C'è un filo rosso che lega la discussione sulla nuova legge elettorale alla percezione crescente di fragilità del quadro politico. Tra provocazione e analisi: stiamo andando verso un "Paurellum" una legge elettorale che nasce dalla paura. Di perdere.
La paura ha un suo odore. Lo senti. Sì, la puoi guardare anche negli occhi, nelle movenze, in un tono della voce. Ma ha un suo profumo unico e particolare, e si avverte invisibile. Non lo puoi nascondere. È indipendente dalla tua volontà.
Il corpo umano emette dei feromoni. Sì, li citiamo sempre nella sfera erotica e sensuale. Ma nello stesso identico modo li emettiamo quando abbiamo paura. Esistono dei feromoni della paura e sono forse più potenti. Gli odori sono stimoli sensoriali: inviano stimoli al cervello che li identifica in base alle esperienze precedenti. L’odore è uno stimolo «condizionato» — per generare una reazione si basa sull’esperienza. I feromoni no: sono segnali «incondizionati», agiscono su vie cerebrali differenti e sono in grado di modificare lo stato emozionale e ormonale senza una pregressa esperienza. Sono più selvaggi, potremmo dire. Lo dice la stessa etimologia greca: «ferein», portare, e «ormao», stimolo, eccitazione. Un odore lo puoi nascondere. I feromoni no. Soprattutto quelli della paura.
La paura fa indietreggiare, fa sbagliare, rende deboli. In natura, quando un predatore la avverte, la preda è spacciata. Qualsiasi scelta basata sulla paura si rivela sbagliata. Ed il meccanismo è sempre lo stesso: così come succede nella giungla, succede nella vita e succede anche in politica. C’è un momento in cui si sente quel crack che cambia la percezione delle cose. Cambia te e cambia l’idea che di te trasmetti.
Il crack del referendum: un prima e un dopo

Nella politica contemporanea di questo ultimo periodo il crack è stato il referendum sulla Giustizia. Lo avete sentito distintamente anche voi. Non si può negare che nel dibattito attuale vi sia un prima e un dopo referendum. Due ere diverse. Prima una maggioranza di governo forte non solo nei numeri ma nell’atteggiamento — apparentemente inattaccabile, spavalda, irridente al limite della superbia. Subito dopo il referendum invece: affannata, indecisa, balbettante, vulnerabile. È colpa della paura, del profumo della paura che si è sparso immediatamente dopo la prima importante sconfitta e che si sente a pieni polmoni ancora oggi.
È vero, la paura può essere anche un potente energetico — e lo vedremo — può provocare reazioni importanti. Ma bisogna essere strutturati e attrezzati a trasformarla, a processarla, a renderla una forza invece che una debolezza. Pochi ci riescono. Tutti gli altri soccombono: o la paura li paralizza rendendoli facili prede, o li costringe a scelte sbagliate e non ragionate.

Ed è da questa base instabile che sta nascendo la nuova legge elettorale. Il suo primo fondamento è la paura. Di perdere. Di lasciare il potere. E di non essere rieletti. Di perdere ruoli e prebende prestigiose. Di lasciare la poltrona. L’hanno chiamata «Stabilicum» perché nelle intenzioni dei promotori dovrebbe garantire stabilità. Io l’ho ribattezzata «Paurellum» perché l’unica logica che guida la proposta attuale è la paura.
Avete notato poi questo orrido gusto di usare — neanche il latino, ma il latinorum — per ribattezzare i nomi delle leggi elettorali? Come a nobilitarle attraverso il nome. Il Mattarellum, il Rosatellum oggi in vigore. Solo quella del povero Calderoli fu ribattezzata «Porcellum», che dopo l’intervento della Corte Costituzionale divenne il «Consultellum». E poi quella ultra-maggioritaria, l’«Italicum». Dunque il Paurellum sarebbe perfetto, no? Ne avevo anche una versione più volgare ma non adatta a un giornale e a un pubblico raffinato come il nostro.
La coerenza tradita

Una maggioranza che ha paura di perdere le elezioni a un anno dal voto dovrebbe concentrarsi sul soddisfare i cittadini attraverso l’azione di governo e la realizzazione del programma, oppure tentare di cambiare la legge nel modo più favorevole per un colpo di mano? Per me la risposta è la prima.
Ma la paura porta a cercare la scorciatoia elettorale. Solo che tutti quelli che hanno cambiato la legge elettorale per autofavorirsi poi le elezioni le hanno perse lo stesso. Qualcuno avvisi la Meloni. Il popolo non ama i trucchi.
Diventa anche una questione di coerenza. Ed ecco la coerenza: un’altra vittima della paura. La Meloni sulla coerenza si sta giocando una buona parte della sua credibilità. Per tutta la vita l’abbiamo ascoltata dire — anzi urlare — che l’unica legge possibile doveva avere le preferenze. Lo ha detto per anni, in tutte le salse. E adesso, alla prima legge che fa le preferenze, le cancella completamente. Spazzate via. Cancella pure i collegi uninominali, che erano l’unico residuo di scelta dei cittadini. Se passa questa legge non potrete scegliere nessuno dei politici che vi aggradano. Lo sceglieranno bellamente le Segreterie di Partito al posto vostro.

L’altro giorno ascoltavo in un talk show televisivo una deputata del più rappresentativo partito di maggioranza (una di quelle saccentine con la vocetta gne gne gne che tu mentre ascolti pensi «ma questa come cacchio ha fatto a diventare deputata») dire che «la legge elettorale attuale non garantisce la governabilità». Ma come? Questa è la legge elettorale che ha garantito a questo governo una maggioranza granitica e inattaccabile, facendolo tra poco diventare il governo più longevo della storia della Repubblica. E la signorina gne gne gne diceva che non garantiva stabilità. Forse intendeva la loro, non quella del governo.
La filosofia della paura
È lei, la paura, che molto più del coraggio è stata motore dei comportamenti umani nella storia. Noi celebriamo il coraggio nei grandi poemi epici, ma la paura ha fatto molti più danni degli eroi — fidatevi.

Aristotele definiva la paura come la sofferenza per un male imminente, mentre Epicuro la considerava un ostacolo alla felicità. (Epicuro non sbagliava mai — lo adoro.) Hobbes e Spinoza la trattarono come elemento fondamentale della filosofia politica: Hobbes in particolare la considerava la forza motrice che spinge gli individui a cercare sicurezza attraverso il contratto sociale. Hans Jonas ne discusse in relazione alla responsabilità, suggerendo che può essere sia freno che motore per l’azione. Heidegger la esplorò in relazione all’esistenza umana.
Ma alla fine per spiegarla non basta solo la filosofia: serve la scienza. Esperimenti a migliaia. Alcuni hanno addirittura cercato di isolare i feromoni della paura per farne un’arma nervina in guerra. Lo ha scoperto un gruppo di scienziati che ha inviato al prestigioso New Scientist i risultati delle sue ricerche, finanziate anche dalla Darpa, l’agenzia del Pentagono: se la paura si annusa ed è contagiosa, forse c’è il modo di farla arrivare all’esercito nemico come i gas della Prima Guerra Mondiale. «Purché il vento non soffi dalla parte sbagliata», aggiungo io sorridendo.
Il Paurellum che non si può nascondere

A cavie umane sono state sottoposte patch con il sudore di paracadutisti al primo lancio e di persone sul tapis roulant. Con uno scanner cerebrale si è visto che al contatto con le patch del lancio l’amigdala e l’ipotalamo si attivavano: segno di un riconoscimento delle emozioni della paura. Alcuni sono arrivati a ipotizzare una connessione col DNA: esperimenti su topoline hanno rivelato che i comportamenti ansiosi possono trasmettersi di generazione in generazione e che alcuni geni possono alterare il funzionamento dei neurotrasmettitori.
L’odore della paura è percepito chiaramente dagli animali. I cani abbaiano con maggiore intensità contro chi ne ha paura e sono più propensi a morderli. Le api sono l’esempio più lampante: avvertono la paura immediatamente e la trasmettono invisibilmente tra loro. La prima volta che andai a curare i miei alveari in campagna avevo paura, come tutti i novizi, e fui punto. Passata la paura, mi ignorarono. La faticosa strada per arrivare al miele è passata anche per la paura.
Paura e desiderio

Per concludere — e qui ruberò alcune espressioni a De Sade, il mio filosofo preferito, quello più dirompente, anche se ogni volta che lo cito becco una reprimenda dalla mia consulente filosofica personale — c’è un bel saggio di Marco Menin per i quaderni dell’Università di Torino, intitolato «La peur agit donc fortement sur toi?», che esplora la dialettica tra paura e desiderio nella teoria dell’emozione sadiana. E enuncia, sorprendentemente, alcune virtù insite nella paura: «Se da un lato la paura è alla base della seduzione amorosa, dall’altro lato essa diviene la custode della virtù».
Riportandolo al tema del Paurellum: dobbiamo capire se questa paura — che c’è e si sente forte — si trasformi in emozione positiva, o se, rigida custode della virtù, lasci ad altri il piacere terreno. In questo caso, quello di vincere le elezioni. Perché i feromoni della paura non si cancellano con la sola volontà. Si percepiscono comunque. Come scriveva Murakami: «Esistono cose di cui uno non si può liberare, per quanto lontano vada».



