Il mio viaggio in solitaria sul sacro Monte Athos, proibito alle donne

L'esperienza di introspezione al Monte Athos fatta da Fiorito. Un luogo sacro per monaci ortodossi e vietato alle donne. La Repubblica monastica offre un'esistenza dedicata alla preghiera, con accesso rigoroso ai visitatori e un'atmosfera di isolamento e spiritualità profonda.

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Sono stato alcuni giorni in solitaria sul sacro Monte Athos. Un’esperienza incredibile. Il Monte Athos è l’unica nazione al mondo proibita alle donne. Perché dedicata completamente alla Vergine Maria l’unica che può passeggiare nel suo “giardino”.

Da circa mille anni, questa remota penisola della Grecia è abitata esclusivamente da monaci ortodossi, seguaci di un’antica tradizione spirituale che vieta l’ingresso alle donne. Anzi a qualsiasi essere vivente femminile.

Ci siamo addentrati in uno dei luoghi più misteriosi e sacri del pianeta, la Repubblica Monastica del Monte Athos, per incontrare i monaci che hanno scelto l’isolamento totale dal resto del mondo per dedicarsi alla contemplazione e alla preghiera. Un viaggio tra antichi monasteri, rituali millenari e la profonda spiritualità che permea ogni angolo di questa terra proibita.

Cosa spinge questi uomini a rinunciare a tutto. E perché il Monte Athos resta uno dei luoghi più inaccessibili e misteriosi del pianeta. Lo scopriamo insieme.

Un mondo fuori dal tempo

Il Diamonitirion di Fiorito

Arrampicati tra le rocce greche, in un luogo spettacolare a strapiombo sulla vallata sottostante, sorgono monasteri misteriosi e suggestivi, dove vigono regole particolari e la vita scorre come in un’altra dimensione.

Il Monte Athos forma una Repubblica autonoma dello stato Greco che occupa quello che viene definito il terzo dito, ossia la propaggine più orientale della penisola Calcidica. Sulla sommità di questa montagna sacra sorgono 20 monasteri abitati da quasi duemila monaci. Formano uno dei luoghi sacri più affascinanti ed inaccessibili del mondo, dove per poter accedere, oltre ad essere uomini, bisogna ottenere un permesso speciale il “Diamonitirion che vale solo tre giorni allungabile massimo a cinque. E che va richiesto molti mesi prima, altrimenti è impossibile entrarvi.

Le donne sono del tutto escluse e possono ammirare questo luogo solo da lontano: devono tenersi ad una distanza di almeno 500 metri poiché i monaci sostengono che la loro presenza li indurrebbe in tentazione. E dato che il Monte Athos è dedicato alla Vergine Maria, quella è anche l’unica divina presenza femminile consentita e che non va contaminata.

Storia, strutture e governo della Repubblica

Monte Athos

La Repubblica monastica del Monte Athos è la dimora di eremiti ortodossi, la cui regola fu approvata dall’imperatore d’Oriente Costantino. Tante storie e leggende sono legate a questo luogo.

Anche il modo per raggiungerlo è particolare: non esistono strade, queste terminano nel piccolo paesino di Ouranoupolis, dal quale quotidianamente parte un traghetto che porta i turisti. Il monte si raggiunge solo ed esclusivamente in barca ed anche per accedere alla barca è necessario avere il Diamonitirion.

Anche se per molti può sembrare ingiusto e discriminante questa regola vige dal 1046 e vieta l’ingresso non solo alle donne ma anche agli animali di sesso femminile. Per le signore vengono organizzati giri in barca ma solo a debita distanza dalla costa: mai meno di 500 metri.

La Repubblica Monastica del Monte Athos come luogo di spiritualità e meditazione ha un’origine antichissima. Il suo nome deriva da uno dei giganti ribelli dell’Olimpo. Le fonti narrano che la Madonna vi passò mentre era diretta in visita a Lazzaro e rimase talmente colpita dalla bellezza e dalla suggestione del posto che espresse il desiderio che fosse costruito un luogo di culto. Per questo il monte Athos è dedicato alla Madre di Dio e qui è presente il Giardino della Vergine, unica figura femminile che si trova sul Monte Athos.

Monaci da tutto il mondo

Monte Athos

All’epoca di Costantino iniziarono a sorgere molte Chiese. Tra loro la più importante fu la Grande Lavra, ancora oggi il più grande dei monasteri abitati dai monaci. Molti di questi provenivano dall’Egitto da dove erano costretti a fuggire per l’avanzata verso nord degli arabi e dell’Islam. Questi luoghi si sono trasformati in piccole cittadine medioevali chiuse in possenti mura, in cui vivevano migliaia di religiosi dediti alla meditazione ed alla preghiera.

Il numero dei monaci nel tempo si è ridotto ed ad oggi sono circa duemila: continuano a rispettare le loro rigide regole ed a garantire la sopravvivenza di questo luogo unico al mondo. Oltre ai monasteri ci sono anche tredici Skite che costituiscono una via intermedia tra il monachesimo collettivo e l’eremitaggio individuale.

Il territorio è poi punteggiato da centinaia di celle, che vanno dalle grotte degli anacoreti agli agriturismi spirituali dei monaci che si dedicano alla produzione del vino, del miele, dell’incenso ed ai prodotti tipici. Ognuna di queste aree appartiene ad un monastero e costituiscono una giurisdizione autonoma guidata da un abate. A loro volta tutti i monasteri formano la Repubblica monastica autonoma del Monte Athos, retta da un parlamento di venti rappresentanti, uno per ciascun monastero, da un governo quadrumviro e da un primo ministro, chiamato Protos.

È talmente indipendente che la Grecia nazione in cui ricade il territorio del Monte ha un proprio consolato, esattamente come negli stati indipendenti. Insomma un angolo di paradiso dove essere soli con i propri pensieri, immersi nella natura, dimenticati da tutti, dove si può scoprire se stessi, sempre se siete uomini.

Viaggio verso l’inizio dell’avventura

Monaci su Monte Athos

Essere uomini non è l’unico requisito per accedere al Monte Sacro, ma bisogna ottenere un permesso speciale. Prima di arrivare sul monte sacro del cristianesimo ortodosso, infatti, i visitatori devono fare richiesta del Diamonitirion, un particolare visto per il soggiorno e la visita nel luogo. Solo con questo si può mettere piede nella Repubblica monastica del Monte Athos ed entrare in contatto con i monaci. Il permesso vale per tre giorni e per averlo bisognerà pagare 30 euro, ma può essere esteso per altre 48 ore facendone richiesta sul posto. Sulla montagna sacra ogni giorno sono ammessi pochissimi visitatori ed il permesso non viene concesso a tutti: bisogna dimostrare che la visita ha motivi particolari, come ad esempio di studio, religioso o culturale.

Salonicco

È cosi che ottenuto il visto sono volato fino a Salonicco. Tessalonica per i greci. Da li la mattina successiva, dopo una salutare sveglia alle quattro e mezza per raggiungere la stazione dei bus e partire alle sei. Uno di quei mezzi, con due ore ci ha portato ad Uranopoli che è la città greca più vicina al monte e da dove partono tutti i traghetti. Più che un bus io lo chiamavo il torpedone, attrezzato con dei bellissimi sedili autoriscaldanti foderati in vero tappeto turco.

Il bus ti scende di fronte all’ufficio per i pellegrini. Qui dopo una veloce fila e controllo documenti ho ritirato il mio Diamonitirion. Il controllo è serrato perché ogni tanto qualche signora tenta l’impresa di imbarcarsi sotto mentite spoglie maschili ma viene abitualmente rimbalzata e redarguita. Altra fila per il biglietto della nave e dopo una veloce colazione dove ho mangiato l’ultimo dolcetto e caffè decente della settimana, comincia la fila per l’imbarco sotto al sole.

Controlli rigorosi

L’imbarco a Salonicco

Ulteriore controllo con la polizia sul molo dove effettua verifiche serrate. E subito il primo effetto Athos. Un turista americano, sempre i soliti, si presenta in calzoncini corti e gli viene impedito l’imbarco. I calzoncini corti sono vietati sull’isola perché è considerata tutta un luogo sacro e anche l’abbigliamento deve essere consono. Calcolate che io ho camminato in calzoni lunghi tutta la settimana e viste le temperature estive è stata una bella prova credetemi. Una volta non erano consentite neanche le maniche corte ma d’estate sono clementi.

L’americano si cambia in un bar e solo all’ultimo viene fatto salire. La barca è colma la maggior parte dei passeggeri sono monaci. Gli altri, ovviamente tutti uomini, sono pellegrini. Calcolate che solo cento persone al giorno di religione ortodossa vengono ammesse sul Monte. Più dieci non ortodossi. Io da cattolico ho dovuto dichiararlo ed ero tra questi unici dieci ammessi in quel giorno. Agli islamici è  completamente vietato l’ingresso. E ti credo: hanno cercato con tutte le violenze possibili di conquistarli durante gli anni ma non sono mai riusciti ad espugnare la montagna.

I monaci ortodossi nei secoli sono stati forti guerrieri a difesa delle loro posizioni. Grazie alla inaccessibilità via terra i territori impervi e i monasteri a picco sul mare erano fortezze inespugnabili.

Al porto principale

Sulla nave per arrivare al porto principale di Dafni, che chiamare porto è un complimento per quanto era piccolo, si compie un viaggio di un oretta. Durante il quale sembra di entrare alle porte del paradiso. Il sole cocente, il mare limpido e cristallino. Nessuna barca privata lo può solcare quindi è quasi incontaminato.

Da lontano si vede il Monte Athos che domina tutta la penisola. È alto 2.033 metri sul mare. Lo si vede da qualsiasi punto. Ma avvicinandosi si vede questa grande penisola verde incontaminata nella quale spuntano o sul mare o in alto a picco sul mare tutti i monasteri. Sembra di essere indietro di mille anni. Se non fossimo su una barca a motore e ogni tanto non si vedesse qualche gru o mezzo da lavoro ci si crederebbe trasportati indietro nel tempo. Ed in effetti lo siamo perché sul monte Athos le regole si sono fermate al 1046. Non esiste un altro luogo al mondo che è stato in grado di resistere alle lusinghe della modernità come questo.

Prima di descrivervi l’arrivo vi racconto che sull’Athos, in italiano, praticamente non esiste una vera guida. E tutti gli articoli che parlano di questo si incentrano sulle sue caratteristiche ma non spiegano come muoversi e sopravvivere sul monte. Per questo è stata una piccola avventura in cui la parola comodità è stata cancellata per una settimana intera. Ma ne è valsa assolutamente la pena.

Niente alberghi, niente turismo

Perché vedete non c’è un sistema di trasporti se non via mare e tramite pulmini trasandati dalle regole incomprensibili. Non esistono strutture turistiche ne alberghi di deve chiedere ospitalità presso i monasteri in anticipo e dormire presso questi. Forniscono loro anche i pasti in genere pranzo alle 11.00 cena alle 16.30, purtroppo molto frugali. Non era la fatica la mia peggiore paura alla partenza ma il cibo. Il fatto che non siamo ammessi animali femmina sull’isola esclude a priori come cibo la carne e tutti i latticini. Dunque i pasti sono composti solo da pesce legumi e verdure. Tutti i miei cibi preferiti! Sono ironico.

Vi dico solo che la prima sera per evitare la zuppa di fagioli e le verdurine sottaceto ho cenato con quattro mele e delle olive. Ma in realtà mi sentivo benissimo. È vero che avendo cenato alle quattro di pomeriggio la notte ho avuto tutta una serie di visioni mistico culinarie, ma ho resistito anche a quelle.

Insomma all’arrivo al porto di Dafni in realtà non sai esattamente cosa fare. Né ci sono indicazioni turistiche. Sapevo solo di dover salire verso la capitale Karyes (160 abitanti) da dove partivano tutte le corse verso i monasteri raggiungibili via terra. Alcuni lo sono solo via mare.

Segui la tonaca

Allora appena sceso, per non sbagliare, ho applicato una regola prudenziale. Seguire i monaci ortodossi. E appena li ho visti salire su dei pulmini impolverati all’inverosimile li ho seguiti e mi sono infilato sul pulmino pure io. Così sfacciatamente. E ho fatto bene perché in pratica erano l’unico mezzo per raggiungere la capitale. E vanno su e giù dal porto solo una volta al giorno. Arrivati su l’autista chiede cinque euro e glieli do felicemente. Poi scopro che di giorno fungevano da minibus, gli unici mezzi esistenti sull’isola. Ma con questa particolarità il minibus costava cento euro: se lo prendevi da solo lo dovevi pagare tutto se con altri si divideva in proporzione. Poi questi ti portavano solo fino a dei punti prestabiliti. Il resto solo a piedi. E con quel calduccio vi assicuro che non era piacevole.

Insomma l’arrivo non è stato di più confortevoli ma dopo un po’ cominci a capire come muoverti. E camminare è ovviamente l’opzione più gettonata. Fortunatamente per dormire avevamo già contattato diversi monasteri che ci avevano dato la disponibilità e il primo era vicino alla capitale. La prima sera me la sono cavata. Stanco ma felice.

La prima mattina

La prima mattina di nuovo all’avventura. Dovevo raggiungere alcuni luoghi che mi ero prefissato il primo era un monastero incredibile, Vatopedi. In pratica la capitale si riduceva ad una strada di cinquanta metri con due locande che servivano solo posticci cibi vegani. Che io odio. Uno spaccio. Un negozietto di souvenir ed il famigerato ufficio minibus. Un buco in cui troneggiava un tizio anche giovane che sembrava una sfinge, sempre infastidito dalle richieste di informazioni e che pronunciava solo parole che finissero in una cifra in euro. Solo l’ultimo giorno dopo infinite trattative mi ha sorriso, credevo non ne fosse capace. 

Adesso devo premettere una cosa: io in questo viaggio sono stato baciato dalla fortuna. Mi sembrava quasi incredibile. Praticamente in ogni luogo che ho visitato c’erano avvenimenti che succedevano solo raramente. Il primo giorno alla chiesa di Karyes hanno esposto una icona miracolosa che usciva una sola volta all’anno Axion Estin. Così come reliquie rare o reperti antichissimi. Dovunque andassi in qualche modo trovavo quello che cercavo e anche di più. Mi sentivo baciato dalla fortuna.

Insomma riesco a raggiungere Vatopedi il secondo monastero come importanza. La notte dovevo raggiungere e dormire ad Iviron che invece era il terzo. Il primo è un grande lavra il più antico e tutti e venti hanno un grado crescente di importanza già stabilito.

Il profumo di casa a Vatopedi

L’ingresso principale del monastero di Vatopedi

Insomma con una dose di fortuna riesco a trovare quattro o cinque sconosciuti che andavano a Vatopedi e dividiamo il pulmino. Un buon risparmio.

Come arrivo mi sembra di essere in un posto magico da una parte il mare brillante dall’altra questa struttura gigantesca. Un aria meravigliosa. Un posto incredibile. Entro e passeggio all’interno. Ero completamente solo per lunghi tratti. Mi sembrava un viaggio nel tempo. Ma era tutto chiuso. Solo dopo le prime esperienze ho capito che aprono le chiese solo quando ci sono diversi visitatori insieme o gruppi organizzati. Allora intercetto il primo monaco che vedo aprire una porta. Lo inseguo e questo mi chiede se sono in gruppo ed al mio no gira il cartello Chiuso, mi sbarra la porta in faccia e mi chiude l’antico chiavistello a tre mandate. Mi sembrava identico ad una scena del film “Io sono nessuno” con Bob Odenkirk. Ci rimango male, ma non demordo.

Il monastero di Vatopedi

Dopo poco passa un altro monaco. Questo più gentile mi dice: “Aspetta il prossimo gruppo entrerai con loro”. Così attendo quasi un ora solo in quel monastero pervaso da un senso di pace assoluta. Mi godo gli affreschi sulle pareti del chiostro e trovo una straordinaria somiglianza con quelli della cripta della cattedrale di Anagni. Mi sento sempre più a casa. In fondo sono ortodossi, non hanno il Papa ma il patriarca, ma siamo tutti cristiani. E quando viene il momento di entrare mi rendo conto perché. Le somiglianze, fatte le dovute proporzioni, con la nostra cattedrale erano tante. E quando, cosa rarissima, a terra trovo un pavimento cosmatesco identico ai nostri mi sento ancora più a casa.

Profumo di casa

Seguo tutto: icone reliquie tutto di altissimo livello incontro un gruppo che portava esso stesso una icona a benedire per poi riportarla nella propria chiesa. Adesso io passo per essere un cattivone rude. Ma senza alcuna ragione, in quella chiesa mi è venuto da piangere due o tre volte. Senza alcun motivo. Ma essendo cattivone sono riuscito ad evitarlo, comunque la sensazione era incredibile. Quella di trovarsi in un luogo sacro di percepirne la forza. Ci tornerei anche domattina se potessi e sono certo che ci tornerò.

Nel tour mi appiccico ad un gruppo di moldavi. Il rumeno non lo parlo bene ma lo capisco molto bene. È una lingua neolatina. E riesco a capire quasi tutto il tour. Spirito di adattamento. Alla fine vado nel negozio di articoli religiosi vicino l’ingresso e compro dei ricordi. Ora si pone il problema di raggiungere Iviron il monastero dove devo dormire. Allora chiedo ad un monaco nel negozio come tornare a Karyes la capitale dove avrei cercato un mezzo per spostarmi. Ed il monaco gentile mi dice di chiedere a quel gruppo moldavo che nel frattempo era uscito.

Allora gentilissimo mi accompagna fuori e lo chiede per me. Se potessero darmi un passaggio altrimenti erano venti chilometri a piedi. E se volete un altro esempio della mia fortuna: i moldavi erano si moldavi ma la metà residenti in Italia, a Verona e parlavano italiano. Dispiaciuti mi dicono: “scusa noi non andiamo a Karyes la capitale ma a Iviron non possiamo aiutarti”. E io con la faccia sorridente gli dico: “Ma io proprio a Iviron devo andare”. Se fosse stato un film mi sarei girato verso la telecamera con lo sguardo sorridente, tipo Magnum P.I. Ora ditemi voi quante erano le possibilità di beccare proprio un gruppo che andava nel monastero che dovevo raggiungere. Non solo ma poi godo anche delle loro spiegazioni.

La Portaitissa

Il monastero di Iviron (Foto © Ioannis D. Giannakopoulos)

In quel monastero dovevo vedere un icona detta “Portaitissa” cioè porta a porta perché più volte era stata distrutta da tentativi di invasione ma ogni volta il mare la riportava davanti la porta del monastero. Ed a vederla quell’usura della violenza e del tempo si vedeva tutta. Era scura rovinata ma emetteva una potenza incredibile. Quando l’ho baciata ho sentito una gran bella sensazione. E poi grazie al gruppo a cui mi ero aggregato scopro una cosa incredibile una fonte santa sulla riva del mare.

Due metri sotto il livello del mare ma di acqua dolce, una cosa praticamente impossibile. Per prenderla dovevi buttarti a terra e infilare la mano in una grata in basso e pescare con un bicchiere. Dicono che sia acqua miracolosa. Per chi ci crede. Ed io a crederci non ci rimetto nulla. In ogni caso ne ho bevuta, eccome ne ho bevuta. Alla fine saluto i moldavi gentilissimi mi offro di contribuire al viaggio e li ringrazio di cuore. Mi lasciano i loro numeri. Li rincontrerò il giorno dopo in capitale. Già sembravamo amici. Io ho una certa facilità a fare amicizia. Ho i miei modi da orsacchiotto mi aprono tutte le porte. 

Dormo ad Iviron non prima di aver consumato in orari ospedalieri, anzi ante ospedalieri, il solito pasto super frugale. Diciamo che il cibo l’ho preso come una prova. Per fortuna avevo un pacchetto di frutta secca portato da casa che mi ha salvato.

L’eremo di Sant’Anna

Uno degli affreschi

La mattina dopo un’altra missione impossibile. L’obiettivo era arrivare all’eremo di Sant’Anna. Dove sono conservate le reliquie di Sant’Anna la mamma della Madonna. Un monastero a picco sul mare raggiungibile solo a piedi al prezzo di 2.200 scalini. In realtà la guida diceva 1.400 ma era una piccola mistificazione.

Dunque sveglia alle sei e due chilometri a piedi per arrivare in capitale quasi al buio, lì cerco un mezzo ma a quell’ora niente. Allora sono costretto a prendere da solo un taxi per il porto di Dafni perché la barca passava alle otto. Mi costa 50 euro, sarà la spesa più alta che ho fatto in questo viaggio. Il resto era tutto sommamente economico e l’ospitalità dei monaci gratuita anche se sempre si lasciano offerte.

Arrivo appena in tempo per il battello che mi porta al porto di Sant’Anna. Poco prima delle nove sono li. Scendo con dei monaci che erano attesi da una colonna di asinelli che li avrebbe portati in vetta. Sono l’unico mezzo per portare persone e cose. Oltre ovviamente alle scale. Da li inizio la salita a piedi certo di soccombere presto. Dunque mi doto di una grande forza di volontà e inizio la salita. Alla prima rampa di scale ho già il fiatone. Ma mi concentro e continuo. Era un po’ come una sfida con me stesso. Solo dopo scopro che era invece una sfida contro l’acido lattico. Ma supero anche quello.

Un’ascensione

Adesso, fatica a parte, ho salito più di duemiladuecento gradini da solo. Ho incontrato salendo solo gli asinelli saliti coi monaci e ridiscesi da soli. Ma è stato come una forma di ascensione. Sotto, il mare luccicava. In lontananza sopra vedevo il monastero bellissimo. Nei boschi che attraversavo, barbagli di luce mi colpivano come a svegliarmi e darmi sostegno. Mentre le piante mi proteggevano dal calore. E salivo. Con un paio di soste per bere ma salivo. E mi sentivo sempre più forte.

Ad un certo punto nel silenzio ascetico di quel posto inizia a vibrare il telefonino. Era la app “Salute”. La apro e mi dice: “Ciao Franco in genere a quest’ora della giornata tu hai una media di seicento passi. (non sono un gran mattiniero) adesso ne hai percorsi diecimila e ottocento. Tutto ok?

Tranquillizzo la app Salute, faccio un sorriso e mi rimetto in cammino con il piglio dello scalatore. Ero quasi arrivato ma l’ultimo tratto è il più duro e completamente al sole. Ho sofferto. Ma il monastero si vedeva sempre più vicino. Arrivo. Le ultime scale. In una piazzetta sostavano per il riposo gli asinelli. Sembrava mi guardassero con lo sguardo che diceva “ma chi te l’ha fatto fa”. E invece io ero soddisfatto.

L’infinito

Faccio le ultime scale di pietra entro in un cancelletto antico e percorro una piccola piazzetta che era il sagrato del monastero che mi trovavo sulla destra. Pochi passi e vedo praticamente l’infinito. Mare in tutte le altre direzioni e dietro il monte Athos a proteggerci. Un luogo incantevole meraviglioso. Bevo ad una fontanella e mi siedo in un gazebo per i pellegrini in arrivo. Li trovo un gruppo di greci già arrivati prima. Li saluto con un “kalemerasenza fiato e mi siedo contento di aver guadagnato la vetta.

Il ristoro offerto dl monaco

A proposito di fortuna, Sant’Anna era un monastero a cui avevo scritto ma mi avevano gentilmente declinato perché tutto occupato in quei giorni. Poco dopo arriva un monaco gentile. Mi vede cotto e come usanza per tutti mi porta acqua, un bicchierino di ouzo il classico liquore greco simile alla grappa e un “Lukumi” un dolcetto morbidoso classico della Grecia. Devo dire che in quelle condizioni anche la grappa mi è sembrato un toccasana miracoloso. Il dolcetto poi non ve ne parlo. Dico al monaco che volevo visitare le reliquie e lui con una faccia candida mi dice: “si certo ma le potrai vedere solo domattina alle cinque quando ci sarà la messa”.

Io avrei dovuto ripartire per dormire a San Paolo un altro monastero raggiungibile solo in barca. Allora chiedo al monaco se può ospitarmi per la notte ma con poca speranza perché ero già stato cortesemente rifiutato. Invece con un bel sorrisone mi dice: “abbiamo un solo posto di uno che ha disdetto puoi dormire qui”. Riecco la fortuna, santa. Altrimenti sarebbe stato come andare a Roma e non vedere il Papa. Tutte quelle scale inutilmente. Finalmente mi rilasso e mi godo la meraviglia di quel luogo. Incantevole a picco sul mare. Scavato nelle rocce. E certo di dover restare passo uno dei pochi momenti di tranquillità godendomi la forza di quel posto.

La cena nelle bacinelle

La cena nelle bacinelle

Mi rilasso fino alle 16.30 orario di cena servita in delle bacinelle, tipo quelle che nonna usava per lavare gli stracci,  nel cortile. Zuppa di fagioli e verdure sottaceto. Odio entrambe. Riempio il piatto di mele e olive. E due fette di pane. Sarà quella la mia cena. Ma stavo bene. Anzi benissimo. Le cose ti mancano quando lasci il passo alla debolezza. Se sei forte non ti manca nulla.

Finito il lauto pasto mi portano in stanza: un cubicolo in cui a malapena entravano due lettini. Che poi al primo assaggio ho scoperto erano fatti di tavole. Non di doghe eh, proprio di tavole. Sto un po’ da solo,  più tardi arriverà un ragazzo cipriota che dividerà con me l’alloggio. Lui ha fatto il percorso opposto è disceso dal monte Athos.

Arriva madido di sudore in un trionfo di olezzi sacri. Il pellegrinaggio è anche questo. Ma è gentile mi regala dell’origano appena raccolto sul sacro monte. Lo conserverò e lo porterò in Italia. ma siamo talmente stanchi tutti e due che crolliamo presto. Non prima però di aver visto una scena bellissima quasi di altri tempi.

Prima di dormire uno dei monaci in pellegrinaggio insieme ad un gruppo di rumeni fuori dal dormitorio con tutti i suoi, messi in cerchio, predica per più di un ora. E loro ad ascoltarlo in religioso silenzio. Mi sembrava di essere tornato indietro nel tempo quando quella era la via della evangelizzazione, il contatto umano,  la predica il discorso. Me lo sono sentito per un ora buona capivo quasi tutto. Terminato tutti a dormire, la giornata è stata dura.

La Messa del mattino

La celebrazione ortodossa sul Monte

Sveglia alle quattro e mezzo per la Messa delle cinque. I monaci si chiudono in una cappelletta e i pellegrini pregano da fuori ascoltandoli dalle finestre. È ancora buio tarda a sorgere il sole dietro la montagna. Le preghiere riecheggiano nella notte. Rimbalzano dal un lato all’altro del monte per poi prendere la via del mare. Vado per prendere la comunione ma con un cenno gentile mi dice che non può darmela perché sono cattolico. Si perché anche se tutti cristiani anche noi cattolici rientriamo nella loro definizione di eretici. Vecchie dispute millenarie. Ma poi andiamo nella chiesa principale e quasi al buio vediamo icona e reliquie di Sant’Anna. Questo è uno dei luoghi più importanti del cristianesimo. Ed ho dovuto attendere un giorno per vederlo.

Le chiese ortodosse poi hanno questa usanza in una cassetta si mettono i nomi delle persone per le quai vuoi che i monaci preghino. Una colonna per i vivi una per i morti. Nell’ordine si scrivono prima i maschi poi le femmine. E dopo la messa le consegni al monaco o in una cassettina o busta.

Il sole appena sorto a Monte Athos

Finita la funzione, colazione in terrazza. Il sole era appena sorto non scottava ancora. Un aria incredibile. Il mare era solcato da aneliti di vento che lo increspavano a loro piacimento. Stavolta sono più fortunato: caffè di gusto indefinibile e pane e marmellata. E le immancabili olive. Che in questo monastero erano salate all’inverosimile. Giusto il tempo di guardare di nuovo il panorama, un occhiata al porto in basso che avrei dovuto raggiungere velocemente per non perdere l’unica nave che mi poteva riportare al centro e via giù verso il ritorno.

La metafora dell’asinello

Un ritorno che ho fatto in meno tempo ma il festival dell’acido lattico è stato se possibile più presente che in salita. Nella discesa un incontro inaspettato. Un mulo che si era liberato delle briglie correva da solo lungo quel tratto imbizzarrito e confuso. Lo riprendo col telefono mentre gli parlo ma mi celo dietro un albero, con gli equini non si sa mai. Una volta possedevamo un cavallo che come mi vedeva si girava per darmi una doppietta, da allora non mi fido mai.

Lui ha paura di me e non passa. Mi sposto e riesce a salire, prende coraggio. E io già lì che mi vedevo questa metafora della libertà del mulo che si rendeva libero e correva felice. Continuo a camminare e dopo un quarto d’ora ripassa la colonna di asinelli e vedo il mulo accodato, felice, che passando mi guarda e mi fa un cenno con la testa quasi a salutare. Non era fuggito dalla sua soma ma era invece nervoso perché aveva timore a stare da solo abituato tutta la vita a stare in gruppo e carico di bastimenti.

Era una metafora si ma opposta a quella della liberta. Ci sono esseri che non sanno stare da soli hanno bisogno necessita di seguire qualcuno.

Gli altri monasteri

Koutloumousiou (Foto © Manos Spyridakis)

Tornato alla capitale poi ho visitato numerosi altri monasteri prima di tutto Koutloumousiou dove ho incontrato gentilissimo un monaco ortodosso di colore, greco ma di origine ugandese. Padre Paisios. Che mi ha fatto da guida. Facendomi entrare a vedere icone e reliquie che altrimenti non avrei visto. E da ultimo prima di tornare sulla terraferma ho visitato San Panteleimon l’unico monastero russo sulla penisola. Forse il più curato e pulito, tutti gentilissimi una struttura bellissima proprio sul mare. Solo che le reliquie di San Silvano erano temporaneamente fuori ma in cambio ne ho viste altre decine importantissime.

Dopo quest’ ultima visita il ritorno verso Uranopoli. Con l’ultima nave presa con un colpo di fortuna grazie ad un bigliettaio che mosso a compassione mi ha raccomandato altrimenti non mi avrebbero fatto salire senza prenotazione. Altra fortuna. Ma il tragitto di ritorno è stato triste. Non avevo voglia di lasciare quel posto. Sulla nave incontro un viandante trasandato pieno di cianfrusaglie religiose. Pregava su un piccolo rosario nero annodato di corda. Gli chiedo se posso averlo e lui me lo dona. Con una gentilezza unica. Adesso lo tengo nel portafogli e lo tiro fuori spesso per usarlo. Non era un souvenir da negozio, era vissuto, vero.

Ad Uranopoli

Uranopoli

Lo sbarco ad Uranopoli sembra una bolgia di calore. L’atmosfera vacanziera marina stride nel contrasto coi luoghi appena lasciati. Il rumore prende il posto del silenzio. Appena trovo un ristorante finito il molo mi siedo e mangio. Sudato come un profugo appena sbarcato e carico di valige attraggo lo sguardo disgustato di tutti i fighetti che erano li in vacanza a gozzovigliare. Ma mangio pesce e insalata. Come fossi ancora sul monte.

Intorno il mare luccica, i bambini giocano strepitando, le donne sfoggiano costumi succinti, i turisti inforchettano paste asciutte da competizione. Tutto bello e divertente. Ma l’atmosfera sacra e silenziosa del monte già mi manca. Maturo già propositi di ritorno, nonostante sia distrutto dalla stanchezza.

Adoro la vita mondana ma quella la puoi trovare dappertutto. L’atmosfera sacra rispettosa, anche pesante se volete, ma profonda di quei luoghi non la troverete in nessun altro posto a mondo. Costa sudore, fatica, disagio. Ti costringe a vivere come se la modernità non avesse preso il sopravvento perché è così. Il miracolo anche per chi non crede già esiste. Cioè la capacità di mantenere contro la modernità imperante un giardino antico, curato e che segue ancora regole millenarie.

Questo è il primo miracolo quello che possa esistere un luogo del genere. E lo capisci solo andandoci. Ricorda quello che diceva Battiato: “Perché la pace che ho trovato in certi monasteri e la vibrante intesa di tutti i sensi in festa. Sono solo l’ombra della luce”.

Ed io mi sono accorto che tutta la gioia, la pace e la forza che ho trovato, seppur nella fatica e nell’impegno, erano veramente solo l’ombra della luce.