Seduta sul tappeto, ad altezza di ragazzi

Un incontro ad Anagni con Maria Rita Parsi diventa racconto di ascolto, empatia e responsabilità educativa. Una lezione senza cattedra sul disagio giovanile, la prevenzione e il ruolo vivo della scuola.

Paolo Carnevale

La stampa serve chi è governato, non chi governa

Me la ricordo bene, quella mattina di marzo ad Anagni con Maria Rita Parsi. La nostra scuola aveva organizzato, in collaborazione con La Caramella Buona, un incontro sul tema del disagio giovanile. Una marea di ragazzi al Palazzetto dello Sport, tutti in silenzio ad ascoltare quella donna anziana e, allo stesso tempo, tanto giovane.

Alla fine dell’assemblea mi aveva concesso un’intervista. «Il Messaggero! – mi disse – il mio giornale!».

Non cercò una sedia d’autorità, non si mise dietro una scrivania. Mi guardò negli occhi e, con una naturalezza disarmante, mi disse: «Diamoci del tu. Sediamoci qui». E si sedette con me sul tappeto della palestra, incrociando le gambe come una delle tante studentesse che poco prima l’avevano ascoltata in un silenzio quasi religioso.

Maria Rita Parsi (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

In quel momento, la psicopedagogista di fama internazionale, la saggista, l’opinionista che tutti conoscevamo attraverso gli schermi televisivi, era semplicemente una ragazzina tra i ragazzi. Possedeva quella giovinezza dello spirito che le permetteva di abbattere, con un solo gesto, ogni steccato e ogni barriera burocratica o accademica.

Era venuta ad Anagni per parlare di una ferita aperta. La nostra provincia, una terra bellissima ma segnata da cicatrici profonde, con i drammi di Willy Monteiro Duarte, di Thomas Bricca, di Emanuele Morganti che risuonavano, e risuonano ancora, come moniti inascoltati, cercava risposte.

L’empatia come strumento educativo

Il disagio giovanile, le relazioni tossiche, i disturbi alimentari: temi che spesso vengono trattati con freddezza statistica ma che lei, stando seduta su quel tappeto, riportava alla loro dimensione umana. L’empatia di Maria Rita Parsi non era un esercizio di stile, ma uno strumento di scavo. Riusciva ad andare dritta al cuore del problema perché sapeva ascoltare prima di parlare.

Maria Rita Parsi (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

Ricordo ancora la forza delle sue parole quando analizzava il ruolo delle istituzioni in un territorio così complesso. Per lei la soluzione non era nel distacco ma nella presenza. Mi parlò con passione del ruolo educativo, sottolineando che non possiamo permetterci di lasciare i giovani soli, in balia dei propri mostri.

Mi disse con estrema chiarezza: «Per me la scuola è fondamentale. Iniziative come queste sono benvenute e vanno anzi moltiplicate». Insisteva su una visione rivoluzionaria della formazione: «La scuola non andrebbe confinata all’orario scolastico, ai compiti, agli scrutini. Dovrebbe diventare un centro culturale permanente, aperto il più possibile sul territorio».

Non un edificio che chiude i cancelli alle due del pomeriggio. Un presidio di vita, un argine contro la deriva della violenza che ha insanguinato le nostre strade. La Parsi vedeva oltre l’emergenza. Vedeva la necessità di una prevenzione che fosse, prima di tutto, osservazione amorevole e attenta.

Responsabilità, memoria, gratitudine

(Foto © DepositPhotos.com)

Il riferimento ai nostri drammi era inevitabile. Quella violenza non era per lei un fulmine a ciel sereno, ma l’esito tragico di segnali ignorati. «È proprio nella scuola che possono essere colti spesso i primi segnali di questo disagio», spiegava con quel tono che non ammetteva repliche ma restava dolcissimo. «Facendo quella prevenzione che spesso può evitare conseguenze tragiche. Investire di più su questi strumenti significherebbe evitare costi successivi molto più consistenti».

Quella chiacchierata sul tappeto mi lasciò addosso una strana sensazione di speranza, mista a responsabilità. Avevo davanti una donna che aveva visto il dolore nelle sue forme più oscure. Eppure non aveva perso la capacità di stupirsi e di lottare.

Avevamo appena ascoltato la testimonianza straziante di una madre che aveva visto la propria figlia vittima di un docente predatore, un incubo da cui era uscita solo grazie al coraggio e al supporto dell’associazione. Maria Rita non si era limitata ad analizzare il caso: lo aveva accolto, trasformandolo in un appello alla vigilanza.

Mentre mi congedava, con un sorriso che sembrava cancellare la stanchezza di una mattinata intensa, capii che la sua forza stava proprio in quella capacità di restare ad altezza di ragazzo. La sua non era stata una lezione ex cathedra, ma un dialogo tra pari, dove l’esperienza si metteva al servizio della fragilità.

Ho fatto tante interviste in vita mia. Alcune belle. Altre meno. Poche volte mi è capitato di sentirmi onorato. Quella volta sì. Grazie di tutto, Maria Rita.