Il guardiano del faro di Ventotene ed il canto delle Sirene

Viaggio alla scoperta della torre che domina la suggestiva isola pontina. Un luogo magico, ricco di storia, fascino, mistero e già raccontato nell'Odissea. Oggi ha un valore simbolico a partire dal famoso manifesto di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi considerato come l’inizio dell’idea di Europa

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Per essere un faro devi essere abbastanza forte da resistere ad ogni tipo di tempesta, a ogni genere di solitudine e devi avere una luce potente dentro di te. Non riesco a pensare a nessun altro edificio costruito dall’uomo così altruista come un faro. Sono stati costruiti solo per servire. Eppure emerge come i fari abbiano sempre avuto, e lo hanno tuttora, un fascino irresistibile. Su di me poi straordinario. Sarà perché si ergono sempre in zone isolate e selvagge, il pensiero corre a storie misteriose e avventurose che partono da quel fascio di luce che spazza il buio della notte e lambisce il mare. Sarà probabilmente anche la stessa struttura, che rappresenta la verticalità, a scatenare il desiderio del fantastico e dell’avventuroso.

Il fascino delle “sentinelle del mare”

Il faro di Ventotene (Foto © Andrea Casadei)

La rappresentazione è sempre triadica: una torre, una lampada, un guardiano. O forse sarà per via del vento che sibila su per le scale a chiocciola, per il rumore delle onde, o per lo sguardo verso l’infinito. Luce che orienta i naviganti, segnalando alle barche di passaggio il confine della costa e il pericolo della scogliera: il faro è l’ultima torre luminosa prima del nero del mare, ma è anche il simbolo di una solitudine assoluta, tempestosa e quasi eroica. Il faro è per sua stessa natura legato al tema del lontano, del viaggio, della “frontiera”, del limite e della resistenza, ma anche della guida.

La storia di ogni faro è una storia affascinante che si intreccia con la storia e le identità territoriali. Queste “sentinelle del mare” suscitano da sempre suggestione e mistero. Nell’immaginario collettivo, evocano spesso un senso di libertà e di solitudine ma anche il sogno di una vita a contatto con la natura.

Quante storie potrebbero raccontare i fari. Di terribili tempeste che li squassavano alle fondamenta, di salvataggi, di naufragi e di mistero.

La “magia” di Ventotene

Il faro di Ventotene

Questa settimana poi si celebrava la giornata internazionale dei fari, che in tutto il mondo esprimono lo stesso simbolico e affascinante significato. E come un dono del destino ho avuto l’opportunità di avere accesso al faro dell’isola di Ventotene. Un’esperienza straordinaria che ho sempre cercato nella vita. Ed a giudicare dalle reazioni ad alcune foto che ho pubblicato, un desiderio comune a moltissimi.

Ventotene è un isola meravigliosa con una potenza evocativa che travalica la forza di quel fazzoletto di terra incastonato nel mare. Io personalmente ho un legame fortissimo familiare con l’isola. Mio nonno Franco Fiorito come me o meglio io come lui, da carabiniere comandò la caserma sull’isola per più di un lustro negli anni Cinquanta. Vivevano nella caserma che è esattamente nello stesso posto dove è ora. Lui con mia nonna Pina, mio padre Giuseppe ed il suo gemello Emilio e zia Antonietta la sorella maggiore. I più anziani ancora lo ricordano.

Ricordano soprattutto i due gemellini che già a cinque anni scappavano dalla caserma per scendere lungo le rocce della cala di Parata Grande che, allora, non avevano neanche i trecento gradini di oggi per scendere e che attualmente è interdetta al pubblico perché troppo ondosa e pericolosa. Loro ci si avventuravano beatamente a cinque anni per fare il bagno sfuggendo ai controlli di una intera caserma. A dieci anni scarsi andavano a nuoto e tornavano dall’isola di Santo Stefano quella dove era il carcere, distanza un chilometro e seicento metri andata ed altrettanto al ritorno.

L’amore per il mare e le emozioni del passato

L’ergastolo di Santo Stefano

Se qualcuno si domandasse da dove nasce la mia sconfinata passione per il mare la risposta è semplice: da mio padre. Lui e il mare erano una cosa sola: lo sfidava, lo dominava ma contemporaneamente lo temeva, gli incuteva rispetto. Ed a Ventotene aveva avuto il suo battesimo marino con la scena mitica in famiglia di nonno che piccolissimi li portò sul molo e tipo John Wayne nei film li buttò direttamente a mare lasciando che se la cavassero per tornare a riva. Funzionò. Altri tempi.

Comunque il fatto di ripercorrere i percorsi che sai che i tuoi genitori o parenti hanno percorso decine di anni fa crea sempre una certa emozione. Ti sembra di rivivere le immagini come se te le trasmettessero in uno sforzo di fantasia che però a volte diventa quasi reale.

Ma oltre a questa l’emozione vera è stata quella, per la prima volta, di aver potuto vivere, seppur brevemente, l’emozione di entrare in un faro e poterlo respirare assaporare.

Un sogno che si realizza

Il tutto grazie al metodo brevettato #ammiocuggino che è stato da sempre la forza vera dell’Italia, quella in cui conoscere ed essere riconosciuto creava dei rapporti che valevano molto di più di qualsiasi ricchezza. Perché con i soldi non si compra tutto, soprattutto non le emozioni, ed ad esempio l’emozione di aver potuto girare nel faro viverlo, gustarlo, abbracciarlo non è acquistabile. È un privilegio vero ma nel senso nobile del termine cioè la possibilità di poter fare qualcosa che non tutti hanno la fortuna di poter fare.

Io poi ho un #ammiocuggino fantastico, lui e tutta la cuginanza. Ma non ve ne posso parlare sennò diventate gelosi: perché sono un uomo fortunato e proprio grazie a questo ho potuto vivere questa piccola semplice ma fantastica avventura. Chi non ha sognato nella vita di fare il guardiano del faro di vivere in simbiosi con il mare di catturarne l’anima più sincera. Ventotene ha un faro bellissimo ormai perfettamente integrato con la città e situato nella parte più bella ed accessibile. Non è un baluardo isolazionista è più la punta avanzata di un isola bellissima.

Quella vista verso l’infinito

(Foto © Sailko)

Scesi al porto in pochi minuti sei al faro, lo vedi già arrivando in barca. I suoni i colori di Ventotene sono fantastici. Dopo poco ti trovi di fronte questo imponente edificio bianco dal candore tutto estivo. Il cigolio del cancelletto attaccato dalla salsedine fa da colonna sonora all’ingresso. Il faro è tutto circondato da terrazze. Oggi ci sono due appartamenti riservati alla Marina ed un locale tecnico. Sotto un deposito angusto. Ma io firmerei pure per quello.

La terrazza verso la terra è un oasi di fresco coperta e ventilata, lascia solo intravedere qualche casa e la sagoma del palazzo comunale di Ventotene che domina la baia. Pochi metri dopo gli scalini che portano alla spiaggia. Una scogliera di tufo meravigliosa con un’acqua blu cobalto che ti fa innamorare.
Ma basta solo percorrere pochi metri sulla terrazza che si apre la vista verso l’infinito, l’ombra lascia il passo ad un sole abbagliante e l’orizzonte sembra avvolgerti come in un abbraccio di luce che stordisce.

Il riflesso sulle onde è come se volesse accecarti di felicità tanto è potente. Di fronte l’isola di Santo Stefano quella del carcere. In realtà Ventotene stessa fu isola di confino già in epoca romana per la sua posizione isolata, oggi di frontiera avanzata del territorio laziale. Il confino degli avversari politici del fascismo a Santo Stefano l’ha resa un luogo amato dalla sinistra per il suo alto valore simbolico, come lo stesso manifesto di Ventotene redatto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi viene da alcuni considerato come l’inizio dell’idea di Europa.

Lo spettacolo di Ischia e del Vesuvio

Dietro Santo Stefano nelle giornate terse la sagoma imponente di Ischia e più in fondo la forma del Vesuvio. Che con le sue eruzioni ha dato vita alle meravigliose isole vulcaniche di questo tratto di Italia. Affacciati sul terrazzo, sotto si vedono ancora le straordinarie antiche millenarie vasche intagliate nella roccia che servivano ai romani per allevare pesce da pescare poi senza fatica. Con un intricato sistema di cunicoli che le collegavano al mare permetteva l’ingresso dei pesci ma non la loro uscita. Che geni i romani.

Murenario

Non bastasse proprio sotto al faro scavato nella roccia c’è un murenario. La murena, cibo prelibato per gli imperatori romani, non ama la luce quindi la allevavano in queste grotte. Peccato che l‘incuria ne abbia fatto crollare la parte iniziale della volta. Di fronte alle vasche la roccia è piena di buchetti. Scavati sulla superficie. Come ci ha spiegato Marta la nostra nipotina che ha la superintelligenza e ci ha fatto da guida, quelle erano “saline”.

L’acqua tramite le onde entrava nella piccola conca il sole poi la evaporava lasciando sul fondo il sale che poi comodamente i romani raccoglievano. Geni veri. Il sale poi era merce preziosa all’epoca. Veniva per il suo valore quasi equiparato alla moneta. Basti pensare che gli stipendi ancora noi oggi li chiamiamo salari perché era considerato una unità di misura economica.

“Pied dans l’eau”

L’interno è spartano ma sobrio con le finestre chiuse sembra una normale casetta. Quando invece spalanchi le persiane e la luce insieme al mare avvolgono le tue sinapsi ti rendi conto di stare in un posto unico diverso ineguagliabile.

Immaginate di svegliarvi assonnati per poi aprire le finestre e trovarvi a picco sul mare, la sensazione di stare in paradiso. Quel mare che poi con pochi scalini raggiungi per gettarti nelle acque dolcemente fresche e cristalline. “Pied dans l’eau” dicono i francesi delle case sul mare. Con i piedi in acqua vogliono dire, come se tu vivessi si sulla terraferma ma i tuoi arti fanno da collegamento con il mare perché vicinissimo.

Sotto la spiaggia del faro niente sabbia solo rocce come adoro io. Avrò fatto un milione di tuffi. Per risalire tra i flutti un corrimano nella pietra a cui arrivi tirandoti su con una corda. Roba da esperti. Se giri pochi metri ti trovi a “Cala nave” forse la baia più bella dell’isola, un mare tra le rocce che ti innamora. Dall’altro lato invece “Cala Rossano” la più amata dai radical chic. “In nessun altro luogo diverso dal faro aveva vissuto le ore più felici né aveva trovato migliore consolazione alle sue infelicità. Fu il posto che amò di più“. Scriveva Gabriel Garcia Marquez in “L’amore ai tempi del colera”. E penso avesse perfettamente ragione.

L’alba ed il tramonto

Il tramonto visto dal faro

Ma sono due i momenti che ti colpiscono di più oggi nel faro, che ti riportano al suo senso primigenio, fuori dalla routine del turismo di massa e dei fragori delle giornate in spiaggia. L’alba ed il tramonto. Perché entrambe recano con loro quel silenzio solitario che imita la millenaria solitudine del faro e del suo guardiano. Atteso solo nel suo rapporto affettuoso con il mare e forse solo con le sirene di passaggio. Ma a questo adesso ci arriveremo.

Al tramonto il faro inizia a funzionare. Oggi è tutto elettronico ma da millenni prima il fuoco, poi le lampade danno vita al calar del sole alla danza di luce dei fari. Anticamente solo con le luci dei fuochi poi amplificate da un sistema di specchi. Ma la modernizzazione non ha tolto fascino. L’alternarsi della luce con una danza ritmica regolare assicurava ai viaggiatori di non confondere quella con altre luci della costa. È nella sua intermittenza che il faro si qualificava. Io la notte accedevo alla terrazza e mi mettevo a fumare il sigaro di fronte al faro che mi sovrastava.

Quelle luci che si muovevano sembravano parlarmi quasi come dei segnali di un immaginario alfabeto marino che mi scriveva le parole. Ci ho parlato la notte col faro e lui mi rispondeva in segnali di luce. Fino all’alba. All’alba con un saluto dispiaciuto mi salutava per darmi appuntamento al giorno dopo lasciando il passo alla luce del sole che lo annientava momentaneamente. Solo allora pensavi al faro come avamposto di mare e mentre nel silenzio, interrotto solo dal moto ondoso, il sole saliva ti rendevi conto della magia di quel luogo e del tuo posto in prima fila per vedere il mondo.

Ventotene e l’Odissea

Grafica © Tommaso Chiarolini

La stessa sensazione che da millenni prova chi frequenta questo luogo magico. Perché Ventotene era già citata nell’Odissea. E voi sapete anche dalla didascalia che accompagna il mio nome su questo giornale cioè “Ulisse della politica” quanto io ami la figura di odisseo. Tanto da chiamare il mio cane Argo.

Secondo il mito omerico Ventotene è l’isola delle sirene, quelle che col loro canto ammaliatore annullavano al volontà degli uomini inducendoli a seguire le proprie volontà.

Il libro XII dell’Odissea di Omero è il libro dedicato a Ulisse e alle sirene. Quella delle sirene è la terzultima prova che Ulisse affronta con i suoi compagni. Odisseo ha combattuto con il ciclope Polifemo, vincendolo con l’astuzia, si è scontrato con il potere sovrannaturale di Circe, scampando grazie all’aiuto di un Dio. Si trova ora a confronto con un genere di prova molto diversa da tutte le altre: non il canto delle sirene in sé, ma il confronto con se stesso.

Ricordate come supera questa prova Ulisse. Con dei tappi di cera tura le orecchie a tutti i marinai così che non possano udire il canto fascinoso delle sirene. Lui no. Lui si fa legare stretto immobilizzato all’albero della nave, in modo che ne possa udire il canto ma immobilizzato che non possa seguire i dettami delle sirene.

La curiosità e la saggezza di Odisseo

Quando Odisseo decide di turare le orecchie ai suoi compagni con la cera, ma di farsi legare all’albero della nave, senza alcuna protezione contro il canto delle sirene, dimostra una sua caratteristica che lo accompagna per tutto il poema: la voglia di conoscere e di sapere, la voglia di provare cose nuove che nessun altro uomo ha mai provato.

Odisseo riesce a resistere solo grazie alla sua proverbiale saggezza che gli aveva consigliato di farsi legare, nel caso la sua forza di volontà non fosse bastata da sola a opporsi al canto ammaliatore delle Sirene. Non è dalle Sirene che Odisseo deve difendersi, ma da se stesso, dai suoi desideri e dalle sue passioni più forti.

La prova e la figura delle sirene, che sarà poi ripresa da molte correnti di pensiero per farne allegorie sulla vita e sul mondo, è il simbolo dell’uomo a confronto non con una forza esterna contro cui deve combattere, ma con qualcosa di molto più terribile: è l’uomo che è costretto a controllare e mettere in dubbio il suo stesso modo di essere. Il detto greco γνῶθι σεαυτόν (conosci te stesso) è alla base di questa prova, è l’arma grazie alla quale Odisseo riesce a superare l’isola delle sirene. Odisseo, consapevole di non poter resistere alle promesse delle Sirene, sapendo fin dove può arrivare con la sua forza di volontà, decide di farsi legare all’albero.

Avamposto nell’isola del mito

La tremenda forza delle sirene sta proprio in questo: parlare a ogni uomo in modo diverso, scovare i desideri più segreti e forti degli uomini e tentarli su questo piano. A Odisseo le sirene promettono la celebrazione del suo passato eroico e il sapere di tutte le cose del mondo. Solo conoscendo queste debolezze del suo animo, e prevenendole, Odisseo riesce a salvarsi.

Dunque il faro come avamposto nell’isola del mito. Un’isola che pur piccola e distante segna la storia dell’uomo da millenni. Oggi ancora protagonista della storia culturale d’Europa. Un luogo magico. Che trasmette con forza la propria magia. Ed anche se oggi non esiste più un vero e proprio guardiano del faro io per un momento ho immaginato di esserlo, come ho sempre desiderato. L’altra notte, complice la luna, mi è sembrato pure di vedere sugli scogli una bionda sirena adagiata, lasciva come una musa.

Ho sentito pure che mi sussurrava un canto dolcissimo ma quando stavo per abbandonarmi perché non avevo preso le stesse precauzioni di Ulisse è scomparsa tra una pausa di luce e l’altra del faro. Lui il faro che ci osservava ha continuato a scandire austero la sua danza di luce, a me è rimasta la sensazione di aver vissuto un momento magico in un posto magico. E mi sono sentito come quello che descriveva Oscar Wilde Quando diceva: “Da qualche parte esiste un guardiano del faro che conserva tutti i messaggi in bottiglia. Li rilegge di notte insieme alla sua amata sirena”.