Anagni, dove l’arte rinasce tra gli stucchi. L'iniziativa del vescovo Spreafico. Jago trasforma la chiesa della Madonna del Popolo in laboratorio creativo. Come ha già fatto a Napoli
Da luogo sacro a fucina d’arte. Dimenticata dai riti ma non dalla memoria, la chiesa sconsacrata della Madonna del Popolo ad Anagni è pronta a vivere una seconda, straordinaria vita. Non sarà più tempio di preghiera ma di bellezza. A restituirle voce e anima sarà Jacopo Cardillo, in arte Jago, lo scultore visionario che ha fatto della materia un linguaggio e della provocazione un’architettura.
A credere per primo in questa metamorfosi è stato il vescovo di Frosinone e Anagni, Ambrogio Spreafico: ha scelto di concedere a titolo gratuito l’antica chiesa a Jago per farne un laboratorio d’arte, uno spazio di creazione, esposizione e rinascita. Come già accaduto nel cuore del Rione Sanità a Napoli, anche qui l’arte proverà a riattivare un tessuto urbano e sociale, a riscrivere il rapporto tra le persone e il luogo che abitano.
L’anima di Anagni incontra la visione di Jago

Non è un’operazione qualunque: la Madonna del Popolo non è una chiesa qualsiasi. Sorge in un quartiere dalla stratificazione storica importante, fu progettata nella sua forma attuale dall’architetto lusitano Emanuele Rodriguez Dos Santos (quello della SS. Trinità a via Condotti) e custodisce una pala d’altare del pittore anagnino Magno Tucciarelli. Per quasi un secolo fu affidata ai Padri Trinitari, i cui voti risalgono al pontificato dell’anagnino Innocenzo III. Insomma, un edificio che è impasto di fede, arte, comunità e storia.
E che oggi trova un nuovo custode. Jago non è solo uno scultore celebre. È un figlio di Anagni, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Frosinone, capace di scolpire la tradizione con le mani nel marmo e la mente nel presente. Con il suo laboratorio artistico, la chiesa tornerà a essere uno spazio vivo, aperto, dove l’arte non solo si contempla, ma si tocca, si plasma, si vive.
Da tempio di culto a polo culturale

L’iniziativa, che sarà presentata ufficialmente lunedì a Fiuggi, punta a replicare il modello di successo dello “Jago Museum” partenopeo. Anche qui ad Anagni potrebbe nascere un museo permanente, un punto di attrazione capace di portare turismo, cultura e identità in un territorio ricchissimo ma troppo spesso ai margini del circuito artistico nazionale.
Il progetto non è solo una questione estetica. È un’operazione culturale e politica nel senso più alto: riconsegnare un patrimonio alla collettività, valorizzare un bene storico con una funzione nuova, e soprattutto dimostrare che la bellezza può farsi motore di sviluppo. Senza proclami, ma con lo scalpello in mano.
Il miracolo laico dell’arte

Non è la prima volta che Jago accende i riflettori su spazi dimenticati. E se a Napoli il miracolo si è già compiuto, ad Anagni c’è tutta l’intenzione di ripeterlo. Con buona pace di chi pensa che l’arte serva solo alle gallerie o ai salotti. Qui sarà viva e concreta, in dialogo con la città, con le sue pietre e con le sue persone. Esattamente come ha immaginato il vescovo Ambrogio Spreafico: un miracolo laico affidato alla potenza dell’arte che un tempo glorificava le scrittura ed ora riporterà la gente verso il bello. Che è espressione sempre della Parola.
E se un tempo la Madonna del Popolo proteggeva spiritualmente i suoi fedeli, oggi tornerà a parlare con loro. Lo farà attraverso il genio e le mani di Jago. Perché il vero patrimonio non è solo quello che si eredita: è quello che si trasforma e si condivide.



