Gli alunni di Sant’Elia e Vallerotonda raccontano la loro terra e il sacrificio dei soldati che combatterono a Cassino. Da Londra arriva una lettera che commuove e riafferma il valore universale della memoria.
Il passato non è un peso: è una radice viva. C’è un territorio, tra Sant’Elia Fiumerapido, Vallerotonda e la martoriata Cassino, dove i bambini ancora oggi imparano il valore della memoria. E lo fanno non con le parole degli adulti ma con gesti che lasciano il segno. Come quello, semplice e potente, di scrivere una lettera a un Re.
È accaduto alcuni mesi fa. Gli alunni delle scuole secondarie di primo grado di Sant’Elia e Vallerotonda hanno preso carta e penna — anzi tastiera e cuore — e hanno scritto in inglese a Sua Maestà Re Carlo III d’Inghilterra. Lo hanno fatto su iniziativa della professoressa di Inglese Pina Mauriello, che da anni lavora per costruire nei ragazzi non solo competenze linguistiche ma soprattutto ponti culturali e umani. Con la stessa passione con cui ha portato i suoi studenti in stage linguistico a Malta, li ha accompagnati stavolta in un viaggio più intimo, verso le proprie radici.
Il viaggio verso le radici

Nella lettera, i ragazzi hanno raccontato i loro paesi: piccoli centri incastonati tra i monti, circondati dalla natura, ricchi di storia e tradizione. Hanno parlato di Sant’Elia, di Vallerotonda, del fiume Rapido. Ma soprattutto, hanno ricordato ciò che rende unica questa terra: il sacrificio silenzioso di migliaia di giovani soldati britannici, neozelandesi, indiani, canadesi, che tra il 1943 e il 1944 vennero a combattere per la libertà di un Paese che non era il loro.
«Ogni volta che visitiamo il Cimitero di Guerra di Cassino – hanno scritto – ci sentiamo orgogliosi e riconoscenti. Quei soldati sono morti per noi. E noi non vogliamo dimenticarlo».
Parole semplici, scritte da ragazzi di tredici anni ma che arrivano dritte al cuore. E che hanno percorso migliaia di chilometri fino a Buckingham Palace. Dove hanno trovato ascolto. E risposta.
La risposta del re

Qualche giorno fa, è arrivata la lettera ufficiale di Buckingham Palace, firmata dal Capo della Corrispondenza Reale, a nome di Sua Maestà. Re Carlo III ha ringraziato gli alunni per le loro parole, si è detto “commosso nel leggere della vostra scuola” e ha espresso profondo apprezzamento per i disegni e gli elaborati allegati, definiti con affetto “opere d’arte”. Un gesto che, in un’epoca come la nostra, vale più di mille discorsi retorici.
La risposta del Sovrano non è un atto di cortesia: è un riconoscimento formale a una comunità che ha saputo conservare il valore della memoria. Una cosa fondamentale nel momento in cui la guerra sembra qualcosa di lontano, un videogioco o una serie TV e invece è drammaticamente vicina più di quanto immaginiamo.
I ragazzi di questo lembo di Lazio dimostrano che la storia può ancora parlare, se ci sono adulti capaci di trasmetterla. Lo sa bene il Dirigente scolastico, professor Nazario Malandrino, che ha commentato con lucidità ed emozione: “I nostri ragazzi hanno saputo evocare un legame antico, profondo, spesso dimenticato. Hanno dimostrato che la memoria dei caduti non è qualcosa di remoto ma un fondamento della nostra identità. E Re Carlo, con il suo gesto, ha restituito a quella memoria il giusto onore. Oggi tutto è rumore ma questa risposta silenziosa è un atto educativo straordinario”.
Nulla accade per caso

Ma se oggi questa memoria vive nei ragazzi, non è frutto del caso. È il risultato di un lavoro costante, capillare, portato avanti nel tempo da insegnanti, dirigenti ma anche da cittadini che hanno fatto della Storia una missione civile.
Tra questi, impossibile non citare l’avvocato Roberto Molle, per anni voce appassionata e punto di riferimento nella trasmissione della memoria del Secondo Conflitto Mondiale. Con il suo lavoro instancabile nelle scuole, con la creazione di un museo dedicato alla guerra e con il racconto umano delle battaglie vissute su queste montagne, Molle ha tenuto viva una fiamma che rischiava di spegnersi. E che oggi, proprio attraverso il gesto di questi studenti, dimostra di poter ancora illuminare il futuro. (Leggi qui: Addio a Roberto Molle, gentiluomo del Foro e custode della memoria).
Perché Cassino non è solo una città distrutta nel 1944. È una città martire. Come Gaza oggi. Non per paragoni facili o ideologici ma per richiamare l’urgenza di ricordare cosa significhi vivere sotto le bombe, perdere tutto, vedere la propria storia andare in frantumi. E comprendere che la pace non è mai scontata. Va custodita, raccontata, onorata. Anche e soprattutto dai più giovani.
Cè ancora speranza. E viene da una scuola di provincia, tra le colline del Cassinate, dove le nuove generazioni imparano che ricordare è un dovere. E che dire “grazie” è il primo atto di cittadinanza.



