Se lo studente universitario ‘a’ qualche piccolo deficit…

Il libro del docente Unicas Marco De Nicolò fotografa in maniera impietosa la scarsa preparazione degli studenti. Analizza il fenomeno e ne inquadra le cause: prima delle quali la morte della passione politica dopo gli anni '70. Con codazzo di slogan vuoti, scuola pubblica resettata e perdita di interesse.

Massimo Gentile
Massimo Gentile

Sao ko kelle terre...

La fotografia è impietosa. «Abitano in case con pochi libri, non seguono ciò che avviene nel mondo. Né hanno cognizione della funzione delle diverse istituzioni pubbliche. Non hanno mai frequentato una biblioteca, non viaggiano, non hanno percezione della profondità temporale».

Non basta? C’è altro. «Conoscono in modo insufficiente l’italiano e non hanno alcuna competenza nelle lingue straniere. Non avvertono l’emarginazione sociale perché sono in tanti a condividerla. Anche a causa di queste premesse, quando si iscrivono all’università non dispongono delle competenze necessarie: sono i ragazzi italiani».

Una fotografia impietosa

Il professor Marco De Nicolò

A scattare la fotografia è il professore di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, Marco De Nicolò.

Lo ha fatto passando in rassegna alcuni degli esami scritti che ha svolto negli anni alla facoltà di Lettere di Cassino. Li ha messi insieme, insieme ad “aneddoti” sulle sue lezioni e sugli esami in orali, in un libro che ha da poco dato alle stampa per Laterza.

Resta da capire se sia una notizia buona o cattiva: il professore ha spiegato che questa criticità non è una prerogativa solo ed esclusivamente dell’Università di Cassino. Si è confrontato anche con suoi colleghi di vari atenei da Nord a Sud dello Stivale. Il titolo del libro infatti è: Formazione. Una questione nazionale.

Gli spunti sono molteplici. «Si riscontra una maggiore preparazione – spiega l’autore – negli studenti provenienti da centri medi o grandi». Come a dire che anche gli stimoli esterni non sono senza importanza.

Ma è nei dettagli, nelle curiosità raccontate nei vari paragrafi. E’ lì che si percepisce la gravità della situazione che il professore dell’Unicas ha avvertito l’esigenza di portare alla luce. Non sono solo le carenze di Storia, ad “impressionare” il docente. Ma anche e soprattutto quelle della lingua italiana. La scarsa attenzione alle basi dell’Educazione Civica, alla conoscenza delle più alte cariche istituzionali, per non parlare dei Partiti politici.

Prima la Costituzione, poi i Fasci

Qualche esempio. Scrive l’autore: «Oggi, secondo alcuni studenti, Roma è divenuta italiana nel 1910. I comunisti hanno governato a lungo il nostro Paese. La Costituzione non è quasi mai successiva al fascismo, alla Resistenza e alla nascita della Repubblica. Non può stupire, dunque, che molti studenti, sforniti di coordinate essenziali, non conoscano le differenti funzioni delle istituzioni repubblicane. Pochi comprendono il valore della nostra Costituzione e solo a stento sono in grado di tracciare una distinzione tra elezioni amministrative e politiche».

Poi una serie di “chicche” estrapolate dagli esami che hanno svolto gli esami scritti di storia contemporanea negli ultimi anni.

Rileva De Nicolò: «L’incresciosa verifica dei limiti ortografici degli studenti riguarda anche il verbo “avere”. E la confusione tra a e ha si impone pure all’università».

Qualche esempio? «La Gran Bretagna fu una delle prime nazioni europee ha godere di grandi vantaggi». «Il fascismo inizia ha porre le basi». «Il governo Crispi a due fasi in Italia». «La guerra ha terminato». «In Russia c’ha Stalin». «Negli Stati Uniti c’ha il capitalismo». (Leggi anche Peste, corna e… luoghi comuni: per abusare della lingua italiana).

Il docente, al contempo, mette in risalto anche le tante eccellenze che si sono distinte nei suoi corsi. E più in generale negli ultimi anni alla facoltà di Lettere dell’Unicas.

Narcolessia civile e vanterie dubbie

Marco De Nicolò

Il volume non intende mettere in ridicolo le lacune, semmai è lo spunto per aprire una più ampia riflessione.

Quando è iniziato il declino culturale che ha portato a questa situazione? Per il professore dell’Unicas la chiave di volta sono gli anni Ottanta. E dice: «Dal dopoguerra la fame di sapere e la spinta a studiare sono state la base del valore morale e civico. Una spinta che si è interrotta, a mio modo di vedere, alla fine degli anni Settanta. Dal decennio successivo, la fuoriuscita dall’impegno politico di buona parte di una generazione ha coinciso con l’evasione dall’impegno tout court nel corso del tempo».

Ed ecco che l’analisi del docente, inevitabilmente tocca la politica. Quando dice: «E’ innegabile che la forte attenuazione delle grandi passioni politiche abbia generato una reazione contraria. Da quel decennio i giovani, ma non solo loro sono caduti in uno stato di narcolessia civile. Già nei primi anni Novanta poteva essere un vanto non aver mai letto un libro. Come proclamò, con tono felice e liberatorio, una candidata che si presentava alle elezioni del 1994. Una sorta di liberazione della cultura vissuta come pesante, oppressiva negativa».

Ecco dove tutto è partito, secondo l’analisi di De Nicolò. Che quindi spiega: «I grandi progetti sociali e politici sono stati progressivamente sostituiti da vuote parole d’ordine. Inoltre dalla supposta inconciliabilità tra la “cultura del fare” e la “cultura del pensare”. Quasi che quest’ultima fosse nemica delle grandi realizzazioni».

Pubblico mortificato: le tre vie

Marco De Nicolò

Cosa fare, dunque? Rassegnarsi? Assolutamente no. Men che meno in un territorio come quello a Sud della provincia di Frosinone. Certo, «la mortificazione della scuola e dell’Università pubblica si coglie ancora meglio nel confronto con i finanziamenti a scuole e università private».

Lo spiega il docente passando in rassegna le varie riforme che hanno riguardato la Pubblica Istruzione negli ultimi anni. Tuttavia è anche e soprattutto dalla politica che bisogna ripartire. Dalla partecipazione, dall’attivismo.

«Bisogna mettersi al lavoro con pazienza. Questo per ricollocare al loro posto i mattoni di un edificio distrutto dall’incompetenza, dall’improvvisazione e dalle mode. Impegnarsi in una battaglia contro l’illusorietà di una formazione in rete. Bisogna permettere agli italiani di acquisire le tre culture di cui non si può fare a meno. Cioè una solida cultura di base, una cultura umanistica che aiuti a ragionare e – conclude il docente – una cultura civica che renda cittadini i nostri giovani».