L’anarchico di Ceccano e le figlie: la principessa e la soubrette

La storia dell'anarchico di Ceccano Aristide Ceccarelli. E del ricchissimo lascito di una delle figlie (sposata ad un principe) per ricordarlo. Ma il Comune di Roma non crea la fondazione. L'attentato al Re. L'esilio in Argentina. I legami con Palazzo Brancaccio. L'altra figlia fu star del teatro di varietà

Marco Barzelli
Marco Barzelli

Veni, vidi, scripsi

«Oggi 22 ottobre 2010, per onorare la memoria del mio adorato padre Aristide Ceccarelli, decido di lasciare 30.000 euro, circa 60 milioni, al Comune di Ceccano dove è nato mio padre, per 20 conferenze annuali di commemorazioni da tenersi nella sala del Mosaico Romano. 200.000 euro, circa 400 milioni, allo stesso comune per fare beneficenza ai bisognosi del paese». Sono le volontà della principessa Fernanda Ceccarelli Brancaccio, nata il 7 luglio 1907 e deceduta il 22 ottobre 2014 a Roma: alla veneranda età di 107 anni, esattamente quattro anni dopo la disposizione della donazione a favore della città natale del suo «adorato padre»: l’anarchico e sindacalista Aristide Ceccarelli.

Che nacque a Ceccano il 27 marzo 1872 e morì di tubercolosi nella Capitale il 5 agosto 1919: aveva appena 47 anni. Quando Fernanda, futura consorte del principe Marcantonio Brancaccio, ne aveva 12. E sua sorella Bianca, Classe 1898, era ventunenne. E prossima a diventare Bianca Star: una delle più grandi attrici e cantanti del varietà italiano. Lei è scomparsa il 17 novembre 1985: all’età di 87 anni.  

È la storia di un anarchico perseguitato, di una principessa screditata e di una soubrette dimenticata. Come suo padre e sua sorella, ingiustamente.

L’amore per Ceccano

I principi Marcantonio e Fernanda Brancaccio (Foto: Fondo Vedo)

Il lascito è stato trasmesso a Palazzo Antonelli nell’aprile 2015: è un’aggiunta al testamento generale redatto il 21 maggio 2009 e pubblicato il 24 ottobre 2014. Il Comune di Ceccano era retto dal commissario prefettizio Emilio Dario Sensi. Che aveva preso il posto dell’omologo Edoardo D’Alascio, insediatosi dopo la caduta dell’amministrazione guidata dalla sindaca Manuela Maliziola.

Proprio la prima cittadina, durante il suo mandato, aveva avuto il piacere di conoscere la principessa Brancaccio. «Una donna colta, intelligente, dotata di gran classe che, nonostante lo sfarzo che la circondava, non ha mai dimenticato le sue origini fabraterne – ricordò via social a suo tempo -. Nel piacevole incontro che ebbi con lei, intuii la sua volontà di lasciare memoria di sé nella nostra città. A Ceccano lei era particolarmente legata, tanto da voler essere informata dei reali bisogni del nostro paese».

L’eredità, ovviamente, è stata accettata. Ma c’è un terzo incomodo: il principe Ferdinando Massimo. Che, appartenente all’altra storica famiglia principesca capitolina, ha impugnato il testamento: rivendica di essere l’erede universale dell’immenso patrimonio dei Brancaccio. Tra cui spicca l’omonimo Palazzo di via Merulana: l’odierna sede del Museo Nazionale d’Arte Orientale. Il commissario Sensi, per non pesare sulle tasche dei cittadini, ha preferito non costituire il Comune come parte civile affidandosi esclusivamente alle vie legali preannunciate dal Campidoglio. 

Il testamento della principessa

Aristide Ceccarelli

La principessa Fernanda, con il testamento pubblico del 2009, ha voluto donare tutti i suoi averi e rendite al Comune e ai bisognosi di Roma e Ceccano. Per questo ha preteso l’istituzione di una Fondazione da affidare al sindaco pro tempore della Capitale, al tempo Ignazio Marino.

Il principe Ferdinando, però, continua a sostenere che allora la vedova di Marcantonio – deceduto il 5 novembre 1961, senza figli – fosse incapace di intendere e di volere. E, mentre era già finita a carte bollate, è spuntato un altro testamento: del luglio 2012. Che pareva inizialmente firmato anche quello dalla principessa: nel caso avrebbe annullato quello precedente. E, invece, no.

Al Tribunale di Roma è entrata in gioco l’Avvocatura Capitolina e il nuovo atto mortis causa è stato giudicato apocrifo: non autentico. La sentenza è del 13 gennaio 2018.

Ma, a distanza di oltre tre anni, la Fondazione Brancaccio non è ancora nata. Nell’ultima relazione al rendiconto di gestione, stilato nel 2020 dalla Giunta trainata dalla sindaca Virginia Raggi, si legge ancora una volta che «sono state riavviate le attività relative alla istituenda Fondazione Marcantonio Brancaccio, in raccordo con l’Avvocatura Capitolina».

L’intenzione c’è: manca la sostanza. Ovvero l’ente che deve destinare il patrimonio alla collettività. Perché dal maggio 2020, a seguito di una mediazione civile tra gli eredi – assente, senza ripercussioni, il Comune di Ceccano – non esiste più alcun oggetto del contendere.

In memoria dell’anarchico

L’ex sindaco di Ceccano Aldo Papetti

A Ceccano, se saranno esauditi una volta per tutte i desideri della principessa Fernanda, arriveranno 200 mila euro per i meno abbienti della città. Nonché 30mila euro per l’organizzazione di 20 conferenze annuali per commemorare la figura di Aristide Ceccarelli: nato e cresciuto in un’abitazione antistante alla chiesa di San Giovanni Battista. Come vorrebbe sua figlia, «nella sala del Mosaico Romano»: ovvero l’antica sala consiliare del Comune.

Né le precedenti amministrazioni di centrosinistra né tantomeno l’attuale centrodestra al potere, però, hanno mai pensato di intitolare uno spazio pubblico a uno dei figli più illustri di Ceccano. Uno su tutti, nell’universo della politica, ha valorizzato la figura dello stagnino diventato eroe del mondo operaio: il compianto ex sindaco 1977-1981 Aldo Papetti, che negli anni ha coltivato un’amicizia con la principessa Fernanda Brancaccio. E, con lui, il Liceo Scientifico di Ceccano: grazie a un progetto didattico curato dal docente di storia e filosofia Mario Morsillo

L’attentato al Re

Eppure il ceccanese Aristide Ceccarelli, figura di spicco del movimento anarchico italiano, fu segretario regionale della Confederazione Generale del Lavoro: l’antenata della CGIL. Nonché membro della commissione esecutiva della Camera del Lavoro di Roma. Malgrado un’istruzione elementare, fu lingua tagliente nel Congresso anarchico internazionale di Amsterdam del 1907 e penna pungente con lo pseudonimo “Refrattario”. Perché in vita riuscì a resistere alle più infamanti accuse e alle più cocenti umiliazioni. Nel 1894, appena ventiduenne, fu arrestato assieme ad altri anarchici del “Circolo 9 Febbraio”. Non avevano prove riguardo a un suo coinvolgimento in attività sovversive e lo rilasciarono. Salvo poi condannare le sue idee rivoluzionarie, spedendolo in esilio per due anni alle Isole Tremiti.

L’illustrazione dell’attentato di Pietro Acciarito

A seguire si registrò il secondo attentato al re d’Italia Umberto I di Savoia: era il 22 aprile 1897 e l’anarchico di Artena Pietro Acciarito provò ad accoltellarlo all’Ippodromo di Capannelle. Acciarito, poi condannato all’ergastolo, sostenne inizialmente che tra i suoi complici ci fosse proprio Ceccarelli. Ma, durante il processo, ritrattò: le forze dell’ordine lo avevano gonfiato di botte per fargli puntare il dito contro l’esponente socialista.

Che nel 1905 emigrò in Argentina, ma anche a Buenos Aires non trovò affatto la tranquillità che cercava per sé e la sua famiglia: l’ambasciata italiana chiese di tenerlo continuamente sott’occhio. Solo perché la pensava diversamente: aveva appena pubblicato la sua opera-manifesto, “L’anarchia volgarizzata”, sequestrata dalle autorità.

Tornò a Roma e fu profondo antimilitarista durante la Prima Guerra Mondiale. E, quando la tubercolosi lo strappò alla vita, l’intero universo dei confederati, anarchici e socialisti inondò le strade di Roma per accompagnare la sua salma. Struggenti i ricordi di sua figlia Bianca Ceccarelli, affidati nel 1984 – un anno prima di morire – alle pagine del libro “Mio padre, l’anarchico”. Un padre che adorava, come Fernanda, e perso troppo presto. 

Il ricordo della soubrette

Non può mancare, in conclusione, anche un ricordo di Bianca Star: l’artista di una famiglia nelle cui vene scorreva sangue ceccanese. Il nome d’arte le fu dato da una rivista di Diana Mac-Gill, all’anagrafe Fedora Fattinaldi, la protagonista del “Nuovo Teatro Futurista” del drammaturgo Rodolfo De Angelis.

Bianca, avviata al mestiere di sarta al pari di sua madre Adele Bottini. Quella che Aldo Papetti ha ribattezzato «la bella trasteverina». E che, in un’esistenza travagliata, visse una grande storia d’amore con Aristide. La loro figlia primogenita, però, aveva il mondo dello spettacolo in mente. Dopo vari provini, fu scritturata dalla Ceasar Film: casa di produzione attiva nel cinema muto. E nel 1925, con il nome di Bianca Renieri, fu protagonista della pellicola “Contessina”: di Arturo Gallea, regista e direttore della fotografia.

Bianca Star Ceccarelli (Ritratto di Primo Conti)

Ma è nel teatro di varietà che avrebbe trovato la sua consacrazione e il nome d’arte definitivo. Fu apprezzata soubrette all’Eden di Napoli e primadonna della compagnia fiorentina di Odoardo Spadaro: uno dei primi cantautori italiani. È allora che il pittore futurista Primo Conti la volle immortalare in due ritratti.

Dopo i successi negli anni Cinquanta, quelli in tarda età: quando il suo libro “I miei anni Venti” riaccese l’interesse del pubblico. Con tanto di ripubblicazione di due canzoni interprete da giovane, “Borgo antico” e “Desiderio ‘e sole”, e l’uscita dell’album “Le canzoni d’amore di Bianca Star”. Quest’ultimo un anno prima di morire, quando apparve anche in tv cantando “Sinnò me moro” a Italia Sera.

Nel mezzo, tra i successi iniziali e conclusivi, l’addio – in realtà un arrivederci – al palcoscenico e l’auto-isolamento a Palazzo Brancaccio: da sua sorella Fernanda. Le figlie dell’anarchico di Ceccano. Dove non c’è niente che lo ricordi come merita. Anche se un giorno, con tutta probabilità, arriveranno 30 mila euro per commemorarlo e 200 mila euro per aiutare i cittadini bisognosi.

Sempre se a Roma si decidono a dar vita alla Fondazione.