Tra case nel bosco, editori contestati e flash mob improvvisati, sembra che la natura sia diventata il nuovo bersaglio culturale. Eppure il rapporto tra uomo e ambiente affonda in radici profonde, da D’Annunzio alle ninfe: radici che oggi fingiamo di non vedere.
Le scorse settimane era la “Casa nel bosco”. Questa settimana protagonista delle polemiche è la casa editrice “Passaggio al bosco”. Allora ditelo: ce l’avete col bosco.
Da quello che osserviamo, con buona pace dell’ambientalismo di facciata, è ormai evidente che ai giorni d’oggi tramonta definitivamente quella che D’annunzio con altri chiamavano cultura “panistica”.
Il panismo di D’Annunzio

Il panismo è una percezione profonda che porta a una vera e propria fusione tra l’elemento umano e la natura. Il termine deriva dal greco παν (pan), che significa “tutto”, e si riferisce alla tendenza a confondersi e mescolarsi con il Tutto cosmico. In parole semplici, il panismo è quel sentimento che annulla i confini tra l’individuo e il mondo naturale, facendoli diventare un’unica entità vibrante.
Gabriele D’Annunzio è certamente il poeta che meglio rappresenta questo concetto. Nella sua poetica, il panismo è uno strumento del superuomo per potenziarsi, attraverso un processo di “vegetalizzazione” dell’umano e di “antropomorfizzazione” della natura. Il poeta si immerge nel mondo naturale non per annullarsi ma per assorbirne la forza vitale e affermare il proprio Io. Si tratta di una fusione sensoriale e fisica, in cui non vi è più distinzione tra il corpo del poeta e gli elementi naturali.
Quale poesia di D’Annunzio esprime al meglio il panismo? Senza dubbio, “La pioggia nel pineto”, contenuta nella raccolta Alcyone. In questa celebre poesia, D’Annunzio e la sua amata Ermione, sorpresi dalla pioggia in una pineta, subiscono una vera e propria metamorfosi. I loro volti diventano “molli e silvani”, i loro capelli si trasformano in “ginestre”, in un processo che li rende parte integrante del bosco. Questa fusione non è solo spirituale ma fisica. Permette al poeta-superuomo di vivere secondo un ritmo vitale superiore, confondendosi con la natura per dominarla esteticamente.
Il Panismo negli altri

Sebbene associato principalmente a D’Annunzio, il concetto di panismo si ritrova, con significati diversi, anche in altri grandi autori del Novecento.
In Giuseppe Ungaretti, in particolare nella raccolta Allegria, il panismo assume un significato quasi opposto. Non è l’affermazione di un Io divino ma la ricerca di salvezza di un corpo fragile che “sottostà alla condizione del mondo”. Nella poesia I fiumi, il poeta si immerge nell’Isonzo per riscoprire le sue radici e sentirsi “una docile fibra dell’universo”. È un panismo salvifico, che permette all’uomo-soldato, precario come una foglia d’autunno, di trovare un legame con la vita e superare l’angoscia della morte.

Anche in Luigi Pirandello, il panismo compare come via di fuga. Nel finale di Uno, nessuno e centomila, il protagonista Vitangelo Moscarda abbandona la società e se stesso per vivere immerso nella natura. La sua non è una fusione sensuale, ma un dissolvimento filosofico: “Muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi”. È un modo per liberarsi dalle centomila maschere imposte dagli altri e vivere in un fluire continuo con il Tutto.
Da dove deriva il panismo
Il termine “panismo” deriva dal nome di Pan, dio della mitologia greca legato alla natura e alle sue forze selvagge. Figlio di Hermes, era il dio delle montagne, dei boschi e dei pastori. Spesso rappresentato con corpo d’uomo e zampe e corna di capro, era considerato un dio primitivo, capace di generare il “panico” con la sua apparizione. Il suo culto celebrava la forza istintiva e incontaminata del mondo naturale, la stessa forza in cui i poeti panici cercano di immergersi per attingere a una verità più profonda.
Ecco da pan la parola panico. Come quello che sembra aver preso gli intellettuali di sinistra per la partecipazione di una casa editrice rea di pubblicare titoli di destra alla fiera del libro di Roma “Più libri più liberi”.

Un tema sul quale, come più volte accade, abbiamo opinioni radicalmente opposte con il direttore Alessio Porcu. Anche lui è convinto che non invitare la casa editrice di destra sarebbe stata una corbelleria. Ma lo fa perché fermamente convinto della posizione che venne assunta da Vittorio Foa (partigiano e fondatore della Repubblica) rivolgendosi a Giorgio Pisanò (parlamentare missino ed ex fascista): “Se aveste vinto voi io sarei ancora in galera. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore“. Che in questo caso diventerebbe: “Se aveste vinto voi, non avremmo mai potuto scrivere un libro se non in galera. Siccome abbiamo vinto noi, potete partecipare alla fiera del libro”.
Personalmente ho un’opinione diversa.
Oscurantismo culturale
Intanto il titolo della rassegna. Tutt’altro che profetico perché sembra invece essere tornati all’epoca dell’oscurantismo culturale. Altro che più liberi. Alcuni autori tra i primi Zerocalcare e Corrado Augias hanno declinato la loro partecipazione alla fiera per non mischiare le loro nobili menti con i titoli esposti da questa casa editrice.

Ieri un ameno flash mob ha circondato lo stand della casa editrice dove i colti protestatari hanno intonato, con grande originalità, “Bella ciao”. Nello stesso momento per protesta venivano coperti gli stand degli altri editori sinistrosi come forma di ribellione. Quasi quei titoli non fossero degni di essere esposti insieme a quelli contestati. Peccato che tra questi c’erano titoli inneggianti a Stalin e Lenin a rimarcare qualche piccola assenza di coerenza sui totalitarismi del secolo scorso.
A dire il vero la scena a me sembrava più uscita da un film di Maccio Capatonda che reale, a un certo punto pensavo uscisse fuori Mariottide a cantare la sua famosa hit “tristezza a palate” subito dopo bella ciao. Ma niente, era la mia immaginazione.
Cosa c’entra il panismo
Prima non ho citato a caso né il panismo né i tre autori Pirandello, D’Annunzio e Ungaretti. Tre giganti assoluti della cultura del Novecento. Avevano una cosa in comune, tutti erano tesserati al Pnf quando il fascismo era al potere. Come moltissimi altri. Il dibattito sul rapporto tra gli intellettuali ed il potere è da sempre interessantissimo ma in questo caso offre un paradigma perfetto.

Cosa dovremo fare noi di questi autori e di questa cultura? Distruggerla perché legata a regimi politici tramontati e non condivisi? Cancellarla dalla storia culturale del Paese? Fare una bella catasta e bruciare questi titoli come fecero i nazisti con i libri che non gli aggradavano?
Perché il prossimo passo potrebbe essere quello. Perché no. Ricordate Il 10 maggio 1933, in diverse città tedesche, si svolsero i famosi roghi di libri, noti come “Bücherverbrennungen”. Questi eventi furono organizzati dall’Associazione Nazionalsocialista degli Studenti Tedeschi e coordinati dal ministro della Propaganda, Joseph Goebbels. L’obiettivo era quello di purgare la cultura tedesca da qualsiasi influenza
Il rogo più significativo si tenne a Berlino, nella piazza Bebelplatz, dove furono bruciati circa 25.000 volumi. Tra gli autori le cui opere furono distrutte vi erano Sigmund Freud, Karl Marx, Thomas Mann, Bertolt Brecht e molti altri. Questi eventi non solo distrussero fisicamente i libri, ma simboleggiarono anche l’inizio di una dittatura che mirava a eliminare ogni forma di dissenso e libertà di pensiero.
Il problema è il bosco
Che ne dite proponiamo un bel rogo e ci rileggiamo solo la agiografia di Stalin? Spero vivamente di no ma se l’aria è questa c’è da preoccuparsi se non altro in omaggio alla concezione ciclica della storia.

Ma forse il problema è il bosco. Il rifiuto attuale dell’uomo di vivere in simbiosi con la natura. Al di la di sterili proclami finto ambientalisti il ritorno alle radici mette sempre un po’ paura. Lo abbiamo visto anche nella vicenda della casa nel bosco. Le avete ascoltate le dichiarazioni della giudice incaricata del caso? Quella che ha tolto i bimbi alla famiglia. Da accapponare la pelle.
La riporto integrale:
“I figli non sono proprietà di nessuno. Non sono proprietà dei genitori. Voi siete davvero sicuri che sia diritto dei genitori disporre della vita dei figli? Voi siete sicuri che i figli non abbiano dei diritti e che l’educazione non sia un dovere?”
Giustizia a fasi alterne
Ve lo ricordate quando un paio di settimane fa ho scritto dello stato etico? Ecco questa è l’applicazione materiale dello stato etico. E la plastica rappresentazione di quello che scrivevano Orwell ed Huxley. Sembra di vivere in un romanzo distopico. (Leggi qui: Lo stato etico tra il ministro sapiens, il sesso scritto e lo spid per gli onanisti).

Forse il problema allora è proprio il bosco. Infatti nei campi rom che non sono nei boschi lo stesso principio non pare applicarsi. Nelle grandi città invece, con Roma in testa, la priorità sembra invece distruggerli i boschi.
La giunta con furia iconoclasta come vede un albero lo abbatte. Sono stati capaci di tagliare i cipressi del mausoleo di Augusto che si starà rigirando nella tomba. Hanno iniziato nelle pinete storiche e nei parchi cittadini. Vandalismo allo stato puro e insensato.
I boschi sacri
Eppure una volta i boschi erano sacri. Erano un luogo di culto caratteristico delle antiche religioni europee, ad esempio di quella romana, greca, celtica, baltica. I boschi sacri sono presenti a volte in religioni extraeuropee, dall’India alle foreste sacre dello shintoismo giapponese.

Il più famoso bosco sacro dell’Europa settentrionale nei pressi del tempio di Uppsala a Gamla Uppsala, descritto da Adamo di Brema. Il bosco sacro dei Celti era chiamato Nemeton. Il più famoso bosco sacro della Grecia continentale è stato quello di Dodona, costituito da querce sacre a Zeus. Anche ad Atene, il sito dell’Accademia ateniese fu anticamente un bosco sacro di olivi, detto il “bosco di Academo“. Ben note a tutti erano anche, grazie a Omero, le foreste di cipressi consacrate a Persefone. Platone parla del bosco sacro di Poseidone. Infine, Esiodo nomina il divino Olmeo, ai piedi dell’Elicona.
I Romani davano ai boschi sacri il nome latino di Lucus o Nemus distinguendoli dai boschi privi di valore sacrale che venivano chiamati Silva. Nell’Italia centrale, la città odierna di Nemi richiama nel nome il nemus Aricinum (“bosco di Ariccia”), antica sede del santuario di Diana Nemorensis. Esso sorgeva presso il Tempio di Diana (Nemi).
Il Luco, in latino Lucus con il significato originario di «radura nel bosco dove arriva la luce del sole» è il bosco sacro per gli antichi romani.
Il rifugio di Mario

Un santuario dedicato alla ninfa Marìca, la mia preferita in assoluto, era sulla sponda del fiume Garigliano in prossimità della città romana di Minturnae. Il Lucus Maricae, il bosco sacro a lei dedicato, era invece sulla sponda opposta, oggi la pineta della località turistica Baia Domizia. In questo bosco che un tempo doveva essere paludoso trovò rifugio il console Gaio Mario, nell’88 a.C., per salvarsi dai sicari inviati da Silla che volevano ucciderlo.
Ma la splendida bionda ninfa Marìca non era l’unica abitante dei boschi. I Greci e i Romani ritenevano che i boschi fossero abitati dalle divinità. Gli stessi Latini erano soliti distinguere la selva (ossia il bosco) dalla campagna, dal momento che la prima rappresenta un luogo dove “la natura non era stata addomesticata” e l’uomo non poteva sopravvivere in nessun modo.
E non c’era solo Pan come dio dei boschi greci questi erano frequentati anche dalle Driadi e dai Satiri. Che trovavano il loro corrispondente romano nelle Ninfe e nei Fauni.
Ninfe e Fauni

Il primo caso di divinità dei boschi era quello delle driadi, ossia le ninfe silvestri. Si trattava di dee minori associate alle foreste per distinguerle dalle proprie simili delle montagne (oreadi) e delle acque marine o fluviali (naiadi). Tali divinità boschive trascorrevano le proprie giornate cacciando con la dea Artemide (Diana per i Romani), partecipando ai riti del vino in onore di Dioniso (Bacco a Roma) oppure in attività come la filatura, la tessitura, la danza o il bagno. Quando un albero, che una ninfa usava come abitazione, veniva abbattuto anche l’anima della divinità spariva con la propria dimora.
Alle ninfe non si attribuiva però soltanto la facoltà di destare l’amore per esse nei mortali, ma anche la forza d’infondere negli uomini una sovreccitazione estatica, dalla quale si facevano spesso derivare certe virtù profetiche: νυμϕόληπτοι si dicevano quest’invasati; i Latini chiamarono costoro nymphatici.

I più grandi nemici delle ninfe erano i satiri, divinità maschili dall’aspetto umano ma con alcuni attributi caprini come zampe con zoccoli, una coda pelosa, orecchie lunghe e corna sulla fronte. In origine i satiri erano descritti allo stesso modo dei sileni, altre creature del bosco ma con attributi equini. Soltanto con lo scultore greco Prassitele (IV secolo a.C.) queste creature si ingentilirono. I Romani avevano un corrispettivo di questo essere mitologico, il Fauno, una divinità di origine antichissima legata alla dimensione boschiva della cultura italica.
I satiri trascorrevano le proprie giornate seguendo il dio Dioniso, da sempre il mio preferito, durante i riti misterici dionisiaci (o baccanali per i Latini) e molto spesso erano rappresentati nel momento di aggredire sessualmente una ninfa. Dubito però che all’epoca gli venisse chiesto il consenso prima di compiere tali atti. Come accade oggi.
Rapporto distante

Ma a parte gli scherzi questo excursus serve solo a sottolineare quanto oggi il rapporto uomo natura sia distante e divaricato. A fronte di enunciazioni di puro principio non esiste più quel legame profondo e viscerale tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Sembra addirittura che si lavori invece per distruggerlo ulteriormente. E tutto senza che alcuno reagisca, se non pochi e sparuti gruppi di persone.
Ricordate quest’estate a Ventotene quando incontrai nella notte di luna piena la sirena che mi guardava silenziosa dallo scoglio. Anche ieri era luna piena e mi è successo di nuovo ma con la bionda ninfa Marìca. (Leggi qui: Il guardiano del faro di Ventotene ed il canto delle Sirene).

Passeggiavo nel bosco dietro casa. Quando ho scorto una figura tra i rami. È un satiro ho subito pensato. No era solo un cacciatore che aveva sconfinato. Dopo una piccola discussione che mi ha distratto sono tornato verso casa, attraverso il bosco. E li mi aspettava la ninfa. Bionda bella mi osservava. Mi voleva dire qualcosa, io sentivo anche cosa. Era qualcosa di positivo. Ma non ha “potuto”.
Ed in questa metafora ho capito che la natura nelle sue forme cerca di parlarci. Non riesce con le parole, non ne è capace. Per questo nel silenzio il rapporto tra uomo e natura si distrugge. Ed è un processo che forse è oramai irreversibile.



