Il conflitto in Iran ed il referendum sulla giustizia. I temi più dibattuti in questi giorni fanno riflettere sulle contraddizioni del mondo dell'informazione amplificate dai social. Le posizioni cambiano un po' al chilo. Insomma un vero e proprio corto circuito
Volevo scrivere un articolo sull’equilibrio ma poi ho pensato come può uno squilibrato, in senso buono, come me discettare di equilibrio. Ma c’erano delle cose questa settimana che mi avevano dato da pensare di politica interna ed esterna. E non so se si tratti più di equilibrio o della sua assenza nella comunicazione contemporanea. E quindi sono rimasto, per ora, felicemente sullo squilibrio.
Questo vizio tutto moderno di parteggiare per qualcosa l’ho citato spesso. È stato potenziato dai social dove sembra che se tu non parteggi per una delle posizioni in campo non sia nessuno. Ha contagiato spesso anche i giornalisti e gli opinionisti. Una volta si dicevano “le grandi firme”, intendendo quelli che gli americani chiamano gli “opinion maker” cioè i creatori di opinioni.
La notizia double face

In fondo i giornali oggi sono composti da un duplice binario. Le agenzie riportate pedissequamente negli articoli e gli articoli di fondo dei vari opinionisti che invece esprimono un giudizio sui vari temi suggerendo una linea ai lettori. Forse e lo dico con una punta di orgoglio, si distingue la testata per cui mi onoro di scrivere, questa, in cui gli articoli sono di sana pianti creati dalla redazione. E dove campeggiano sempre opinioni molto interessanti. Ma è raro oramai. Condivisibile o meno, allora si tende a seguire spesso le testate più affini al proprio sentire.
Ma al di la del lecito esercizio delle opinioni quello che mi ha colpito questa settimana è come la stesa notizia si riesca a presentarla in modo diametralmente opposto senza che alcuno sospetti che sia poco credibile. Userò un esempio molto attuale quello dell’utilizzo delle basi e dei mezzi di supporto agli attacchi in Iran di questi giorni. Attraverso un piccolo parallelo tra il premier spagnolo Sanchez e la nostra Meloni.
Sanchez fa parte di questa triade di leader sinistrorsi Spagna, Francia e Inghilterra che oggi detta legge insieme alla teutonica Von der Leyen in Europa. I tre sono molto simili, andati al potere dopo i disastri dei governi di destra o per arginarli con promesse roboanti poi mai mantenute e tutti molto bassi nei sondaggi nei loro rispettivi Paesi.

Probabilmente riceveranno tutti una sonora lezione alle prossime elezioni. Ma a sentirli, sono i leader del mondo civile. Pontificano di tutto lo scibile umano in tema di socialità, solidarietà e pacifismo tranne registrare il disastro sociale nelle rispettive nazioni. Ma pare che la tecnica funzioni e lo studiamo proprio su Sanchez.
La posizione contraddittoria di Sanchez

All’indomani dell’inizio del conflitto con l’Iran, Sanchez si ergeva dritto come un fuso a condannare la politica della guerra dispensando lezioni di pace ed amore e tuonando che non avrebbe concesso l’uso delle proprie basi e dei propri mezzi agli Usa per questo conflitto. Una scenetta simile la fece al Consiglio Europeo: all’atto di ratificare la partecipazione delle spese militari tutti i Paesi si accodarono, anche ob torto collo, ma lui no lui tuonò di nuovo che non lo avrebbe mai fatto salvo poi versare le quote previste esattamente come tutti gli altri.
E adesso lo fa di nuovo “no alla guerra, no al nostro appoggio” ma è proprio così? No. Evidentemente no. Il premier spagnolo si è presentato come l’unico leader eroico in grado di dire no a Trump, mandando in visibilio Schlein & co. Ma El Mundo rivela che dal 27 febbraio da Rota e Morón sono partiti almeno 40 voli. Non bastasse ha deciso di inviare navi da guerra a Cipro esattamente come l’Italia.
La decisione di inviare la fregata “Cristobal Colon” a Cipro e un inteso via vai dalle basi americane di Rota e Morón. All’indomani del discorso di Pedro Sanchez sul “no alla guerra”, che ha tanto esaltato la sinistra italiana, la posizione del premier spagnolo appare quanto mai contraddittoria rispetto alle scelte assunte dal suo esecutivo e a ciò che poi realmente avviene in Spagna.
È di ieri la notizia secondo cui Sanchez ha chiesto di riferire al Congresso spagnolo per illustrare la posizione del governo sulla situazione in Medio Oriente. Un’audizione urgente era stata in realtà già chiesta dal Partito popolare, proprio alla luce dell’invio della fregata a Cipro, in «una zona di conflitto».

La mossa di chiedere lui di essere sentito appare dunque come un tentativo di riprendere le redini di una situazione che pare ampiamente sfuggita di mano, in cui l’auto-narrazione di governo eroico che si oppone al Trump si sgretola su una realtà che vede la Spagna agire in linea con gli altri partner. Esattamente come ricordato dal ministro della Difesa Guido Crosetto alla Camera, quando ha segnalato che «l’utilizzo delle basi che noi stiamo concedendo è uguale a quello che concede la Spagna».
Ecco il dato sociale è questo. L’Italia si è ordinatamente accodata alle decisioni europee ed usa è vero, mentre Sanchez ha tuonato contro. Ma l’apporto delle due nazioni al conflitto è assolutamente identico. Ma identico veramente cioè utilizzo delle basi e invio di una nave.
Quando l’immagine supera i fatti

Eppure se scorrete i social in queste ore trovate da una parte l’eroe Sanchez esaltato come l’unico baluardo contro la guerra mentre la Meloni è la paladina del guerrafondaio Trump. Eppure diamine hanno fatto la stessa identica cosa. Identica.
È chiaro dunque che nella civiltà dell’immagine ciò che si dichiara ha un impatto certamente superiore alla realtà dei fatti e mai esempio poteva essere più calzante di questo. Siamo nello squilibrio totale. E non ci sono più, come scrivevamo nell’incipit, fonti credibili e soprattutto autorevoli che possano indirizzare l’opinione delle persone a partire dalla realtà. Sulla quale poi ognuno potrebbe formare la propria opinione.
Dunque a chi capita sotto un post filo Sanchez sarà convinto che egli sia un eroe e la Meloni una ciarlatana e l’esatto contrario per chi segue canali più destrorsi. Ma la realtà è assolutamente identica.
L’ho tristemente osservato anche nell’uscita di pochi giorni fa di Macron che in preda a deliri autoritaristici e guerrafondai ha annunciato di volere aumentare il proprio arsenale nucleare per creare un ombrello difensivo che molto cortesemente poi avrebbe messo a disposizione dell’Europa. La Meloni ha gentilmente risposto di no e ha fatto bene. Ma anche in questo caso le posizioni sono state le più assurde e disparate.

C’è gente che in un insano trasporto anti trumpiano nel post pubblicato il giorno prima inneggiava alla pace e contro i metodi del presidente statunitense. Ed il giorno dopo inneggiava all’aumento delle armi nucleari proposto da Macron. Un corto circuito vero.
Il corto circuito mediatico

I più belli erano quelli che dicevano “sì anche noi dobbiamo aumentare il nostro potenziale nucleare così non dovremo dipendere dagli Usa”. E mi facevano morire dal ridere. Vedete in Italia ci sono pronte all’uso circa ottanta testate nucleari. Ma seppur siano sul nostro territorio non sono nostre ma solo ed esclusivamente americane.
L’Italia non possiede neanche una testata atomica. E questo perché le forze armate italiane non potevano dotarsi di bombe atomiche perché era vietato dal trattato di pace firmato al termine della Seconda Guerra Mondiale. Così come per la Germania. Poi negli anni sessanta quando i tempi forse lo consentivano nel 1968 ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare poi ratificato nel 1975. Dunque abbiamo bombe atomiche in Italia soprattutto nelle basi di Aviano e Ghedi ma non sono nostre, noi ne siamo privi prima per obbligo poi per scelta.
Però il quisque de populo ne inneggia all’implementazione. Capite dunque la totale mancanza di equilibrio informativo attuale e le sue conseguenze. Dunque il dibattito sul conflitto procede a tappe forzate su argomenti ibridi e mutevoli quasi mai veri e realistici. Eppure è forte e deciso. Tanto da scuotere Conte e Tajani in parlamento. Che se le sono date di santa ragione in commissione.

Uno che urlava di vergognarsi l’atro diceva di cosa. Uno che insultava dicendo di essere schiavo di Trump col cappellino in mano l’altro che Conte faceva il baciamano alla Merkel ed altri leader europei. Al massimo del’iraTajani ha urlato a Conte“Trump a me non mi chiama Anthony a lei la chiamava Giuseppy”. Citando la famosa frase del primo Trump. Che meraviglia una scossa contro il torpore del dibattito attuale.
Referendum sulla giustizia: equilibrio zero
Sullo stesso stampo ma con i toni ancora più da guerra in corso prosegue il dibattito sul referendum giustizia. Equilibrio zero. Siamo agli stracci in faccia. Intanto registriamo la solita meravigliosa escalation dei sondaggi che per legge erano previsti e pubblicabili fino a ieri.

Ebbene sì l’ultimo giorno utile dicono che i no abbiano superato i si. Mentre questo all’inizio del dibattito vinceva sessanta a quaranta. Adesso il no al 52 il si al 48 ma con un venti per cento quasi di indecisi. Che dice tutto.
Ecco questa performance con sprint finale nei sondaggi non è nuova. Succede sempre salvo poi però rivelarsi quasi sempre catastroficamente falsa. Vogliamo ricordare il duelloTrump-Kamala Harris dove, lei partita in svantaggio, gli ultimi giorni secondo i sondaggi aveva ottenuto un incredibile sorpasso e si indirizzava verso certa vittoria. Salvo poi prendere una tranvata colossale raggiungendo uno dei risultati più bassi della storia.
O che ne so le recenti elezioni nelle Marche dove ci fu anche lì il sorpassone finale nei sondaggi salvo poi perdere di otto punti. È una strategia vecchia come il cucco e consolidata oramai ma che poi cede sempre alla prova dei fatti.
Magistrati e politici: una comunicazione diversa
Ci sono due dati che condizionano il dibattito attuale sul referendum. Il primo è che i magistrati, gente sicuramente preparata, colta ed avveduta, si trovano molto a loro agio ad esercitare la loro autorità come regnanti indiscussi nelle aule di tribunale. Si vede però che non sono avvezzi al dibattito pubblico. Non sono brillanti, energici, coinvolgenti. Non sono, diciamocelo, dei grandi comunicatori ed infatti non è il loro mestiere in fondo.

Lo osservavo in un dibattito tv dove l’ex direttore di Panorama Giorgio Mulè ora parlamentare di Forza Italia si confrontava con il noto procuratore Woodcock. Uno che per anni è stato il terrore dei politici. Uno che querelò Feltri perché affermò che letteralmente il suo nome tradotto significava“membro maschile di legno”.
Ebbene alla prova del dibattito con Mulè è stato letteralmente annichilito. Parlava con sufficienza e svogliatezza. Mulè invece che non è che sia un simpaticone era animato da una grinta fuori dal comune e poi si è capito perché. Nel corso del dibattito infatti ricorda a Woodcock che quando era direttore di Panorama fu inquisito dallo stesso pm che mise sotto controllo ben 24 telefoni. Da quell’inchiesta molto dispendiosa non usci nulla, fu infatti poi assolto ma uscirono sui giornali tutte le sue telefonate con Silvio Berlusconi.
Un classico delle inchieste politiche questo di pubblicare stralci di interesse più politico che giudiziario tout court. Ne è derivato che il dibattito sta girando su tutti i social portato dai sostenitori del si perché lo ritengono una vittoria schiacciante.
Tra equilibrio e squilibrio
Il secondo dato è che in spregio a ogni forma di equilibrio il dibattito oramai è diventa solo pro o contro Meloni. La più bella l’ha detta Mimmo Lucano parlamentare europeo Avs che ha detto “io voterei con tutte le forze si ma voterò no per andare contro Meloni”. E questo è il riassunto del dibattito attuale. Si cerca di renderlo una conta di tipo politico non più tecnico giuridico.

Ecco è questo lo squilibrio assoluto in cui si vive il dibattito attuale che si parli di referendum o di guerra. Vince chi è più forte ad imporre il tema a farlo girare indipendentemente se sia qualcosa di vero. E la vera sfida ora è tra chi riesce a distinguere gli argomenti veri da quelli falsi l’equilibrio dallo squilibrio.
E voi tra i due cosa scegliete. Io per ora mi tengo il mio allegro e consapevole squilibrio. Mi piace ancora. Per il futuro si vedrà. E per oggi che è l’8 marzo festa delle donne ricordiamoci di onorarle e festeggiarle ed io che in famiglia sono, con somma fortuna, circondato da donne incredibili e meravigliose rivolgo a loro come a tutte un deferente omaggio.



