Il discorso di re Carlo d'Inghilterra al Congresso Americano ha colpito tutti per profondità. raffinatezza ed ironia. Al contrario dell'intervento discutibile del presidente Donald Trump. Un episodio che ha dato l'occasione per riflettere sull'importanza della parola che però spesso si trasforma in un fastiidioso rumore. Ed allora è il momento in cui il silenzio diventa prezioso
Non ho mai amato re Carlo d’Inghilterra. L’ho sempre trovato insipido. Il classico rigido e pomposo inglese. Eppure questa settimana, in viaggio ufficiale negli Stati Uniti, ha pronunciato all’interno del Congresso americano uno dei migliori discorsi che abbia sentito negli ultimi decenni. Ed a prescindere dal contenuto, è stata l’atmosfera generale a colpirmi, perché da molto non si notava così palesemente l’enorme differenza culturale tra il vecchio continente e la cosiddetta cultura americana, seppur legati da radici comuni.
Guardavo la scena con l’occhio di un regista: Carlo entra ben vestito in un gessato grigio avio di alta sartoria circondato dai congressisti omologati in abito facis con le loro cravatte tutte uguali nei toni del rosso o del blu. Sembrava un alieno. Come cantava Sting in “Englishman in New York”.
Una differenza netta
Ma è proprio nel discorso che si affermava la netta differenza. Profondo, colto, sagace e pieno di battute in pieno humour inglese quello di Carlo. Essenzialmente Parola. Quando è toccato a Trump il massimo che ha saputo dire è che la madre quando vedeva Carlo in tv da giovane diceva “so cute” cioè che carino, ma Carlo è certamente un bruttolone non me ne vogliano gli inglesi. Sostanzialmente rumore. E tra questi il convitato di pietra: il silenzio, che in determinati momenti avrebbe dovuto prendere il sopravvento per mediare tra le due posizioni.

Io non amo il silenzio, come tutte le forme di assenza, di privazione. Non lo trovo affascinante ma piuttosto codardo. Il silenzio è il ripostiglio degli sconfitti, di quelli che non sanno dimostrare il loro sentire, il silenzio è retroguardia. Ammetto un qualche charme solo al silenzio poetico. Io sono affascinato dalla parola, quella piena di significato, quella che conquista, che genera emozioni, pensiero. Ma oggi che viviamo nella civiltà del rumore tutto assume un senso ed un significato diverso. Anche il silenzio.
Carlo a colpi di fioretto
Non è un caso che i greci considerassero il contrario del lemma “logos” cioè parola quello “pathos”. Che vuol dire emozione ma anche sofferenza. E Carlo ha usato il logos, la parola con maestria, ha messo in imbarazzo l’intera classe dirigente americana ma senza che potessero offendersi. Con raffinatezza. Ha rivendicato le radici comuni fino all’indipendenza ricordando quando gli inglesi diedero fuoco alla Casa Bianca.

Ma lo ha contraddistinto come un legame. Ha citato Oscar Wilde dicendo che inglesi ed americani hanno in comune tutto, tranne la lingua. Suscitando risate convinte e non potrebbe avere più ragione, io stesso amo l’inglese ed odio l’americano. Ha colpito di fioretto citando Trump che disse che senza gli americani in Europa si sarebbe parlato tedesco. Dicendo che senza l’Inghilterra loro avrebbero parlato francese.
E poi ha sferzato da regnante vero rivendicando con mia somma soddisfazione le comuni radici cristiane indicandole ancora oggi come guida. E su questa frase il congresso si è alzato in piedi in una ovazione durata minuti. Una frase che oggi in Europa non puoi quasi più pronunciare.
Nella sua stessa Inghilterra ti arrestano, è successo. E chissà cosa ne penerà il primo ministro Starmer che sta invece islamizzando la verde Inghilterra come mai nessuno. Ecco questa era potenza della parola. L’intervento di Trump senza senso era invece rumore. Era meglio stare in silenzio. Per dirlo con un detto che cita sempre la mia consulente per la cultura: “zitto stavi filosofo rimanevi”.
Ecco il rumore
L’uomo di questa fine del secondo millennio è un uomo che è diventato, come scrive Picard, “un’appendice del rumore”. L’uomo è diventato cioè un mero spazio del rumore. Non è stato cosi in passato, sebbene anche nella Roma di Cicerone ci si lamentasse dell’eccessiva rumorosità e Schopenhauer, nel secolo scorso, se la prendesse con gli schiocchi della frusta dei vetturini che gli impedivano di pensare. Il rumore è stato presente anche nelle civiltà passate, ma oggi ha raggiunto un livello tale da diventare anche fonte di malattie fisiche.

L’uomo vive, quindi, in questo mondo che non conosce il silenzio, vive in una galleria del vento di pettegolezzi e di chiacchiere. Dalla mattina quando si alza, alla sera quando va a letto, il rumore, o il parlare, o se volete il parlare come rumore, è “diventato una schiavitù, come l’alcool o il fumo”.
Quali sono le conseguenze più rilevanti di questo stato di cose? In primo luogo, si può notare che parallelamente alla morte del silenzio si verifica anche la morte della parola. E qui vorrei aprire, una brevissima parentesi. C’è una distinzione, che troviamo nelle opere di Merleau-Ponty e che è interessante per il nostro discorso. Merleau-Ponty sostiene che esistono due tipi di “parole parlanti”, cioè le parole festive, aurorali, sorgive, primordiali e le “parole parlate”, cioè le parole opacizzate, feriali, desemantizzate, disoccupate.
Il silenzio di per sé non è un nemico della parola parlante, anzi, silenzio e parola piena procedono felicemente mano nella mano. Il silenzio è però ferocemente nemico della parola parlata, della parola che è diventata un mero gargarismo linguistico; e purtroppo la parola che oggi compare sulla bocca di tutti, dai politici ai prelati, dagli insegnanti ai sindacalisti è spesso la parola-chiacchiera.
Silenzi positivi e negativi, parole piene e vuote
Uno scrittore francese, M. Blanchot, che nel bel libro, “La scrittura del disastro”, è molto eloquente riguardo alla situazione desolante in cui si trovano le parole, scrive che “la chiacchiera è il disonore, la vergogna della parola”.

Il linguaggio di tutti i giorni, quello che noi parliamo, con il quale noi parliamo con gli altri, è diventato a poco a poco, il gergo della canaglia, quel linguaggio in cui non si trova mai la parola giusta, un linguaggio che dà la nausea, che è vomitativo, un linguaggio che finisce col superficializzare i rapporti umani, coll’appiattire il contatto con la realtà.
E il linguaggio è di questo tipo, perché l’uomo ha perduto il rapporto stretto con la dimensione del silenzio. E’ “la parola piena”, quella che appunto Celan chiama “una parola sorvolata di stelle, inondata di mare”, quella di cui ha bisogno il poeta, ma queste parole che procedono mano nella mano col silenzio sono venute meno per il dilagare del rumore. L’uomo contemporaneo, con la morte del silenzio, ha subito anche la morte della parola. Ecco che se vogliamo tornare ad un parlare autentico, dobbiamo inevitabilmente recuperare spazi al silenzio. Ma al silenzio parlante.
Ovviamente nel celebrare le lodi del silenzio, dobbiamo aver ben presente il fatto che esistono silenzi positivi e silenzi negativi: tutto ciò che si può dire della parola, lo si può dire anche del silenzio. Come esistono parole piene e parole vuote, parole festive e parole feriali, così esistono anche silenzi pieni e silenzi vuoti, silenzi festivi e silenzi feriali; silenzi che hanno le stigmate del divino e silenzi demoniaci, silenzi della negatività totale.
Silenzio e parola complementari
L’uomo contemporaneo è infastidito dal rumore, è infastidito dalla società dell’urlo ed ha nel contempo nostalgia e timore del silenzio. Ne ha nostalgia perché vivere in una società del rumore è vivere una vita invivibile, perché il rumore provoca angoscia, non dà tregua, ci assalta comunque e dovunque. Ma l’uomo contemporaneo, accanto a questa nostalgia del silenzio, palesa anche una forte paura del silenzio, e ciò perché il silenzio lo sgomenta, lo disorienta, lo tortura. Conosce solo silenzi da noia o da angoscia, silenzi per difetto.

Il silenzio è qualcosa di dannatamente complesso, è qualcosa di difficile da conseguire. Il silenzio delle labbra, infatti, è il primo passo e neppure il più importante verso la direzione del silenzio. Si può tacere ed essere rumorosi. San Gregorio Magno parlava dello “strepitus silentii”, il rumore del silenzio, o se volete, il silenzio rumoroso (espressione questa che è un ossimoro, cioè l’unione di due parole che hanno significato contrario).
Per rendere la natura di questo silenzio insolito di cui ci parla San Gregorio Magno porterò un esempio. Pensate di stare accanto ad una persona che è silenziosa, ma dentro cova del rancore, dell’odio, dell’invidia, del risentimento: esternamente tace, dentro parla continuamente. Si logora, si autodistrugge. Vivere accanto a chi è portatore di questo silenzio rumoroso è vivere una vita d’inferno: anche la parola più triviale, più banale, sarebbe una liberazione. Questo è un silenzio che ha la dimensione della negatività.
Ma il silenzio nella sua veste positiva e la parola in fondo sono complementari. Come l’Odi et amo catulliano, si combattono ma sono uniti l’uno all’altro inscindibilmente per sempre.
Il rumore dominante
Il silenzio non è semplicemente l’assenza di parole, ma un elemento essenziale della comunicazione. Esso conferisce spessore e significato alla parola, permettendo una riflessione più profonda e una migliore comprensione di ciò che si desidera esprimere. Senza silenzio, le parole possono perdere il loro valore e significato, creando confusione e incomunicabilità.

Parola e silenzio sono complementari e non opposti. Mentre la parola è spesso associata all’espressione e alla relazione, il silenzio può essere visto come uno strumento di ascolto e contemplazione. Un silenzio “loquace” può comunicare più di mille parole, esprimendo emozioni e stati d’animo che le parole non riescono a catturare.
Per un dialogo autentico, è necessario che ci sia un equilibrio tra parola e silenzio. Quando una persona parla, le altre devono essere pronte ad ascoltare, creando uno spazio di ascolto reciproco. Questo non solo arricchisce la comunicazione, ma permette anche di costruire relazioni più profonde e significative.
In sintesi, il rapporto tra parola e silenzio è cruciale per una comunicazione efficace. Educarsi al silenzio significa imparare a ascoltare e a contemplare, rendendo le parole più significative e il dialogo più profondo. La capacità di integrare silenzio e parola è essenziale per una comunicazione autentica e per la costruzione di relazioni umane significative. Tutto quello che esula da questo concetto è rumore. Ed oggi è dominante.
L’ora della mezzanotte

Ve ne faccio un esempio di questa settimana. Il governo ha varato una serie di strumenti finanziari a suo dire importanti. Un buon governo dovrebbe anche saperli comunicare. E questo hanno provato a fare ma in parlamento Giorgetti è stato annichilito dalle polemiche. Che hanno coperto ove vi fosse anche il buono della misura approvata.
Poi ci ha provato la Meloni con due conferenze stampa sui provvedimenti. Ma anche li giù polemiche, su cosa? Sulla grazia alla Minetti che è stato l’argomento principe della settimana. Ha coperto insieme alla riapertura del delitto di Garlasco ogni spazio in settimana. Rumore, rumore assordante. Sembrava di essere tornati in pieno Berlusconismo.
La Minetti ripassata al setaccio dalle telefonate di Silvio dove la chiamava affettuosamente Topolinaa quelle di lei che invece raccontava alle amiche che lui avesse il didietro flaccido. E poi il presunto scoop di Report sul ministro Nordio ospite del marito della Minetti in Uruguay, fatto completamente smentito da Nordio in diretta tv da Ranucci. Ancora rumore. Solo rumore.
In politica come nella vita invece se avete la rara fortuna di incrociare qualcuno che genera parole parlanti non lo evitate per nessun motivo al mondo. È merce rara. Altrimenti restate solo preda del rumore quotidiano. Della banalità. Perché poi arriva sempre il momento del redde rationem. Lo sapeva Soren Kierkegaard il noto filosofo danese.

Kierkegaard ha scritto che giunge per tutti “l’ora della mezzanotte”, l’ora in cui ognuno non può più mentire a se stesso, l’ora in cui ognuno non può più continuare a giocare con carte false. Quest’ora della mezzanotte è l’ora del silenzio, l’ora in cui il silenzio ci aiuta ad aprirci all’ascolto di noi stessi, dell’altro e della trascendenza, e fa si allora che le parole con cui confezioniamo, i nostri messaggi siano parole parlanti e non degli sgorbi, siano cioè delle parole che non possono essere subite nella disattenzione, ma bensì generano attenzione. Ecco il nodo: le parole che generano attenzione. Sono rare ormai in mezzo a tanto rumore.
Il vecchietto e il finto pappagallo
Ma in mezzo a tutti questi discorsi impegnati voglio chiudere con una storiella leggera. La raccontava sempre il mio amico “Zucchitto” che però al secolo si chiamava Bruni. Oggi scomparso, fu animatore della Taverna del Banditore un bel ristorante a due passi dal comune.

La storia tratta di un venditore di animali in crisi economica da cui un giorno si presenta un vecchietto un po’rincoglionito con occhiali a culo di bottiglia per acquistare un pappagallo. Pappagallo che il venditore in quel momento non aveva, allora approfittando delle basse diottrie e della poca svegliezza del nonnetto e spinto dalla fame gli rifila al posto del pappagallo una bellissima civetta.
Dopo qualche giorno il vecchietto si ripresenta alla porta del venditore, costui teme sia per protestare, invece il vecchietto chiede solamente di acquistare il mangime per il suo presunto pappagallo, che poi era sempre una civetta. A quel punto, prima che il nonnetto esca, il venditore non resiste e chiede: “Come va col pappagallo? Parla?” Ed il vecchietto tutto soddisfatto ed eccitato risponde: “Ah ancora non parla, ma sta molto attento! Mi guarda rapito con quegli occhioni spalancati, capisce tutto!”.
Ecco a voi signore e signori l’eterogenesi del silenzio e dalla parola.



