Sette giorni, sette carte, una valle che diventa il centro del mondo

Il Festival delle Storie torna in Val di Comino per la diciassettesima edizione, tra cultura e piccoli borghi, con una lettera di Giorgia Meloni e una sfida: trasformare le aree interne in luoghi capaci di generare futuro.

Diciassette anni fa, un sogno. Sette sedie in una piazza. Nessuno ci credeva ancora, perché non esisteva. Poi qualcuno ha deciso di finanziarlo lo stesso. Il 23 agosto la Val di Comino torna a chiamarsi Valle delle Storie. Il Festival delle Storie, nato nel 2009, riapre i battenti e con lui riparte quell’anomalia felice che ogni estate porta scrittori, filosofi, musicisti e premi Nobel non nei grandi teatri ma nelle piazze piccole. San Donato Val di Comino, Gallinaro, Settefrati, Vicalvi, Casalvieri, Picinisco, Alvito, Atina. Sette giornate, sette carte simboliche — Sole, Luna, Vento, Acqua, Fuoco, Terra, Morte — a comporre un solo racconto lungo una settimana.

Quest’anno, alla vigilia, arriva anche una lettera. E non da un vicino di casa: da Palazzo Chigi. Giorgia Meloni scrive al Festival, e lo fa con parole che raccontano un legame personale, non protocollare: «Questo Festival anche per me, in un certo senso, è un pezzo di storia: l’ho visto nascere, ci ho creduto sin dall’inizio e mi ha ospitata in una sera d’agosto di tanti anni fa». La lettera sarà letta domenica 23 agosto, a San Donato, durante la serata inaugurale.

Il genio di Macioce

Vittorio Macioce

L’idea porta la firma di Vittorio Macioce, caporedattore de Il Giornale, penna tra le più raffinate del giornalismo culturale italiano. Nato ad Alvito. Innamorato, dice chi lo conosce, della sua valle come si ama una cosa che si teme di perdere.

Quest’anno il tema arriva da lontano: gli ottocento anni dalla morte di San Francesco, e il Cantico delle Creature come chiave di lettura del presente. «Questa edizione nasce da un uomo che loda il sole quando ormai è cieco», spiega Macioce. «Francesco scrive il Cantico a San Damiano, malato e la luce può soltanto ricordarla. Sentirsi dire che un festival serve a restituire occhi e orecchie, in un anno costruito su quell’immagine, è il riconoscimento più preciso che potessimo ricevere».

Il Festival fa il contrario di quello che fanno tutti. Non chiede alla gente di salire verso i grandi centri. Chiede ai grandi nomi di scendere nei piccoli borghi.

L’idea diversa di territorio

Si comincia domenica 23 a San Donato Val di Comino, con Carlo Befani e un momento dedicato a San Francesco. Poi la letteratura: l’omaggio ad Andrea Camilleri, nel centenario della nascita, con Luca Crovi e Silio Bozzi a ripercorrerne la figura. A seguire lo psicologo e saggista Ugo Morelli. Chiude don Cosimo Schena. Dopo mezzanotte, il “Defaticamento“: la piazza diventa un salotto a cielo aperto, dove ospiti, artisti e pubblico si scambiano le impressioni della serata, prima di andare a dormire.

Dietro, una banca. La Popolare del Cassinate presta denaro, per mestiere. Misura scadenze, rischi, numeri. Ma ha scelto di investire anche in qualcosa che nei bilanci non compare mai: la fiducia. E la fiducia, si sa, non produce interessi. Produce comunità. «Non ha semplicemente sostenuto una manifestazione», raccontano gli organizzatori. «Ha condiviso un’idea di territorio». Ha capito che la cultura non è un fronzolo. È un’infrastruttura, invisibile come una fondazione sotto un edificio.

La valle si riempie per sentire una storia

Negli anni il Festival ha ospitato premi Nobel, romanzieri, magistrati, sportivi. Ma il risultato vero non è l’elenco. È una piazza di paese che si riempie per ascoltare una storia. Un ragazzo e un anziano, seduti fianco a fianco. Un borgo che, per una sera, diventa il centro del mondo.

«Abbiamo cominciato in sette con qualche sedia in una piazza», ricorda la presidente del Festival, Rachele Brancatisano. «Che diciassette anni dopo arrivi una lettera da Palazzo Chigi dice qualcosa non tanto di noi, quanto dei territori come questo: se ci si crede abbastanza a lungo, anche da una valle interna si riesce a parlare all’Italia».

C’è una sfida, dietro tutto questo, più grande della singola rassegna. Le aree interne non devono soltanto trattenere chi ci abita. Devono dimostrare che da lì, da quei paesi che sulle mappe sembrano vuoti, può nascere cultura vera. Non replicata. Non importata. Nata lì.

Forse è questo il senso vero dell’alleanza tra una banca e un festival. Non sponsor ed evento. Un’istituzione e una comunità che hanno deciso, insieme, di immaginare cosa verrà dopo. Le banche custodiscono i risparmi. Questa, ogni tanto, custodisce anche qualcos’altro: le storie di un territorio. Il patrimonio più fragile che esista. E, alla fine, quello che genera più futuro di tutti.