La cultura woke tra eurovision ed europee

L'Eurovision della canzone è lo specchio della Ue di questo momento. Vince la Svizzera, superando canzoni cariche di messaggi sociali tanto da sembrare un ritiro degli Oscar versione cantante. Il vincitore, Nemo, vestito in piume rosa e pon pon, sembra uscito da una scena del Rocky Horror. Ironia della sorte? A peggiorare la noia ci pensano gli interminabili riferimenti alla cultura Woke. Oh, ma cantare... quello era chiedere troppo?

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Alla fine ha vinto la Svizzera all’European song contest. La manifestazione canora europea delle nazioni. Una nazione neutrale quella elvetica: non male per essere una edizione caratterizzata dalle polemiche sulla cruenta vicenda israelo palestinese che ha monopolizzato l’attenzione dei media. Pare che a restare neutrali infatti ci si guadagni sempre.

Io che amo la musica l’ho trovata l’edizione più noiosa di sempre con tutti i cantanti impegnati nel trovare un qualsiasi tema sociale su cui buttarsi: neanche fossero un attore di Hollywood che ritira il premio Oscar. Avete presente la serata degli Oscar che se ritirando il premio non fai un pistolotto sulla parità di genere, sulla pace nel mondo, sulla violenza, sui gay, sull’ambiente o sugli indiani sembra che sei nessuno.

L’attore Ricky Gervais alla notte degli oscar

Memorabile fu il discorso di Ricky Gervais nel 2020 alla cerimonia degli Oscar che dopo aver esordito dicendo, già so che sarà l’ultima volta che mi invitano, ha tirato delle bordate terribili al conformismo del cerimoniale. Concludendo in questo modo il discorso: “Dite di essere consapevoli, ma le aziende per le quali lavorate, voglio dire, sono incredibili. Apple, Disney, Amazon… Se l’Isis avviasse un servizio streaming chiamereste il vostro agente, non è vero? Quindi, se vincete un premio questa sera non salite qui sù utilizzando questo palco per discorsi politici. Non siete nella posizione di dare lezioni al pubblico su nulla, non sapete nulla della realtà. Molti di voi hanno speso meno tempo a scuola di quanto ne abbia speso Greta Thunberg. Quindi se doveste vincere, salite qui su, ritirate il vostro minuscolo premio, ringraziate il vostro agente e il vostro dio e andate a farvi fottere”.

Direi molto chiaro e condivisibile. Almeno per me.

Il binario di Nemo

Il vincitore Nemo

Quindi vince la Svizzera dicevamo, un tizio di nome Nemo cantando The Code, un pezzo sulla sua identità non binaria. Come dicevamo pocanzi. Un maschietto di un metro e sessanta forse che dopo aver vinto si è commosso sul palco piagnucolando la canzone e correndo vestito di una giacca di piume di struzzo suo toni rosa fucsia, una gonnellina rosa più pallido, delle scarpette con dei ridicoli pon pon e sotto la gonna delle calzette bianco pallido come quelle che da ragazzino nonna mi mandava a prendere dal Vincenzo il tabaccaio. Un trucco che sembrava uscito dal saggio sull’umorismo di Pirandello ed occhiali vistosi molto poco mascolini degni della fase discendente di Elton John. Spero che il generale Vannacci non fosse sintonizzato in quel momento altrimenti avrebbe rischiato un coccolone.

Tutto un tripudio di gridolini e saltelli che mi fa pensare che il binario che ha preso lo sappia esattamente, ma fa più scena dire che non è binario. E tra un urletto e l’altro ha avuto il tempo di dire: “spero in pace, unità e dignità.” La pace nel mondo, come dicevamo, un grande classico delle premiazioni. Oh come ci sarebbe stato bene Ricky Gervais che usciva da sotto il palco ripetendo lo stesso concetto degli Oscar. Che goduria sarebbe stata.

Mentre lo pensavo ho ricordato una scena mitica. Forse bastava pure un tizio che conosco, mio conterraneo, che di lavoro affittava i service per i concerti. Noto per il suo carattere poco accondiscendente e diplomatico. Una sera lo chiamano in un noto locale di Supino che all’epoca si chiamava Ruvido, dove si esibiva Alex Britti noto artista romano. Dopo alcuni malfunzionamenti il cantante si ferma addirittura di cantare e lamenta che con quei disservizi non si poteva andare avanti. In genere gli addetti tecnici in questi casi si precipitano agitati a cercare di risolvere il problema, ponendo velocemente rimedio e scusandosi per l’inconveniente. Lui no, il mio amico no. Lui si alza in piedi da sotto il palco e urla in una splendida incantata ciociara ad Alex Britti testualmente: “Ma canta se devi cantà! Attore!.

Professionalità indiscussa. Aveste visto la faccia di Britti incredulo.

Trasgressivi? No, cattivo gusto

La finale dell’European Song Contest

Ecco questo aneddoto mi veniva in mente ogni volta che le esibizioni erano più indirizzate alla politica che alla musica. Quasi tutte a dire il vero. Avrei voluto urlare anche io “ma canta se devi cantare attore”. Quanti soggetti.

Calcolate che secondo è arrivato un tizietto croato che si chiama Baby Lasagna. Che solo a vederlo mi è passata subito la fame. Gli irlandesi si sono presentati vestiti da demoni cantando all’interno di un pentacolo. Satanismo puro espresso in prima serata mondovisione. Il finlandese si è presentato senza mutande, per fortuna mai inquadrato in quel punto dalle telecamere mentre librava in aria le pudenda zompettando anch’egli come la vispa teresa.

Ma erano tutti così, non solo sul palco ma anche tra gli spalti, un tripudio di esibizionismo mescolato al cattivo gusto e condito di banalità.

Sembrava di assistere alla replica aggiornata del “The Rocky Horror Picture Show”. Ricorderete il capolavoro degli anni settanta dove Tim Curry nei panni del dottor Frank-N-Furter si presentava in toppino, collana di perle, mutande e reggicalze nero. Ecco l’eurovision era tutta così, lo stesso abbigliamento per  tutti che sinceramente se poteva risultare trasgressivo negli anni settanta oggi fa solo gridare alla omologazione ed al cattivo gusto. Ma contenti loro.

Lo specchio dell’Europa

Foto: Philippe Stirnweiss © Eu Press Service

Non deve essere un caso poi se lo stesso attore infatti consolidò la sua fama interpretando il pagliaccio assassino “IT” nella serie di Stephen King. Ormai la cifra estetica è quella direi. E come tutto ciò che è abituale perde immediatamente il suo potere trasgressivo. Oggi per sentirsi trasgressivi si devono omologare. Che carenza assoluta di personalità. Chissà se aveva anticipato i tempi profeticamente il mitico Claudio Villa quando cantava “Binario triste e solitario”. Ma forse non intendeva lo stesso binario del vincitore dell’eurofestival.

Più sobria l’italiana in gara Angelina Mango finita settima. La più discussa certamente la cantante israeliana, accolta da bordate di fischi ad ogni esibizione, come se la guerra l’avesse fatta lei. Completamente ignorata dalle giurie ma invece votatissima dal pubblico che l’ha posta tra le prime provocando malori in sala tra i fischiatori di professione propal.

E cosa mi ha ricordato tutto questo caleidoscopio di cattivo gusto e di scemenze? L’Europa. Quella vera, non quella canora. Perché i temi in discussione sono esattamente gli stessi. Mancava solo un auto elettrica sul palco a portare gli artisti o la Von der Leyen che spuntava da dietro il palco brandendo una siringa a mo’ di coltello e vaccinava Baby Lasagna punzecchiandolo a tradimento mentre si esibiva in diretta mondiale.

La cultura Woke

L’allora deputata statunitense Marcia Fudge mostra una maglietta che recita lo slogan “Stay Woke: Vote” nel 2018

Sono tutti temi della cultura woke. Così oramai la chiamano gli americani con termine che è entrato abbondantemente anche nel nostro linguaggio quotidiano. Woke, letteralmente “sveglio“, è un aggettivo inglese con il quale ci si riferisce allo “stare all’erta“, “stare svegli” nei confronti delle ingiustizie sociali o razziali. La voce è entrata nei dizionari della lingua inglese attraverso il movimento attivista statunitense Black Lives Matter. Sarebbe un “wake” storpiato nello slang afroamericano.

Il termine è sempre più usato dai critici dell’ideologia Woke, tra cui orgogliosamente il sottoscritto, per connotare in senso negativo quello che ritengono un atteggiamento di dogmatismo intollerante e censorio nei confronti delle idee che vanno contro le moderne sensibilità sulle questioni delle minoranze e dei diritti civili.

Che poi proprio svegli svegli non lo so. Avete mai visto l’espressione media, che so, di un militante di “Ultima Generazione mentre si incolla le dita all’asfalto per protestare contro il cambiamento climatico? “Quello sguardo nel vuoto tipico dell’ottuso” come diceva di Alberto Sordi vigile al Sindaco impersonato da De Sica. Oppure vi è capitato di vedere un video di militanti gender che si recano alle manifestazioni pro vita, gli vanno in faccia ed iniziano ad abbaiare. Se non li avete visti cercateli sono meravigliosi. Ci sono questi ragazzi pretigni che parlano contro l’aborto e quelli vestiti invece come un partecipante medio all’eurovision che gli abbaiano in faccia come fossero cani.

Dunque identità di vedute tra le politiche europee e le scelte musicali. Segno di un battage culturale martellante che punta a farci accettare ormai qualsiasi elemento woke propinandocelo in tutte le salse.

La paura dell’astensione

La campagna Ue per il voto

Non è mancato infatti anche all’ interno della telecronaca della serata lo spot per le elezioni europee. Una velinona che il conduttore leggeva pure malamente che, come tutta la campagna finanziata dalla commissione europea a guida Von der Leyen, parla di una sola ed unica cosa. L’invito ad andare a votare.

Adesso non voglio essere iperanalitico ma avete fatto caso che l’unico messaggio, che campeggia anche a caratteri cubitali sulla sede del parlamento europeo, è quello? Andate a votare. Non perdete l’occasione di scegliere. Che ogni volta che lo vedo mi pone una doppia riflessione.

La prima. Ma per farlo così martellante c’è davvero timore che in pochi si rechino a votare. Avvenimento, diciamolo, l’astensionismo che mostrerebbe un grave distacco tra il popolo e questa istituzione. Provocando una discesa di credibilità che potrebbe essere esiziale. Con questo messaggio di fondo: la gente non si sente rappresentata da questo modo di governare europeo e si distacca.

La seconda. Nel merito. Ma possibile che a fronte delle migliaia di misure adottate dal parlamento europeo non vi sia una campagna che citi non dico tanto ma tre quattro misure importanti fatte dal governo europeo. Misure che incidono positivamente sulla nostra realtà. Niente invece. Nessun tema solo il martellante invito al voto. Sembra quasi che la commissione ed il parlamento stessi non ritengano appetibili i risultati prodotti in questo quinquennio. Di certo non una manifestazione di sicurezza ed orgoglio per il lavoro svolto.

Tra poco i risultati

Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica

Ma come abbiamo scoperto il vincitore dell’eurofestival stanotte, tra un mesetto scopriremo chi vincerà le elezioni Europee. Nella speranza che non si festeggi allo stesso modo tra urletti effeminati e saltelli ma con maggiore sobrietà.

Ma a campagna aperta di una cosa sola sono sicuro: che non ci libereremo di questa strisciante cultura woke. Chiunque sia il blocco che vinca sia i centristi che i loro teorici avversari i socialisti europei.

Che a ben vedere si somigliano sempre di più, forse sono anche loro non binari. O meglio si dichiarano binari ma non lo sono.

Per questo da queste pagine lanciamo la proposta di adottare come nuovo inno europeo “La noia” la canzone di Angelina Mango. Perché è l’unico elemento vero unificante di questa campagna europea. La noia.