Di grammatica… non si muore

Laura Collinoli

Giornalista Il Regionale

Non provateci nemmeno a dare la colpa al t9, il malefico correttore automatico il cui rischio più frequente è quello di farti prendere fischi per fiaschi. E l’esempio vale in senso letterale ma soprattutto metaforico.

La verità è che l’utilizzo inopportuno di vocaboli, verbi, punteggiatura e, in generale, di regole grammaticali e di sintassi, è diventato inspiegabilmente consuetudine, usanza, quasi familiarità.

Come se la grammatica italiana fosse così passata di moda da far pensare addirittura come della stessa si possa morire. Guai ad avvicinarvisi insomma! Non è così. Ecco, il punto è questo. ‘Di grammatica non si muore’, che è una verità assoluta ma guarda caso anche il titolo di un libro appena pubblicato da ‘Sperilng & Kupfer’. L’autore è Massimo Roscia, uno con il vizio della difesa a oltranza della lingua italiana che non staremo certo a ricordare come sia la stessa di Dante, Petrarca, Manzoni, Pirandello, Montale etc etc, abbreviazione che sta per et cetera (dal latino ‘ed altre cose’) e dunque ben più nobile del fastidioso k al posto di che o chi o del segno x in virtù del per, con una maldestra mortificazione di una preposizione scambiata per segno matematico. Tanto per capirci, si scrive perché, non xché.

Divagazioni a parte, quasi obbligatorie dopo la lettura del libro, Massimo Roscia torna in libreria dopo ‘La strage dei congiuntivi’, edito ‘Exorma’ e originale noir con tanto di condannati a morte colpevoli di aver umiliato, ferito e svilito la lingua italiana.

‘Di grammatica non si muore’, sottotitolo ‘Come sopravvivere al virus della punteggiatura e allo sterminio dei verbi’, è un libro che insegna – non impara – la grammatica senza la noia dei classici volumi di testo. Un libro pop scritto da un artigiano delle parole, come ama definirsi lo stesso autore, che arriva dritto al cuore degli apostrofi, dei verbi, dei nomi, della punteggiatura, degli accenti, dei pronomi, degli intercalari, del linguaggio giovanile del momento e di tutte quelle “parole in libertà” che negli anni hanno minato le fondamenta della lingua italiana. Come i neologismi esasperati, le citazioni in latinorum (che il correttore automatico divide in latino rum) e l’utilizzo eccessivo di termini stranieri.

“Liberiamo qual è dall’apostrofo”, scrive l’autore puntando la penna su uno degli orrori più comuni. Per non parlare della differenza tra elisione e troncamento, la prima “un fioretto e si limita alla sola vocale” e il secondo “una sciabola che può far cadere un’intera sillaba”.

Perché l’etto, di prosciutto o mortadella, è una cosa diversa dal letto, su cui dormire, leggere e dilettarsi in altri gradevoli passatempi. Come l’ago, che è quello del filo, è differente dal lago. Fosse di Garda, di Como oppure di Canterno. E guai a dire piuttosto che di Canterno. Perché l’espressione “piuttosto che”, incredibilmente utilizzata come sinonimo di oppure, ha in realtà in quella comparativa e avversativa le sue corrette funzioni. Tutto spiegato nel libro, tranquilli.

Tra le pagine c’è naturalmente un capitolo riservato agli strafalcioni dei giornalisti. Come non potrebbe essere del resto. Vi dice qualcosa “Branchi di nebbia sull’A1”? E “L’erezione del vulcano”? Sì, è successo anche questo, tutto documentato.

Il libro è questo, una serie di consigli offerti in maniera simpatica e divertente per ritrovare il gusto del rispetto delle regole nella grammatica italiana.

Per carità, ogni errore è perdonabile. E stavolta Massimo Roscia si risparmia anche qualche omicidio virtuale, sostituendo alla rabbia del romanzo sui congiuntivi il gusto di insegnare qualcosa di buono mantenendo il sorriso. Però, e c’è sempre un però (nel pieno rispetto dei luoghi comuni), l’invito è a leggere e a utilizzare più spesso e meglio il dizionario.

Perché è vero ciò che dice l’autore. La lingua sarà pure viva e mutevole, nonostante le resistenze dei puristi dell’italiano, ma qualche regola bisognerà pure rispettarla! È un fatto di comprensione, amore per il nostro Paese e chiarezza del pensiero. Cribbio! (Parola in libertà).

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