Da giovanissimo militante della destra ceccanese bruciò in piazza il romanzo di Dan Brown per punirne la blasfemia. Vent'anni dopo, Massimo Ruspandini — parlamentare, senatore, deputato — chiude il cerchio e dà alle stampe il suo primo romanzo: Nella terra dei Giganti, scritto con Giancarlo Pavat. Un thriller storico che parte dallo schiaffo di Anagni e non smette mai di fare domande scomode. Sperando che Dan Brown non si vendichi.
Vent’anni fa era diventato famoso per un libro. Non per averlo scritto ma per averlo bruciato. L’autore non ne ebbe grosso danno: Il Codice Da Vinci di Dan Brown diventò un best seller. Chissà se gli ha portato bene quel rogo organizzato sulla pubblica piazza di Ceccano “per punirne la blasfemia” da un giovanissimo Massimo Ruspandini, focoso esponente della Destra in una città sempre a sinistra. Anni dopo sarà proprio lui a strappare la bandiera rossa dal pennone della Stalingrado di Ciociaria e portare al governo comunale il primo sindaco civico di centrodestra nella storia ceccanese.

Non era quello l’unico appuntamento con la Storia. Quel ragazzo diventerà parlamentare, eguagliando due giganti della politica ciociara: Angelino Compagnoni (comunista) e Romano Misserville (Missino) entrambi Senatore e Deputato. Anni dopo, anche Massimo Ruspandini varcherà la soglia di Palazzo Madama e poi quella di Montecitorio. Non diventerà famoso come Compagnoni per avere promosso la Legge sull’Affrancamento delle Terre, né come Misserville per avere accettato il ruolo di Sottosegretario al Lavoro solo per il tempo di riportare nella sua stanza un quadro di Benito Mussolini che il 25 luglio ’43 volò ddalla finestra e gli finì quasi addosso.
C’era un altro cerchio da chiudere. Quasi una ferita da sanare. Quella con i libri. Lo ha fatto in queste ore, Massimo Ruspandini: dando alle stampe un volume: “Nella Terra dei Giganti”, scritto a quattro mani con Giancarlo Pavat, fotoreporter e studioso degli Ordini Cavallereschi e Monastici nel Lazio Meridionale.
I giganti non sono morti. Dormono sotto Anagni

Anagni, 1303. Lo schiaffo a Bonifacio VIII ha appena ridisegnato i confini del potere in Europa. Due cavalieri templari fuggono con un codice antico — la Clavicula Adami — che qualcuno, nei secoli successivi, ha deciso che fosse meglio non trovare mai più. Da questa scena d’apertura, Giancarlo Pavat e Massimo Ruspandini dichiarano subito le proprie intenzioni: non scrivere un romanzo storico, ma qualcosa di più insidioso. Un libro che usa la storia come si usa una torcia in una cantina — non per illuminare tutto, ma per far capire quanto buio ci sia ancora intorno.
Nella terra dei Giganti trascina il lettore lungo 560 pagine, edite per i tipi di Idrovolante Edizioni (22 euro). Funziona perché i suoi autori hanno capito una cosa che molti nel genere dimenticano: il mistero non ha bisogno di terre esotiche. L’Italia è già di per sé un palinsesto di segreti sovrapposti, nel quale ogni cripta contiene almeno una domanda senza risposta. Ed ogni pietra medievale potrebbe nascondere l’ultima tessera di un puzzle che nessuno ha ancora finito di assemblare. Anagni, le sue chiese, i suoi sotterranei: non sono uno sfondo ma un personaggio. Forse il principale.
I due piani

Il romanzo si muove su due piani temporali — il Medioevo e il presente — che non si alternano ma si specchiano, rilanciandosi la stessa domanda attraverso i secoli: chi decide cosa deve essere ricordato e cosa sepolto?
È una domanda che non ha mai smesso di essere attuale. E Pavat e Ruspandini hanno l’intelligenza di non rispondere, lasciando che sia il lettore a portarsela a casa.
Resta, chiuso il libro, quella sensazione precisa e difficile da scrollarsi di dosso: che il passato non sia finito. Che stia ancora aspettando, paziente, sotto i nostri piedi. Sperando che, a distanza di vent’anni, Dan Brown non lo giudici blasfemo. E si vendichi di quel rogo.



