La strana morte dell’Europa

La surreale accoglienza a Pechino dei vertici dell'UE da parte delle autorità cinesi sono lo specchio della decadenza dell'Europa e di una preoccupante perdita d'identità. "La strana morte dell'Europa, il libro di Douglas Murray sul tema, impone una serie riflessioni. Ma il dato più allarmante è che la stessa Europa non si è accorta della sua caduta

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Le avete viste le immagini della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con il presidente del Consiglio europeo António Costa in visita istituzionale in Cina a Pechino per trattare le relazioni internazionali commerciali tra il colosso orientale e l’Europa? Più che la deludente conclusione è l’arrivo a colpire. Nessun cerimoniale di Stato, nessuno ad accoglierli alla scaletta dell’aereo, nessun politico di rilievo presente. Ma soprattutto nessun riguardo istituzionale.

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La delegazione europea scesa dall’aereo è stata messa su un bus aeroportuale esattamente come quelli che riservano ai turisti occasionali appena discesi da un volo low cost alla ricerca di vacanze liberatrici. Il bus li porta al terminal dove anche li non trovano nessun politico o attore istituzionale ad attenderli. Ci sono solo dei rudi funzionari che non li salutano neanche. Solo uno di questi che sembra la versione cinese di Mister Bean senza neanche proferire parola gli fa un gesto indicando la strada da percorrere. Solo dopo verranno smistati in alcune macchine che attendevano fuori e portati a destinazione.

Il confronto con Putin e la perdita identità

Il presidente Vladimir Putin accolto dal Ministro degli Esteri cinese Wang Yi / VCG Photo / Kremlin Press Service.

Per avere la misura di quanto sgarbo istituzionale e freddezza politica abbia usato la Cina nei confronti della delegazione europea ai massimi vertici basta fare il confronto con l’ultima visita di Putin nella capitale cinese. Foltissima delegazione ad attenderlo direttamente in pista alla discesa dalla scaletta. Banda che suonava festosa e piccola parata militare di benvenuto. Schiere di politici cinesi al massimo livello che lo riverivano accompagnandolo in una lunga passerella a favore della stampa mondiale. Alla Von der Leyen hanno mandato il Mister Bean cinese.

Ecco vedendo queste immagini tra me e me ho pensato: l’Europa è morta. Morta a livello istituzionale, rappresentativo, di rispetto esterno, di credibilità, di incisività. Con il gigantesco paradosso che l’Europa è un morto che non si è ancora accorto di esserlo e si trascina stanca in questa strana metamorfosi in cui ha certamente perso la sua millenaria identità ma non ne ha definita una nuova.

Il libro di Douglas Murray

Douglas Murray

Allora mi è venuto in mente subito un libro che va letto. “La strana morte dell’Europa” di Douglas Murray. Le credenziali scientifiche di Douglas Murray non sono puramente accademiche. Giornalista, scrittore, polemista, Douglas Murray calca ormai il palco di molte occasioni mediatiche, piuttosto estranee alle logiche rigorose dell’argomentazione strettamente accademica.

Tuttavia, deve far riflettere il fatto che il suo volume “La strana morte dell’Europa” stia conoscendo una notevole diffusione e che la moltiplicazione delle sue traduzioni apra dibattiti altrimenti silenti. Pubblicato nell’originale inglese nel 2017 è stato tradotto in italiano nel 2018. Il titolo non dà adito a molti dubbi. A tutti noi, ai quali sta a cuore il destino dell’Europa, esso non può non suonare sgradevole e allarmante. A un primo sguardo, non è facile stabilire se il titolo del testo faccia riferimento a un evento già avvenuto (“l’Europa è già morta…”), o se esso ne minacci l’eventualità (“l’Europa potrebbe morire…”); di certo esso vuole ratificare l’interpretazione di un processo: forse l’Europa sta morendo.

Un volume concreto che fa riflettere

Murry e la copertina del suo libro “La strana morte dell’Europa”

Douglas Murray non è certo un autore che si compiace di allarmismi, di facili e ciniche strizzate d’occhio a vaghe forme di nichilismo, non è certo un “mántis kakôn” di omerica memoria. La contestazione del testo, dei suoi dati e delle sue letture, è sempre possibile, ma proprio in virtù del fatto che questi temi sono e continuano ad essere controversi, il libro dà da pensare.

È forse questo il compito di ogni libro, anche di quelli che sfidano le nostre posizioni più solide e accurate. La tesi è semplice: «L’Europa si sta suicidando, almeno nelle intenzioni dei suoi leader». Esposta così brutalmente, la posizione sembra una incondivisibile “petitio principii”, ma il volume cerca di dimostrare come tale processo sia effettivamente in atto, interpretando i numerosi dati riportati nel testo come segni inequivocabili di questo suicidio.

Il testo animato da tre tesi di fondo

Foto: Philippe Stirnweiss © Eu Press Service

La prima è che le ondate migratorie degli ultimi dieci-dodici anni possono essere guardate su di uno sfondo puramente emergenziale, se si ignora che esse si sommano a processi migratori in atto da almeno mezzo secolo. La questione dell’immigrazione, tema caldissimo dell’attualità politica, viene però modulata, nel testo, senza toni apocalittici. Impressionano però alcuni dati, alcuni specificatamente legati al contesto inglese, alcuni più genericamente europei.

La seconda tesi di fondo è che, per una esigenza di onestà intellettuale, è necessario non confondere l’Europa con l’Unione Europea. Il testo sembra evidenziare, con sorprendente brutalità, quanto, nei dibattiti sull’europeismo, qualcosa sia fuori asse. Douglas Murray sembra rivendicare l’idea che molte politiche dell’Unione Europea possano essere criticate non in virtù di un rigurgito nazionalistico o “sovranistico”, ma al contrario in forza di una più alta e nobile idea di Europa.

Ursula Von der Leyen all’arrivo a Pechino insieme alla delegazione europea

Non si comprende molto dell’attualità politica, se non si mette bene a fuoco lo scollamento tra Unione Europea e “Spirito” europeo. Spesso si dimentica che è possibile contestare certe decisioni dell’Unione Europea in virtù di un “eccesso” di europeismo.

La terza tesi di fondo, quella più specificatamente “kulturphilosophisch”, di filosofia culturale diciamo, è forse la più interessante. Essa suona così: gli europei sono “geschichtsmüde”, sono “stanchi di storia”, stanchi per lo schiacciante peso che la storia europea carica sulle coscienze di ciascun cittadino.

«La stanchezza nasce dal timore di non poter sfuggire dal passato, dall’idea che la storia ci tormenterà sempre, tornando a galla per trascinarci nuovamente sul fondo», scrive Murray. Gli europei, chi inconsciamente, chi consapevolmente, sembrano afflitti da una stanchezza epocale: oscuramente comprendono che la parabola dell’Europa si sta esaurendo. Non sono poche le persone che, consapevoli della grandezza spirituale dell’Europa, pongono lo zenit di tale grandezza nel passato, innescando la precisa consapevolezza che tutti noi soffriamo di un “deficit di futuro”.

Le analogie con la caduta dell’Impero Romano

Le bandiere dell’Unione Europea

Non serve scomodare analogie con la caduta dell’Impero romano, banalità ormai leggibile persino sui più umili rotocalchi, ma di certo alcuni isomorfismi con quell’evento epocale inquietano segretamente le coscienze di un numero crescente di europei. Sarebbe saggio tenere d’occhio il numero di copie vendute di Edward Gibbon sulla storia e decadenza dell’impero romano o di Ammiano Marcellino sullo stesso tema ma scritti nel trecento dopo cristo.

Di certo, le ricorrenti crisi che hanno investito l’Europa negli ultimi dieci quindici anni hanno avuto almeno un contraccolpo positivo. Il dibattito sull’identità europea, dibattito che non va visto come il riflesso di un’esigenza in senso stretto “identitaria”, ma come una domanda sul “proprio”, sull’ “idion”, dell’Europa sembra essere uscito dai circoli accademici, investendo strati della popolazione europea sempre più vasti.

Difficile estrarre una diagnosi dalla situazione descritta da Douglas Murray, ma forse un’idea potrebbe semplificare la lettura della tormentata realtà contemporanea. Forse dovremmo familiarizzarci con l’idea che, in effetti, l’Europa non esista più. Non è impossibile che gli storici del futuro diranno che, in questo nostro presente che sarà il loro passato, una nuova civiltà sia già nata. Il paradosso sta tutto qui: in fondo, l’Unione Europea sembra costituirsi come il motore storico-politico di questa nuova civiltà, che con l’idea di Europa (la nobile parola di Husserl, che univa l’esigenza di razionalità di Atene alla sua Germania, ovvero la filosofia) non ha semplicemente più nulla a che fare.

Non è una catastrofe ma un ciclo storico

L’aula del Parlamento Europeo

Non è necessario pensare che si tratti di una catastrofe. Si tratta soltanto di inevitabili cicli storici, dei quali una tenue miopia o una malriposta speranza non ci rendono abbastanza avveduti. Che l’Europa sia una cosa del passato non è necessariamente un male. Basta non farsi illusioni. Forse ciò che oggi chiamiamo “europeismo” coincide semplicemente con il pathos verso l’edificazione di questa nuova civiltà che non ha ancora un nome.

Non sappiamo più chi siamo, perché siamo già i cittadini di un nuovo spazio geofilosofico, neonato e innominato, di cui non sappiamo ancora nulla. Attendiamo la parola di chi potrà nominarlo. E poi in giro nel panorama attuale è pieno di gente che è politicamente morta ma non se n’è ancora accorta. Figurati se se ne deve accorgere l’Europa.