Il racconto di un giorno speciale tra suggestioni. storia, filosofia, politica e la consapevolezza nei propri mezzi. Con un messaggio: bisogna rialzarsi sempre e non arrendersi mai
Da tanti anni che scrivo per questa prestigiosa testata non mi era ancora mai capitato di scrivere il giorno del mio compleanno. Il 13 di luglio, oggi, cade di domenica. Si lo stesso giorno in cui nacque Giulio Cesare, circostanza che propagando da quando ero fanciullo, ammantandola di chissà quali coincidenze profetiche di straordinari successi. Ed in effetti non mi posso lamentare, vivo una vita intensa e piena di soddisfazioni, anche se come lui ho più volte sperimentato la magnifica sensazione della delusione, del tradimento e della pugnalata alle spalle.
A differenza di Cesare però io non sono ancora caduto sotto i colpi dei congiuranti, errore di non poco conto considerando la mia innata attitudine a restituire con gli interessi quanto subito. Attività nella quale eccello in maniera straordinaria e che preparo sempre con minuziosità maniacale e con qualche tocco spettacolare.
Ma l’influenza cesariana mi ha sempre indotto a pensare in grande, convinto che il titolo di “Divus” conferito al grande condottiero romano, inteso come colui che è fortunato in battaglia, in qualche modo si tramettesse anche per circostanze cabalistiche e ripetitive come la data del compleanno.
Un uomo fortunato nonostante tutto
Ed in effetti io mi ritengo un uomo sommamente fortunato anche se la vita mi ha messo di fronte a delle prove antiche e dure. Ed il fatto che le abbia superate tutte mi rende un uomo ogni giorno più forte. Uno che non si è arreso a nulla. E non sapete che bella sensazione che è. Perire per poi rinascere in continuazione nel trionfo di una evoluzione Nietzschiana.

E ci sono sempre riuscito seguendo quello che da secoli tutti i filosofi chiamano il culto della personalità. Affrontando sempre tutto con lo stesso spirito di un Samurai che si forgia per il Bushido. E non lasciatevi ingannare da questo fisichetto da orsacchiotto che ho messo su, quello è colpa dei piaceri culinari a cui non resisto: dentro la mia disciplina è ferrea. Più ho difficoltà da affrontare, più divento forte, più la mia volontà diventa evidente.
Certo anche la mia volontà vacilla, come per esempio in questo momento nel quale sono intento a scrivere questo articolo dalla ridente località Monti in Anagni, un posto che si avvicina molto al paradiso terrestre, con la finestra spalancata verso la cattedrale illuminata nel buio della notte, brillante come una stella polare, la cui luminosità battaglia solo con la raggiante luna piena inizio calante. In questo momento paradisiaco, odo però arrivare, dalla amena località di Pantanello le potenti eco di una musica “appumma appumma appumma”, probabilmente emesse da una fantomatica manifestazione chiamata “Febbre italiana”.

Forse evento propedeutico alla candidatura di Anagni a capitale italiana della cultura. L’eterogenesi del concetto di sapere. “Io vagabondo che sono io, vagabondo che non sono altro” urlano le casse rimixandolo con dei bassi che manco i dj improvvisati alle feste del liceo, con un risultato che starà facendo rigirare nella tomba il compagno Augusto Daolio, almeno quanto me che non sono neanche ancora defunto. Per fortuna ad agosto per San Magno arriverà in città Enrico Ruggeri a rinverdire i fasti della antica tradizione di grandissimi concerti della città. Un colpo da maestri che merita apprezzamento. Quando l’ho letto non ci volevo credere.
Mentre la sparuta folla ben udibile anche a chilometri di distanza, urla “sciolgo le trecce ai cavalli, corrono” io chiudo la finestra per continuare a scrivere. A volte bisogna saper rinunciare a tanta cultura. Anche questo è questione di volontà e personalità.
La personalità merce rara
Ecco torniamo al culto della personalità. Intanto per coltivarlo bisogna averne una. Si astengano sognatori e perditempo come recitano gli annunci commerciali. Ed al giorno d’oggi trovare qualcuno con una sua personalità è cosa rara, presi dall’omologazione imperante e dal qualunquismo più assoluto. La cultura anestetizzante che ci rende massa quotidianamente fa il resto del lavoro. Reprime ogni rigurgito personalistico con l’intento di risucchiare tutti in questo immenso blob in cui l’unica scelta è annuire, subire, accodarsi.

Ogni giorno è un capitolo di un gigantesco esperimento sociale degno del miglior Orwell in cui, inghiottiti da una gigantesca finestra di Overton, si divertono a misurare quanto riusciamo a replicare le informazioni del mainstream senza alcuno spirito critico. Prove generali dell’annullamento della personalità in cui come un gigantesco Truman show ci invitano fintamente a ribellarci dissentendo attraverso i social, debitamente guidati da malefici algoritmi, convincendoci che siamo degli indomiti rivoluzionari mentre siamo solo pecore incanalate nel recinto di volta in volta scelto dal padrone.
Eppure Cesare fu uno dei primi casi di vero culto della personalità. Ma tutta l’antichità ne è disseminata da Alessandro Magno a Leonida, Temistocle, Serse, Annibale. Quanti ne volete, senza citare le decine di romani. Grandi condottieri elevati al rango di semidei. Uniti da un filo rosso: le grandi personalità. Dominanti, accentrartici, potenti. Tutte doti che nei secoli hanno contraddistinto i leader in ogni epoca. Tranne in quella attuale.
Oggi viviamo nell’epoca dell’”aurea mediocritas” come direbbero i latini. Espressione che odio, non ci trovo mai nulla di dorato nella mediocrità. Dai latini intesa come la virtù che sta nel mezzo. Nell’equilibrio.
La figura dell’eroe
Io invece ho sempre amato il gesto forte, la figura dell’eroe. Eppure oggi va di moda lo smidollato. Tranne che non si arrivi in casi di pericolo, di agitazione. Allora tutti, in modo naturale, cercano rifugio nelle personalità forti. Per il resto il modello imperante è quello alla “il mortadella Prodi”. Ma anche se ha radici antiche, il secolo scorso è stato il secolo del culto della personalità. Facile citare Mussolini e Hitler, sono due paradigmi perfetti.

Ma anche chi non ti aspetteresti tipo Lenin o ancora di più Stalin. Che pure nel regime più omologatorio e spersonalizzante della storia sono riusciti ad affermarsi nel solco del culto della personalità. Tanto che Chrusev (lo scrivo alla russa) che gli succedette tenne nel ‘56 al ventesimo congresso del Pcus un discorso restato nella storia denominato “Sul culto della personalità e le sue conseguenza”. Il discorso di Chruscev era molto critico riguardo al regime del precedente segretario e capo del governo Iosif Stalin, denunciando in particolare le grandi purghe che caratterizzarono la fine degli anni ‘30.
Chruscev accusò Stalin di aver basato la sua guida politica sul culto della personalità, invece di ottenere il supporto per gli ideali del comunismo. Il discorso rappresentò una nelle maggiori cause della crisi sino-sovietica, nella quale la Cina di Mao Zedong e successivamente l’Albania di Enver Hoxha accusarono Chruscev di essere un revisionista. In risposta formarono un movimento antirevisionista critico nei confronti della leadership post-stalinista del PCUS, accusandolo di aver deviato dal cammino di Lenin e Stalin. Niente male per una ideologia in cui teoricamente siamo tutti uguali per postulato necessario.
Freud e Le Bon
Ma lo aveva già capito bene Freud quando scrisse “Psicologia delle masse ed analisi dell’io”. Che partiva dalla stessa base della “Psicologia delle masse” di Gustav Le Bon condividendo le tesi secondo cui il singolo individuo, immerso in una massa, pensa ed agisce in modo diverso da come farebbe in una situazione di isolamento. Entrambi ritengono inoltre che la massa sia impulsiva, mutevole, onnipotente e che quando desidera qualcosa non rimanda l’azione.

Pensate quanto è attuale il concetto che per dominare bisogna prima controllare le masse. Solo che prima ritenevano che per farlo non si potesse prescindere dalla figura del capo. Oggi invece è ritenuta deleteria, pericolosa, è meglio che la massa sia informe, acefala. Mentre prima al capo servivano suggestione, argomenti sempre più forti e crescenti e sempre un nemico reale o ideale. Oggi si agisce invece attraverso l’anestetizzazione della massa.
Una rivoluzione copernicana, in cui il culto della personalità diventa addirittura pericoloso e deleterio. E la massa viene controllata non da un leader visibile ma dalla tecnica e dalla comunicazione di massa. Adesso la massa è senza capo. È eterodiretta. O meglio il capo c’è ma non si vede. Non si appalesa. E non ha bisogno di guidare di convincere. Ci pensa l’algoritmo di turno.
Bando all’omologazione
Insomma in un’epoca di omologazione chi ha una personalità se la tenga stretta, la coltivi, la sviluppi. È l’unico antidoto all’appiattimento. Certo qualche eccesso scappa, qualche esagerazione, qualche errore. Ma non abdicate mai dalla vostra personalità. Anche nei vostri errori. Io per esempio sono testardo e vendicativo. Non riesco a correggermi neppure in tarda età. Devo averlo mutuato da Giulio Cesare che era un tipino niente male.

Una volta ne parlammo, ricordate Vercingetorige gran capo dei Galli, un omone forte e potente mica un nanerottolo qualsiasi. Si arroccò ad Alesia una città fortificata ed inespugnabile. Allora Cesare la cinse d’assedio e con grande pazienza costruì una serie di palizzate acuminate tutto intorno. Dopo settimane d’assedio la grande e potente Alesia ed i suoi generali, che si ritenevano invincibili, iniziarono a commettere i primi errori. Un classico di chi al potere si crede intoccabile. Fino a che l’assedio, lento e inesorabile, li costrinse alla resa.
Ma Cesare non ebbe pietà, non accettò nemmeno la resa delle donne e dei bambini e li costrinse all’errore attraverso una raffinata strategia. Fino quando negli attacchi che i Galli portavano, grazie alle acuminate palizzate costruite dai romani, questi non si infilzavano da soli decimandosi. Fino a quando i grandi e potenti Galli non furono costretti definitivamente alla resa. Furono decimati comunque. La vendetta è vendetta. Rimase solo Vercingetorige che magro e deperito dagli stenti venne messo in una gabbia come una fiera catturata e portato in trionfo fino a Roma. Dove venne esposto al pubblico ludibrio. E visse in una gabbia fino alla fine dei suoi giorni.
Intelligenza strategia e pazienza vincono sempre sull’arroganza e sulla spocchia del potere. Sempre. Ma serve una personalità. Se non la hai non provarci nemmeno.
Guardate Andreotti ai giorni nostri diceva sempre: “Non sono vendicativo, ma non dimentico”. Perché non aveva le “phisique du role” di Cesare, ma poi qualche soddisfazione se l’è sempre tolta.
Innamorati del leader di turno
Eppure oggi si assiste ad un fenomeno strano. Anche nell’epoca dell’omologazione la gente si innamora ogni volta di un leader che la conquista. Certo i modi e i tempi sono diversi. Ma pensata alle altalene elettorali degli ultimi anni, tutte legate a delle personalità che però essendo “costruite” non sono durate che un giro.

Nell’Italia repubblicana invece il pioniere è stato Bettino Craxi: durante gli anni Ottanta rianimò i cocci del Psi (oscurato dal Pci), portandolo alla Presidenza del Consiglio; poi, però, lo accompagnò dal gigantismo del potere alla tomba.
Di lui nel 2000, quando morì durante l’autoesilio tunisino, scrisse Indro Montanelli sul Corriere della Sera.
“Aveva anche una spiccata – e funesta – propensione a considerare nemici tutti coloro che non si rassegnavano a fargli da servitori. Sono pochi, intendiamoci, i politici immuni da questo vizio. Ma alcuni di essi sanno almeno mascherarlo. Craxi era di quelli che l’ostentano sino ad esporsi all’accusa di culto della personalità: un culto che, trasferito sul piano nazionale, avrebbe potuto procurargli seri guai. Non perché a noi italiani certi atteggiamenti dispiacciano, anzi. Ma perché, in fatto di guappi, siamo diventati, dopo Mussolini, molto più esigenti: quelli di cartone li annusiamo subito”.

Ma dopo tangentopoli Berlusconi, poi D’Alema per la sinistra, e Renzi da alcuni ritenuto un ibrido tra berlusconismo e dalemismo. Poi le altalene di Beppe Grillo e di Matteo Salvini. Per arrivare fino alla Meloni che, forse più scaltra di altri e praticamente priva di avversari, sta durando più a lungo. Ma avrà lo stesso destino. Perché il potere cari miei è transitorio per sua natura.
Tutti lo sentono infinito nel momento in cui lo esercitano ma per tutti ha una fine già segnata. Per questo al di la delle altalene del potere, rimanete ancorati al culto della vostra personalità. Se ne avete una. Coltivatela, forgiatela, coccolatela.
Perché di sepolcri imbiancati che si sentono Napoleone siamo già pieni.
Il fumo del sigaro ed un brano di Battiato
Adesso vi lascio, ho da festeggiare il mio compleanno che ogni anno, come immutabile memento, mi ricorda che devo migliorare e che devo riuscire a resistere a tutto. Proprio a tutto. E trasformare le difficoltà in forza. Perché quello che non ti uccide ti fortifica. Se hai una personalità.

Lo passerò a Roma. Città eterna. Pranzetto in luogo ameno. Poi due mostre. Il Barocco globale alle Scuderie del Quirinale, al suo ultimo giorno. Poi Caravaggio, che adoro, a palazzo Barberini. Infine cenetta in luogo “a la page”. Delizie edonistiche per il corpo e lo spirito.
Mentre rileggo quello che ho scritto riapro la finestra, chiusa per attutire la musica imperante. Il fumo del sigaro mi assedia. Dalla “serata italiana” al Pantanello arriva ancora l’eco della musica. “Kunz kunz kunz” fa. Quei brani più fastidiosi che mette il dj quando ti vuole dire “si è fatta una certa, vedi de annattene a dormì”. Terminata la revisione come per magia l’ultimo “kunz kunz” passa attraverso la finestra dissolvendosi. I suoni della campagna riprendono il sopravvento.
Anche la cattedrale sembra sollevata. La luna si è spostata. La guardo e accendo un sigaro. Qualche ora di sonno poi a festeggiare. Per me i compleanni non sono mai un occasione per recriminare dell’anno trascorso, ma la celebrazione di nuove esperienze. Sono un momento realmente felice. Oltre che di grande affetto, visto che ancora non sorge il sole e sono stato invaso già da centinaia di messaggi, anche da chi non mi aspettavo.
Il fumo del sigaro assume ormai strane forme, sembra quasi il genio uscito dalla lampada. Accendo la mia musica, metto una canzone di Battiato che ho usato per una storia nel bosco oggi accecato da barbagli di luce.
Si chiama “È stato molto bello” e dice così:
“I colli dei cigni splendono alla luce
e mille barbagli trafiggono le palpebre
il fuoco che bruciò Roma è solo sprazzo.
Così mi incendi.
Con bugie di suoni mi possiedi.
E’ stato molto bello finisce la tarda estate.
E’ stato molto bello si prolungano le ombre oltre la sera.
Non domandarmi dove porta la strada seguila e cammina soltanto.
lo non invecchio niente più mi imprigiona.”.
Ed io da una vita non mi domando mai dove porta la strada. La seguo e cammino soltanto. Come ho fatto faticosamente salendo e discendendo il monte Athos pochi giorni fa. E non invecchio, proprio perché niente più mi imprigiona.
Auguri. Grazie.



