Riapre l’ex Carcere Borbonico: un luogo e mille pagine di Storia a Santo Stefano

Non è stato riaperto un carcere. È stata riaperta una pagina di storia. Fino al 30 settembre, massimo 24 visitatori al giorno con prenotazione obbligatoria. Il sindaco Caputo: «Restituire Santo Stefano significa permettere di entrare in contatto con la storia della libertà». Ma la riapertura non può essere un punto di arrivo.

Le stesse acque che separavano i prigionieri dal mondo hanno cullato, a poche centinaia di metri, il sogno dell’Europa unita. Da una parte Santo Stefano con le sue celle a ferro di cavallo, il panopticon di Bentham applicato alla pietra borbonica, l’occhio del carceriere che vede senza essere visto. Dall’altra Ventotene, dove Spinelli e Rossi scrivevano al confino che la libertà è il solo destino degno di un continente. Dall’11 agosto quel luogo è tornato aperto ai visitatori: 24 al giorno, prenotazione obbligatoria, come si conviene a un sito che non è un’attrazione turistica ma una testimonianza. Non è stato riaperto un carcere. È stata riaperta una pagina di storia.

Per accedere è necessario prenotarsi presso il Centro Visite della Riserva Naturale Statale e Area Marina Protetta delle Isole di Ventotene e Santo Stefano. La riapertura arriva dopo la conclusione, nel maggio 2026, dei collaudi relativi agli interventi di messa in sicurezza.

La storia: Bentham e il Panopticon

Il carcere fu costruito a partire dal 1793 per volontà di Ferdinando IV di Borbone, su progetto dell’ingegnere Francesco Carpi ed entrò in funzione nel 1795. La sua caratteristica struttura a ferro di cavallo risponde ai principi del Panopticon il modello di carcere ideato da Jeremy Bentham: le celle erano disposte intorno a un punto centrale dal quale era possibile controllare i diversi bracci della struttura. I detenuti, invece, non potevano sapere quando fossero effettivamente osservati. Il principio era quello di rendere possibile una sorveglianza continua attraverso la semplice possibilità del controllo.

Per questo l’ex carcere di Santo Stefano non rappresenta soltanto una testimonianza dell’architettura penitenziaria. Racconta anche il rapporto tra potere, autorità e libertà in una fase importante della storia dello Stato. Per quasi due secoli vi furono detenuti criminali comuni e condannati politici, fino alla chiusura nel Novecento e al successivo periodo di abbandono.

Il Manifesto di Ventotene: dall’altra parte dell’isola

Il municipio di Ventotene

Il valore del complesso è legato anche alla storia della vicina Ventotene. Durante il confino fascista, nel 1941Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi elaborarono il Manifesto di Ventotene, documento fondamentale per la costruzione dell’idea di un’Europa libera e unita. Da una parte Santo Stefano, luogo di detenzione e controllo. Dall’altra Ventotene, luogo dal quale nasce una riflessione politica sulla libertà, sulla democrazia e sull’Europa. È questa sovrapposizione di storie a rendere l’area un patrimonio che va oltre la dimensione locale.

Il sindaco di Ventotene Carmine Caputo sottolinea il valore storico e civile della riapertura: «La riapertura di Santo Stefano è un momento importante per Ventotene e per tutti coloro che riconoscono in questo luogo un pezzo fondamentale della storia italiana ed europea. Restituire Santo Stefano ai visitatori significa permettere a cittadini, giovani, turisti e studiosi di entrare in contatto diretto con una storia fatta di sofferenza, di privazione della libertà, ma anche di grandi battaglie civili e ideali. Il nostro compito è custodire questo patrimonio e accompagnarne la valorizzazione con grande responsabilità, garantendo al tempo stesso la tutela dell’isola e del suo delicato ecosistema».

Caputo indica anche la direzione politica per il futuro: «Ventotene vuole continuare a essere non soltanto una destinazione turistica, ma un luogo della memoria, della cultura e dei valori europei».

Non un punto di arrivo: serve una strategia permanente

La riapertura rappresenta un passaggio concreto e significativo, ma non può essere considerata un punto di arrivo. Santo Stefano ha bisogno di una strategia di valorizzazione stabile, capace di mettere insieme tutela, ricerca, cultura, formazione e turismo sostenibile. Il carattere nazionale ed europeo della sua storia rende necessario un impegno istituzionale che vada oltre il solo livello comunale.

Il numero contingentato degli accessi è una scelta legata alla tutela del sito. Ma il vero obiettivo deve essere quello di costruire attorno all’ex carcere un progetto culturale permanente. Non si tratta soltanto di recuperare un edificio storico: si tratta di restituire alla comunità un luogo attraverso il quale raccontare la storia del potere, della libertà e della democrazia. Santo Stefano può diventare uno dei luoghi nei quali l’Italia racconta alle nuove generazioni la propria storia e, insieme, le radici della costruzione europea.

Le porte del carcere si sono riaperte. Ora spetta alle istituzioni fare in modo che quella pagina di storia rimanga aperta anche nel futuro.