. Ed abbacinati dal mondo vero quando uno di essi scioglie i nodi che gli configgono lo sguardo sulla parete della grotta e gira il capo, in dubbio se concedere anche agli altri cotanta luce di verità . “Ma come abbiamo fatto?”.

“Ma come abbiamo fatto?”

Già, come abbiamo fatto – si è chiesto amareggiato Servillo dal palco in piazza Santa Salome – a non vedere più cosa ci stavamo perdendo? Eppure i Greci avevano impalcato la possibilità cognitiva assoluta di cogliere cose come la bellezza selvaggia di Eros, la lucida cote del Logos e la fecondità dell’agorazein, cioè del dialogare in piazza. Lo avevano fatto edificando un teatro in ogni punto di approdo del loro assaggiare il mondo in punta di prora.

Un posto cioè dove “theaomai”, osservare le vicende umane nella loro pienezza agghiacciante, si facesse appiglio per coglierne il significato e mungerne la conoscenza. Di fronte al mare, cioè dove il sole si offre mentre sorge e tramonta, come le esperienze umane.

Il teatro, la poesia e quel che fanno

Il sindaco Germano Caperna con la vice Francesca Cerquozzi ed il direttore artistico Fabrizio Vona (Foto: Gianluca Franconetti)

Cose che vanno capite, assaggiate, leccate, morse, ingoiate, a volte subite. Tutte. Perché un domani esse, figlie di un’ingordigia che non abbiamo più, possano essere ricondotte alla “mesòtes”, alla giusta via di mezzo di Dyke, al registro del bello e buono, ma solo dopo averle contemplate tutte. Per scegliere alla fine la via migliore, e per farlo senza aver lasciato indietro un solo scenario che ne arricchisse la crasi finale. Magari dopo aver assaggiato l’Eros scalzo, carnale, androgino, devastante e tiranno di Saffo, che forse meglio di tutti capì e fece capire la generosa ed ineguagliabile opportunità della poesia. Quella che oggi spregiamo nel nome del lessico funzionalista.

Oppure dopo aver contemplato ed eretto a paradigma il Simposio di Platone con un Socrate defilato, mezzo afono ma sornione. E i nostri, di simposi? “Cimiteri di pensiero, sbandieriamo io-me-mio sugli smartphone ed i weekend di massa per farci invidiare”. E forse il segreto di quel Fuoco sapiente che ha arso Veroli in una calda sera d’estate sta tutto là, nella necessità di tornare ad uccidere l’apparenza che ci ha fatti ammalare tutti di cose fatue.

E di farlo grazie al grandioso memento dell’uomo che, per un’ora e mezzo, ci ha porto l’arma con cui togliere dal mondo la parte peggiore di noi stessi. Quella che ha dimenticato i Greci e quel che i Greci fecero al mondo. Per un pugno di like o per un suv tronfio messo a sosta compiaciuta ed altera a portata di sguardi invidiosi e bilateralmente meschini. Perché come ha detto Barker “saperlo è scienza, usarlo è arte”.