Da Meloni a Rubio, da Farage al caso Stasi-Poggi, passando per Buttafuoco e la Biennale: un viaggio tra politica, giustizia e comunicazione dove microespressioni, posture pubbliche e indignazioni raccontano spesso più delle dichiarazioni ufficiali.
Facce di tufo e corpi del reato
Ci sono corpi da reato e corpi del reato, scriveva Bukowski, noto appassionato del genere femminile. Sulle facce di tufo invece non aveva particolari riflessioni da fare. Ma sono queste seconde che vanno per la maggiore nel panorama pubblico moderno. L’antica e nobile espressione ciociara «mucco di tufo» assume oggi più freschi e nobili significati. Da disvalore diventa nella comunicazione moderna quasi un valore — nella sua duplice valenza: la capacità di difendersi da qualsiasi cosa negando, oppure di affermare le cose più inverosimili con cristallina fiducia. Ma c’è una terza versione, la più difficile da esercitare: la capacità di mostrare indifferenza e distanza attraverso le espressioni facciali.

In questo la maestra è Giorgia Meloni, che ha più espressioni nel suo carnet personale che un anime giapponese. Ma la faccia algida e distaccata è quella che le riesce meglio, usata quasi come un messaggio politico negli incontri istituzionali. L’unico problema è che, cambiando continuamente posizione in base alle scelte del momento, se non sei attento a seguire le capriole nelle posizioni assunte ti disorienta. La vedi al G7 fare il mucco di tufo a Macron, salvo poi inondarlo di sorrisi nell’ultima visita all’Eliseo. O fare gli stessi sorrisi a Trump come fosse un vecchio amico di famiglia, salvo poi sfoggiare il miglior mucco di tufo quando le decisioni non coincidono.
Lei comunica con la bocca: e non nel senso ovvio. Intendo con la posizione della bocca. La versione mucco di tufo prevede obbligatoriamente la bocca «a culo di gallina», come dicono i francesi: non è una volgarità, ma l’espressione più efficace. Quel raggrinzimento che ovalizza la bocca restando in una posizione innaturale ma prolungata.
In realtà la Meloni ha un altro piccolo tic che si nota subito. Quando è nervosa o non le piacciono le domande o gli argomenti mentre parla si morde la bocca facendo un piccolo ghigno involontario. Come volesse mordere le parole appena uscite dalla bocca. Probabilmente perché non vere ma di circostanza. È molto facile da interpretare. Come al contrario ci sono persone che non riescono a non sorridere anche nelle situazioni più complicate. Si tratta di carattere e di cosa hai dentro
Rubio in Italia: sorrisi ostentati
Sono piccoli segni che, anche fuori dal linguaggio verbale, ti fanno comprendere l’animus di chi parla anche quando non vuole. La mia consulente personale per le microespressioni facciali sostiene che quando uno si tocca il naso mentre parla mente. E quasi sempre ha ragione. Da allora sono terrorizzato: anche se mi prude il naso, faccio interi discorsi senza grattarlo. Non sia mai.

Molti usano per la politica l’esempio dell’iceberg: ciò che vedi in pubblico è solo la punta emersa, mentre la parte molto più grande è sommersa — ed è lì che si svolgono i veri argomenti. Ho ricordato questo esempio guardando la visita del segretario di Stato americano Marco Rubio in questi giorni. Sorrisi ostentati e bocca a culo di gallina. Eppure era una visita fondamentale: Rubio era reduce da un incontro con Papa Leone per ricucire i rapporti tesi del pontefice con Trump. Quando ha rilasciato le dichiarazioni finali mordeva in continuazione la bocca — tanto che avevo paura le venisse un herpes dal nervosismo. Ha detto una cosa sola: «che ognuno pensa al proprio interesse nazionale». Segno che il dialogo era rimasto freddo.
Non sembrava infatti neanche soddisfattissimo Rubio che tra i membri del governo Trump è tra i più diplomatici e moderati. Anche lui faccia di tufo di ordinanza stretta tra le sue orecchie enormi grandi come cotolette milanesi. Probabilmente se il detto popolare è vero vivrà fino a centoventi anni.
La gravità della situazione, per andare alla parte sommersa dell’iceberg, stava nella presenza defilata ma costante dell’ambasciatore americano in India Sergio Gor. Dove vedi lui vuol dire che c’è un problema serio da risolvere. Poi, nell’incontro col nuovo premier ungherese Magyar, il viso di Meloni era stanco ma più rilassato: non fastidio, piuttosto «co tante cose che c’ho da fa, ce mancava questo». Eppure l’occasione era ghiotta: Magyar ha appena sconfitto Orbán, provocando il giubilo della sinistra italiana. In realtà il suo programma è quasi identico a quello di Orbán: roba che in Italia sarebbe più a destra di Casapound. Tema principale: le politiche migratorie. Chissà come l’avranno presa Schlein e Conte.
Farage stravince, l’Ucraina aumenta le pensioni

La faccia di tufo della settimana è certamente Nigel Farage, leader inglese di Reform UK — formazione politica nata dalle ceneri del Brexit Party, di cui fu principale protagonista portando la Gran Bretagna fuori dall’Europa. Farage ha stravinto le elezioni di medio termine in Gran Bretagna, imponendo una severa lezione ai laburisti del premier Starmer, in calo verticale per la sua politica immigrazionista e filo-islamica. Ha anche eclissato il Partito Conservatore, in forte crisi di identità. Con una faccia di tufo fantastica ha già commentato di prepararsi per essere il prossimo premier britannico.
Prima di tornare in casa nostra, una notizia sull’Ucraina che viaggia poco sui media — forse ne ha parlato solo Roberto Vannacci, per il resto silenzio. L’Europa ha già versato 90 miliardi all’Ucraina. Di questi, 13 miliardi sono la quota italiana. Molti servono per il funzionamento dello Stato ucraino — incluso il pagamento delle pensioni agli ucraini. Ma la notizia della settimana è che l’Ucraina ha aumentato le pensioni del 12%. Coi nostri soldi. Nel vedere le pensioni minime italiane ferme a 500 euro — che non consentono a nessuno di sopravvivere — mentre gli ucraini le aumentano del 12% a nostre spese, per me è un orrore politico e giuridico.
L’aumento delle pensioni minime era nel programma del Governo, che invece le ha lasciate al palo aumentando anche l’età pensionabile. Forse magari qualche faccia di tufo in meno e qualche misura a favore dei cittadini in più renderebbe questo governo più popolare. E di questo ce ne accorgiamo tutti tranne i membri del governo
Con l’Ucraina poi che a noi ci costringe a non prendere gas e petrolio dalla Russia mentre loro ne sono ancora i maggiori acquirenti. Io impazzisco ogni volta che ci penso. Mi viene l’orticaria. Tutto mentre l’oligarca ucraino Rinat Akhmetov compra il superattico più costoso della storia a Montecarlo: 500 milioni di euro, 188mila euro al metro quadrato. Una sciocchezza. Chissà se lo forniranno già con i cessi d’oro o se li porta lui dall’Ucraina.
Buttafuoco e la lezione di cultura a Meloni e Giuli

E a proposito di commistione tra corpi del reato e facce di tufo, torniamo in Italia — più precisamente a Venezia. Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, è stato immolato sull’altare del leccaculismo europeo per aver organizzato, nell’ambito della 61ª esposizione, un padiglione di arte russa. La Meloni si straccia le vesti, il ministro Giuli manda ispezioni. Ne escono da nani, lui da gigante.
«Andare avanti, avere audacia, sviluppare in libertà i vostri progetti», ha affermato Buttafuoco nella conferenza stampa di presentazione, conclusa con un lungo applauso. Ha ricordato che «la Biennale non è un tribunale», che «seleziona le opere e non i passaporti», che «a Venezia non abbracciamo le armi, ma il dialogo» e che «il rischio è fermarsi al dito, alle polemiche e smarrire la luna». Questa edizione dell’Esposizione «non vuole risolvere, ma mostrare, aprire alle domande. Qui l’unico veto è l’esclusione preventiva». Ha aggiunto e precisato: «Mi preoccupano la censura anticipata, le dichiarazioni che piovono da ogni dove costruendo un verdetto prima del confronto». Un discorso da vero uomo di cultura e di pace.
Magra figura invece per Giuli e Meloni che fedeli al diktat europeo hanno vestito i panni dei censori con posizioni imbarazzanti. Forse pensano di vedere nell’Europa una amica, non hanno capito che appena avranno terminato la loro funzione gli daranno il benservito e neanche con molta grazia. È tipico di alcuni soggetti. È inutile snaturare il proprio programma attuando invece la prosecuzione del piano Draghi voluto dall’Europa, come possono ci rimettono un altro Draghi qualsiasi ad attuarlo ed invece di essere un governo di cambiamento diventa solo un incidente di percorso. Memorizzate la mia modesta previsione.
Il mio tifo per Buttafuoco ha radici di antica amicizia e stima immensa. Lo conosco da quando ero ragazzo, ai tempi in cui feci pratica giornalistica su L’Italia settimanale — nato per iniziativa dell’attuale ministro Adolfo Urso, diretto prima da Marcello Veneziani e poi da Pietrangelo Buttafuoco. Due geni della cultura di destra. Ma tra i due, Pietrangelo ha la personalità più affascinante: da siciliano vero percorre la cultura universale che non trae origine solo in Europa ma nella commistione fra culture mediterranee e medio-orientali.
Gaza, Wagner e il generale Garofano

In tema di orrori culturali, cito in carrellata alcune notizie strampalate della settimana. Il nuovo viaggio della flottiglia per Gaza è stato bloccato a Creta: pare che tra gli articoli più presenti sulle barche ci fossero droghe e preservativi, con l’attivista Thiago Avila — dubito sia parente di Santa Teresa — fermato dagli israeliani, mentre le donne imbarcate sembravano impegnate soprattutto in balletti in kefiah da pubblicare sui social.
Poi c’è la figuraccia di Massimo Giannini che, pur di fare un parallelo negativo col governo Meloni, ha sbeffeggiato i disabili dicendo che era inutile vivere fino a 110 anni se sei su una sedia a rotelle. Parole inopportune, arrivate poche ore dopo la scomparsa di Alex Zanardi — che in sedia a rotelle ha continuato imprese e agonismo fino all’ultimo. Stai bene a scusarti poi.
La più bella è stata l’affermazione dell’intellettuale progressista Mirella Serri, che in un dibattito su La7 ha sostenuto che Wagner appoggiò il nazismo e fu finanziato da Hitler. Peccato che Wagner morisse nel 1883, Hitler nascesse nel 1889 e salisse al potere nel 1933 — cinquant’anni dopo. Sembra difficile che lo abbia appoggiato e finanziato. E questo dice tutto dello stato degli intellettuali italiani del momento. Forse farebbero bene ad ascoltare in religioso silenzio la Cavalcata delle Walkirie. Come disse la moglie di un sedicente politico anagnino: «quanta “ignoranzità” in giro, Franco mio».
Stasi, Sempio e il caso Poggi

Passiamo al corpo del reato. Quello della povera Chiara Poggi, che da decenni viene vilipeso da inchieste giudiziarie e condanne inverosimili. La procura ha accusato Andrea Sempio — un nuovo indagato — per lo stesso delitto per cui è già condannato Alberto Stasi, che si fa il carcere da sedici anni. Credo sia un atto di coraggio, ma anche una vergogna vera. Si dovrebbe andare in carcere solo se ritenuti colpevoli senza alcun ragionevole dubbio. E quando vedo arrivare i Dna, i Ris di Parma, gli esperti delle consulenze e gli immancabili presunti video pedopornografici, rabbrividisco sempre. Perché servono a giustificare ciò che non è evidente.
Da settimane fa bella mostra di sé in tutte le trasmissioni l’ex capo dei Ris, il generale Garofano. Di fronte a un tale disastro, giustifica il suo operato pieno di errori con una sicumera imbarazzante. L’altra sera veniva paragonato da un giornalista a Fonzie — che anche in presenza di un errore non riusciva a proferire le parole «ho sbagliato» — e si è pure offeso. Corpo del reato e faccia di tufo insieme. Che poi ne conosciamo anche tutti noi di persone che non sono capaci a chiedere scusa mai, vero. Neanche quando hanno torto evidente. Ma in ruoli così delicati fai danni enormi.
Leonard Cohen, la luce nelle crepe e la lezione finale

È stata una settimana confusionaria, piena di grandi contrasti e di facce di tufo. Io non posso parlare, perché anche io ne sono ben dotato. Ma a differenza di molti so riconoscere quando sbaglio e chiedere scusa. Nella vita tutto è esperienza. Anche quelle negative servono per accorgersi di cose che altrimenti non conosceresti. Come diceva De Gregori in Rimmel: qualcosa rimane, tra le pagine chiare e le pagine scure.
Non so se la penserà allo stesso modo un ragazzo che fa il carcere ingiustamente da decenni. Una volta in un’intervista lo sentii dire: «Sono credente, è una prova che mi ha mandato Dio. Ma non capisco ancora quale ne sia il senso».
Ascolto sempre musica mentre scrivo. Mentre chiudo l’articolo, dalla mia playlist parte Anthem, dalla voce profonda di quel genio di Leonard Cohen:
«Ring the bells that still can ring, Forget your perfect offering, There is a crack, a crack in everything, That’s how the light gets in.»
Che tradotto significa: «Suonate le campane che possono ancora suonare, dimenticate la vostra offerta perfetta, c’è una rottura in ogni cosa — è così che entra la luce». Ha ragione: senza rotture non entra la luce. Ogni avvenimento della vita, felice o traumatico, ha un suo senso. Basta saperlo comprendere e accettare. Niente accade per caso.



