Italia sì, italiano no. L’abisso tra decisione e scelta

L'atteso referendum sulla giustizia ripropone il tema della differenza tra decidere e scegliere. Sullo sfondo la democrazia dell'apparenza dove il popolo in realtà non ha alcun potere. Ed invece la consultazione di oggi e domani può diventare un'occasione per votare finalmente nel merito ed in piena libertà senza i condizionamenti della fazione a cui gli elettori appartengono

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

“Vissero infelici perché costava di meno”: cosi recitava una frase di quel genio di Leo Longanesi, mai abbastanza celebrato totem del giornalismo moderno italiano. Un aforisma satirico e corrosivo che critica la tendenza umana a scegliere la mediocrità e la rinuncia per evitare il rischio, la fatica e i costi emotivi della felicità. La felicità richiede coraggio, passione e spesso un prezzo elevato in termini di impegno personale; l’infelicità, al contrario, viene vista come una scelta di “risparmio” esistenziale, una zona di comfort più economica ma vuota.

Ed è la scelta quasi totalitaria che fanno le persone oggi nel mondo contemporaneo che ci avvolge e ci circonda. È la scelta più semplice quella che costa meno stress e fatica. Segui la corrente dovunque vada, fatti trasportare.

Il fatidico giorno

E non è un caso che ne scriva proprio oggi quando, rullo di tamburi, è arrivato il fatidico giorno in cui si voterà per il referendum contro la Meloni. Ops scusate, il referendum sulla Giustizia. Eh si da questa settimana ci toglieremo di torno l’estenuante dibattito tritacabasisi che si è sviluppato in questa ultima fase in maniera ancora più violenta e divisiva. Cercando di convincerci che siamo in procinto di prendere qualche decisione epocale, mentre stanno solo costringendoci ad assumere una scelta.

La Premier Giorgia Meloni

E partiamo da questo che oltre che il titolo è il centro di questo piccolo ragionamento settimanale, “l’abisso tra la decisione e la scelta”. Vedete, occupati come siamo a fingere di occuparci di tutto, contemporaneamente occupandoci di nulla, oggi tendiamo a dare lo stesso significato ai due termini: decisione e scelta.

Invece questi celano dietro una profonda divisione di significato, forse anche antitetica, tra i due termini vi è infatti un abisso. Un abisso culturale, decisionale, filosofico, vitale.

Decidere e scegliere

Decidere e scegliere sono azioni distinte ma connesse, spesso confuse. “Scegliere” implica selezionare tra opzioni già date da qualcun altro (come da un menu), mentre “decidere” è un atto più profondo che comporta “tagliare via” le alternative, creando le opzioni o assumendosi la responsabilità del risultato, spesso con maggiore energia e rischio.

Elly Schlein, leader dell’opposizione

Scegliere (ex legere, poi divenuto se ligere) significa “leggere tra”, selezionando un’opzione tra diverse possibilità predefinite. È un’azione spesso più semplice e condizionata da alternative esterne. Decidere (de cedere): Deriva da “tagliare via” (recidere), implicando l’eliminazione attiva delle altre opzioni.La decisione riguarda il “come fare” ed è più pesante, poiché definisce il percorso.

In definitiva se vogliamo usare una metafora culinaria scegliere è limitarsi a un menu già scritto, decidere è creare il menu stesso. E mi dispiace rivelarvi questa cocente verità ma noi oggi convinti baldanzosamente di decidere qualcosa non realizziamo che invece ci è stata data solo, gentilmente, la possibilità di scegliere. Così, come tra un sì ed un no ad un referendum.

Pensiamo di decidere ma ci fanno solo scegliere. Il menù è scritto da altri. E sinceramente non siamo neanche ad un tre stelle Michelin è più una trattoria dai prezzi modici.

La democrazia dell’apparenza

Schede per il referendum (Foto © Paolo Cerroni)

Già solo su questo ci vorrebbe un trattato sulla “democrazia dell’apparenza” dove il demos, cioè il popolo, in realtà non ha più alcun potere. Gli viene dato solo il surrogato di questo: l’apparenza di poter scegliere.

Basterebbe vedere la nuova legge elettorale in cantiere per capirlo con facilità. Altro che i finti cultori della preferenza, in quel caso oltre che la decisione ci tolgono pure la scelta. Ma questo è un argomento che approfondiremo in futuro. È arrivato infatti il fatidico giorno del referendum (rombo di tuono in sottofondo).

Li avete visti in questa ultima settimana? Si fronteggiavano. Basta con le bugie del sì voto convintamente il no! Oppure basta con le menzogne del no tutta la vita si! Quanti ne avete visti di post così in questi giorni, tutti denunciano propaganda e manipolazione ma sempre e solo quella degli altri.

Sigmund Freud (Foto: Max Halberstadt / Christies)

Siamo tutti convinti che “gli altri” siano manipolati, una massa di fagiani addomesticati e narcotizzati di fronte invece ad un gruppo di illuminati che invece ha capito tutto. Ah le moltitudini che meraviglia dell’intelletto. Come scriveva caustico Sigmund Freud nella Psicologia delle masse e analisi dell’io: L’intelligenza di una folla è uguale all’intelligenza del più stupido dei presenti, divisa per il totale dei presenti.”

Infatti ogni volta che postiamo un contenuto di questo tipo siamo anche stranamente convinti di un’altra cosa: che stavolta riusciremo a far cambiare idea a qualcuno. Pensiamo: “Perché adesso ve lo spiego io come stanno veramente le cosa, vi faccio vedere io la verità, cosa c’è davvero dietro questo referendum”.

Un dibattito tra… tifoserie

La Costituzione

Ma voi avete mai visto qualcuno cambiare veramente idea in una discussione sui social? Io personalmente no. Mai. Perché? Perché siamo stupidi? Siamo in malafede? In realtà no perché siamo fatti cosi ci siamo evoluti così. Il nostro cervello funziona in un certo modo.

Noi pensiamo di “vedere per credere”, almeno è così che ce la raccontiamo, vediamo i fatti li analizziamo e poi ci facciamo un opinione. In realtà quasi sempre specie in politica succede il contrario. Prima decidiamo da che parte stare, poi cerchiamo le ragioni per stare da quella parte e quindi selezioniamo le informazioni che confermano quella convinzione.

Quindi diventa “credere per vedere”: credo in qualcosa e vedo solo quello che voglio vedere. E quando qualcun prova a smontarla questa convinzione con nuovi argomenti che succede? Che ci mettiamo in discussione, che cambiamo addirittura idea da esseri razionali, che bilanciamo le convinzioni? No di solito ci convinciamo ancora di più di avere ragione e cerchiamo ulteriori informazioni a supporto della nostra tesi.

Perché quando dichiari pubblicamente che voterai sì o no quando lo scrivi sui social, quando lo ripeti a tutto quando partecipi a manifestazioni convegni quella posizione diventa parte della tua identità, della tua reputazione, della tua coerenza, della tua storia personale. E noi sei più solo tu, c’è il tuo gruppo, c’è la tua comunità, indossi la maglietta del si o la maglietta del no.

Un seggio

A quel punto cambiare idea non è solo cambiare un opinione significa esporsi davanti agli altri e tradire il tuo gruppo eventualmente o la tua squadra. Ed è così che il dibattito politico si trasforma quasi sempre tra tifoserie e la discussione sul merito va a farsi benedire.

Diventa una discussione su persone, leader, squadre, partiti. A quel punto essere coerenti con una idea conta molto meno che essere coerenti col proprio gruppo. “Traditori siete solo dei traditori”, quante volta lo abbiamo sentito in questi giorni oltre al continuo rinfaccio a molti di aver cambiato posizione precedenti repentinamente.

Una decisione finalmente libera

Ora se in un’elezione è normale spostarsi su persone e gruppi, in un’elezione scegliamo anche questo leader persone programmi, il referendum è un’altra cosa. In un referendum non dovresti scegliere una squadra. Devi semplicemente rispondere a una domanda. Sì o no. In questo caso su una legge costituzionale. Non devi delegare qualcuno a scegliere per te. Un’altra persona appunto ma devi decidere tu.

Una cabina elettorale (Foto: Marco Cremonesi © Imagoeconomica)

E qui c’è una buona notizia quando entri nella cabina elettorale sparisce tutto il resto, non ci sono i social, non ci sono i like, non ci sono le tifoserie, non c’è nessuno che grida la tradimento perché non ti guarda nessuno.

Mutuando un vecchio adagio della democrazia cristiana e modernizzandolo si potrebbe dire:“Ricordate nel segreto della cabina elettorale Dio vi vede Gratteri no”. Allora puoi semplicemente leggere il quesito pensarci su per l’ultima volta e votare nel merito, finalmente nel merito. Una decisione libera finalmente libera.

Ma voi so già che non lo farete, voi non deciderete ma farete la scelta che compete alla squadra che tifate. Restate nella moltitudine nella massa e con la massa non si ragiona. È solo una conta.

Lo diceva Gustave Le Bon nel suo capolavoro “La psicologia delle folle”: “Nelle folle, l’imbecille, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dal sentimento della loro nullità e impotenza, che è sostituita dalla nozione di una forza brutale, passeggera, ma immensa. Non si discute con le credenze delle folle come non si discute con i cicloni“.

Politica allo stato puro

E quindi oggi e domani la folla sprigionerà la sua forza “brutale, passeggera, immensa” dando la vittoria ad un si o ad un no. Perché non è più un quesito referendario è politica allo stato puro. E qualcuno da questa forza brutale ne resterà colpito. Forse quella parte della magistratura che osteggia con grande forza il sì, che per la prima volta si è spinta a fare una campagna referendaria esattamente come una campagna politica abbandonando ogni indugio.

La magistratura al centro del referendum

Ma non è la magistratura che rischia di più dal punto di vista politico, proprio perché politica non è, almeno ufficialmente. Quella che rischia di più è proprio la Meloni vera promotrice di questo referendum. È vero che ha già dichiarato che non si dimetterà, ma una vittoria del no sarebbe un colpo molto duro da digerire. Sarebbe il primo vero stop in questi quattro anni di governo. Come una vittoria invece la rafforzerebbe certamente. Non va sottovalutato e farà da termometro sullo stato di fiducia di questo governo, volente o nolente.

Domani scopriremo tutto, se dovesse vincere il sì la colonna sonora della vittoria l’ha già scelta. Sarà certamente “Per sempre si” il brano di Sal da Vinci fresco vincitore a Sanremo. Perfetto da sempre.

Resta da scegliere una canzone in caso di vittoria del no. La competizione infatti è ancora in bilico tra i due risultati. E lo voglio dire alla maniera di Cetto Laqualunque, molto citato in questa campagna. Lunedi può finire in due modi direbbe Cetto: “vincentemente o perdutamente”. Spero quindi per la Meloni che non si ritrovi lunedì pomeriggio a cantare “Perdutamente” la bella canzone di Achille Lauro che tra l’altro questa settimana ha vinto il disco d’oro. Una coincidenza che non sottovaluterei.

Nel frattempo io da tempo ho già “deciso” cosa fare e non è difficile capirlo. Adesso a voi la “scelta”.