Lo spot di Poste Italiane con il bambino che spedisce un pacco regalo al nonno scomparso fa riflettere sulle feste che devono ritrovare i valori di una volta. A partire dalla famiglia, simbolo di questo periodo così atteso.
E giù tutti a piangere sui social per lo spot natalizio di Poste Italiane realizzato sulla musica e parole della Sera dei miracoli di Lucio Dalla. Un bambino pazientemente colleziona ricordi, oggetti, foto ed altro con l’aiuto dei genitori per poi confezionare un pacco da spedire per Natale. Solo quando la famiglia lo accompagna allo sportello postale si legge che è indirizzato al nonno scomparso. L’indirizzo si legge “Nonno Pino via delle nuvole 6 nel cielo”.
In effetti se non sei proprio arido un po’ di emozione la crea. La crea e ci ricorda senza dubbi che il centro di Natale è stato sempre e sarà la famiglia. Ed è proprio il tentativo di dissoluzione culturale del concetto di famiglia, a mio personalissimo avviso, la base della crescente tristezza recentemente associata al Natale ed alle feste in generale.
Certi valori rivalutati
Certo c’è chi guardando lo spot ha commentato che il vero miracolo è che la famiglia non abbia trovato fila alle poste o che la postepay con cui pagavano gli acquisti era sempre piena mentre quelle degli italiani sono sempre più vuote. O che la signora al banco non abbia rimandato indietro il pacco con la consueta grazia degli sportellisti dicendo che l’indirizzo era sbagliato ed urlando: “Avanti il prossimo”.

Ma questi sono commenti per cinici come noi. La verità è che con la fine del woke imposta dal nuovo credo culturale americano la pubblicità stile Mulino Bianco è tornata di moda. E piace pure. Piace perché sintomo di valori che oramai si vanno affievolendo.
In un dibattito, in una cena prenatalizia col mio amico Pietro, io sostenevo fosse merito di Trump che, volente o nolente, e colpi di imperio e anche legislativi, aveva invertito la tendenza super woke degli ultimi anni. Lui sosteneva che anche la sinistra oramai si era stufata di queste estremizzazioni e che era un processo naturale indipendente dalla politica usa.
Natale simbolo di famiglia
Fatto sta che oggi parlare di nuovo di famiglia non è un tabù e che il modello della famiglia arcobaleno stile United Colors of Benetton ha segnato per ora il passo.
Il Natale nasce dal concetto di famiglia. Il presepe è la rappresentazione primigenia del concetto di famiglia cristiana. Per questo è così avversato da certi stampi culturali.

E i social stessi sono un florilegio di boomer come me che ricordano quanto era bello il Natale delle tavolate in famiglia, dei nonni che ci volevano bene e delle armonie del focolare dell’affetto dei genitori.
Oggi la morte di quel Natale la vedi nei panettoni monodose. Ad uso dei single depressi che non sanno che farsene di un panettone intero perché non più simbolo della condivisione familiare dove si lottava invece fino all’ultima fetta. Io ero un maestro di diplomazia mentre dicevo“qualcuno vuole l’ultima fetta?”. L’avevo già addentata senza lasciare il tempo di rispondere. Ed è una delle cause della glicemia alta.
Ma il Natale che lo vogliate o no è simbolo di famiglia. Sacra e profana. L’altro giorno sui social dopo un mio post dibattevo con uno che mi voleva spiegare che il Natale era festeggiato anche prima di Cristo. Ed è verissimo: alcune feste pagane e dei culti solari avevano feste simili. Ed è anche altrettanto vero che i cristiani sono sempre stati abili ad usare e trasformare vecchie feste pagane riadattandole ai propri scopi divulgativi.
Il momento più felice dell’anno
Ma il Natale nell’Europa cristiana è la nascita di Cristo e la festa nazionale che festeggiamo seppur nella laicità dello Stato festeggia questo. Il fulcro della famiglia. E lo invitavo ad andare a vedere il provvedimento dello Stato italiano che istituiva la festa nazionale. Se citava la festa del sol invictus pagana o la nascita cristiana del Signore.

Ecco il mio giudizio, sempre personale, è che la progressiva dissoluzione della famiglia classica vada di pari passo con l’aspetto depressivo che ha assunto il Natale. Che oramai è festa allegra e patinata a livello commerciale ma corrosiva ed emozionale a livello privato.
Natale dovrebbe essere il momento più felice dell’anno. Eppure, per molti, dicembre si trasforma in un periodo emotivamente faticoso, carico di aspettative difficili da sostenere. Il problema, non è la tristezza in sé, ma il fatto che a Natale “non dovrebbe esserci spazio” per provarla. È quella che gli psicologi definiscono “pressione della felicità”: un imperativo emotivo che rende il malessere ancora più pesante, perché vissuto come fuori luogo.
Disagio natalizio
Alla base del disagio natalizio c’è il cosiddetto divario emotivo: lo scarto tra ciò che sentiamo davvero e ciò che pensiamo di dover sentire. Stanchezza, malinconia o stress entrano in conflitto con lo script collettivo fatto di armonia, gratitudine e sorrisi. “Quando l’esperienza reale non coincide con l’ideale imposto, si attiva un giudice interiore ipercritico”. Il risultato? Ci vergogniamo di emozioni legittime e, nel tentativo di scacciarle, finiamo per amplificarle.

A peggiorare le cose interviene il confronto sociale. I social network mostrano un Natale “editato”: tavole perfette, famiglie sorridenti, relazioni senza crepe. Un palcoscenico patinato che alimenta una sorta di “fomo” natalizia, la sensazione che tutti stiano vivendo qualcosa di speciale mentre noi restiamo indietro. Un confronto impari che trasforma il disagio in inadeguatezza.
Film, spot e pubblicità fanno il resto, proponendo un Natale da fiction con lieto fine garantito. Ma quando la realtà non rispecchia quella narrazione, il rischio è sentirsi “sbagliati”. Le feste, inoltre, funzionano come potenti marcatori emotivi: luci, odori e rituali riattivano ricordi, lutti, separazioni e cambiamenti. Non è nostalgia fine a se stessa, ma il confronto tra ciò che era e ciò che è.
Alleggerire la pressione
La solitudine natalizia non riguarda solo chi è fisicamente solo. Oggi assume forme più sottili: giovani expat, genitori separati, persone che affrontano difficoltà economiche o cambiamenti importanti possono sentirsi fuori posto pur essendo circondati da altri.“La solitudine più dolorosa è quella della performance obbligatoria: sei presente, ma il tuo sé autentico deve restare nascosto”. E nelle riunioni familiari riaffiorano ruoli antichi, aspettative e domande scomode che riaccendono vecchie dinamiche.

Come attraversare tutto questo senza soccombere? La risposta non è inseguire il Natale perfetto, ma alleggerire la pressione. Piccoli gesti aiutano: prendersi pause di consapevolezza, ridurre lo scroll automatico sui social, imparare a dire qualche “no” senza sensi di colpa. Soprattutto, serve auto-compassione: sostituire il “non dovrei sentirmi così” con una voce interna più realistica.
La psicologia parla di tre permessi fondamentali: scegliere ciò che conta davvero, creare rituali nuovi che rispecchino chi siamo oggi e concedersi il diritto di riposare. “Un Natale sostenibile è un Natale intenzionale”. Non significa fare di meno, ma fare con più autenticità. Perché forse il vero regalo, quest’anno, è smettere di fingere di stare bene a tutti i costi.
Christmas blues
E sempre secondo me l’avere una famiglia vicino che ti infonde affetto e vicinanza è un antidoto tra i migliori in assoluto. E se credete che siano tutte casualità la scienza vi ha già anticipato con il “Natale blu”. Con l’espressione Christmas blues (o “depressione natalizia“) si indica uno stato di malinconia, tristezza o ansia che compare in prossimità del Natale, pur in assenza di una vera e propria diagnosi. Si tratta quindi di un fenomeno descritto in ambito psicologico, ma non di una categoria diagnostica ufficiale riportata nei manuali.

Alcuni centri clinici descrivono il Christmas blues come un insieme di sentimenti negativi che emergono o si accentuano durante le festività, e che possono essere legati a solitudine, ricordi dolorosi, lutti, stress organizzativo o difficoltà economiche.
In questo contesto è, però, importante distinguere il Christmas blues. Disturbo depressivo maggiore: una forma di depressione clinica che può presentarsi in qualsiasi momento dell’anno, con sintomi intensi e persistenti che richiedono diagnosi e trattamento specialistici. Disturbo affettivo stagionale (SAD, dall’inglese Seasonal Affective Disorder): una forma di depressione che segue un andamento stagionale, più frequente in autunno-inverno, correlata in parte alla riduzione della luce solare.
La sera dei miracoli
Sono simpatici questi anglosassoni che usando l’acronimo Sad non disdegnano di ricordare che la stessa parola in inglese significa tristezza. Nel Christmas blues i sintomi tendono a comparire con l’avvicinarsi delle feste e a ridursi nelle settimane successive, quando la routine quotidiana torna più stabile. Questo però non significa che vadano sottovalutati.

La depressione natalizia mostra affinità con quella che in psicoanalisi viene definita “reazione da anniversario”. Il primo a parlarne fu Freud spiegando come in alcune ricorrenze della vita possano emergere sentimenti o emozioni apparentemente poco in linea con gli accadimenti del momento, ma invece legati invece ad eventi del passato complessi o problematici i quali a suo tempo non è stato possibile elaborare e che tendono quindi a riproporsi.
Per me la soluzione è sempre la stessa combattere la solitudine tornando a socializzare e credere nel potere positivo della famiglia. Circondarsi di persone speciali quelle che ti trasmettono affetto e felicità. Non farsi sopraffare dai ricordi felici con chi non c’è più ma usarli come stimolo. Eliminare le persone negative che ci succhiano energia. Combattere il male. E dare il giusto peso alle cose come suggeriva Epitteto tremila anni fa.
È la sera dei miracoli. Lo è da sempre. Ed il miracolo vero che ci ricorda è quello di inseguire sempre la felicità. Meglio ancora se vicino a chi ami.



