Lo storico bilaterale sulla guerra in Ucraina tra il presidente degli Usa e quello della Russia non ha avuto finora grandi risultati. Restano la forte simbologia dell'incontro, gli strascichi come lo scontro Macron-Salvini ed un'Europa sempre più marginale
“A Sé sentite sto prociutto t’ho detto, è dorce. È n’zucchero a Sergio lo senti? E st’olive, senti ste olive tiè queste so greche. Greche! Come so’?” chiedeva Mario Brega a Carlo Verdone. E lui con le olive ancora infilate in bocca “So greche”. Il film era Borotalco ambientato in piena estate, come a Ferragosto è stato ambientato lo storico incontro Trump-Putin in Alaska. Storico perché gli incontri bilaterali tra i presidenti americano e russo, in particolare in terra statunitense, si contano sulle dita.
E storico doveva essere il suo contenuto riguardo la guerra in Ucraina ma da questo punto di vista sembra abbia un po’ deluso. Nessuna misura ufficiale annunciata alla fine, nessun accordo. Anche se nessuno di noi può sapere cosa si siano veramente detti nelle segrete stanze i due pesi massimi della politica mondiale.
A sorpresa un Trump “morbidone”

A giudicare dalla tranquillità reciproca qualcosa avranno concluso ma non è stato dato a beneficio del pubblico. Ma quello che ha attirato più di tutti l’attenzione sono state proprio le modalità di questo incontro. Tutti si aspettavano un po’ un Trump in versione Mario Brega con l’aspetto minaccioso e la propensione alla sopraffazione. Non che Putin assomigli ad un Verdone ma chiunque pensava ad un colpo di teatro in stile trumpiano. Di quelli che ama fare lui come prova di forza.
Più volte abbiamo citato le strette di mano alla Macron o il famoso raddoppio della stretta o le pacche convenevoli. Segnali di uno strapotere anche fisico. Ma con Putin niente di tutto questo. Prima nell’attenderlo alla discesa del leader russo Trump si protende in un applauso di benvenuto abbastanza inusuale tra due leader impegnati nella risoluzione di un conflitto. Applauso che prima ha monopolizzato tutti i social addirittura rilanciato dagli account ufficiali della Casa Bianca. Ma che poi è stato cancellato dagli stessi perché ritenuto troppo, come dire, amichevole accondiscendente.
Stretta di mano dominante e il passaggio sulla beast

E poi la stretta di mano, prima della passerella rossa da percorrere per arrivare. Nella simbologia dello storico summit tra i due leader in Alaska, anche la stretta di mano può assumere un significato politico. Di fronte alle telecamere e ai fotografi, Vladimir Putin e Donald Trump si sono scambiati sulla pedana una stretta in cui il presidente russo, nel linguaggio dei corpi, è apparso ‘dominante’, con il dorso della mano verso l’alto e quella di Trump verso terra.
Questo tipo di posizione viene comunemente definita “stretta di mano dominante” e può indicare un tentativo di dominare o controllare la situazione. Una totale inversione rispetto alle usuali pratiche di Trump che ha usato le sue strette ferree come messaggio politico da sempre.
Altro unicum della serata il “passaggio” che Trump ha dato a Putin sulla sua macchina blindata. La “bestia” così chiamano in America il veicolo presidenziale super corazzato che mai prima d’ora aveva trasportato un presidente russo. Sulla pista della base americana di Anchorage era pronta la Limousine di Putin, il quale è però salito sulla “Beast” di Donald Trump: un fatto non previsto dal protocollo, visto che in genere i due leader di superpotenze come Usa e Russia non viaggiano sulla stessa macchina.
Che confidenza tra i due leader

Sarebbe stato Donald Trump a invitare Putin a salire sulla sua Limousine, probabilmente per poter beneficiare di qualche minuto da solo con il leader russo per un colloquio privato lontano dalle telecamere prima dell’inizio del tanto atteso vertice di Anchorage. Un’anomalia, visto che Putin avrebbe dovuto salire sulla sua macchina, la Aurus di fabbricazione russa pronta nelle vicinanze.
Al di la che abbiano usato questo stratagemma per discutere fuori da occhi e orecchie indiscreti tutti hanno letto il gesto come una grande confidenza al limite della benevolenza. Ve lo immaginate Mario Brega che invita gentilmente Carlo Verdone sulla sua auto mentre dovevano discutere del matrimonio della figlia da cui sfuggiva? No e nessuno neanche immaginava un gesto del genere in una occasione così pubblica ed importante.
Lo scontro Macron-Salvini

In fondo in questa analisi prossemica e comportamentale risiede tutto il succo di questo storico incontro. Le determinazioni infatti sono evanescenti. Almeno dicevamo quelle pubbliche. E la situazione Ucraina per ora immutata. Ucraina che ha sgomitato per far vedere che c’era ancora.
La imbarazzante situazione di un incontro su un Paese che non viene neanche consultato l’ha plasticamente mostrata Zelensky con i suoi continui comunicati che enfatizzavano la loro assenza. L’Europa, convitato di pietra, ha sempre meno ruolo completamente tagliata fuori da ogni discorso.
Ha il ruolo residuale di sborsare soldi per armare l’Ucraina, foraggiare indirettamente gli Usa e tenere in vita artificialmente un conflitto materialmente già concluso. Una specie di accanimento terapeutico il cui epigono è Emmanuel Macron che dopo il vertice rilancia ipotesi di truppe in campo di volenterosi a difesa dell’Ucraina. Ipotesi surreale al punto che viene sbeffeggiata addirittura da Salvini. Che in tenuta da Pierino manda a dire a Macron “se vuole andare in Ucraina vada lui l’Italia non si muove”.
Un Pierino di nome Matteo

Uscita che oltre che a irritare Meloni e Tajani titolari della politica estera provoca la risentita reazione francese che addirittura convoca l’ambasciatrice italiana per proporre le proprie rimostranze.
Ora: che il livello di dibattito di Macron sia quello di Salvini la dice tutto sull’attuale stato di forma della classe dirigente europea. Impegnata a barcamenarsi per non perdere completamente la faccia oltre ai soldi.
Forse l’immagine di Mario Brega che ficca le olive greche in bocca a Verdone è più attinente a Trump che lo fa all’Europa che a Putin. Olive greche indigeste come alla Grecia è stata indigesta la politica europea. All’epoca sette miliardi per salvare la Grecia erano introvabili oggi invece per le armi se ne trovano ottocento. Senza contare altrettanto per i vaccini.
La disillusione di Atene

Di passaggio ad Atene in questi giorni ho trovato una città, che ho visitato decine di volte, sempre bellissima. Ma mai così povera e degradata. Mendicanti ovunque in una città che cerca comunque di mantenersi dignitosa. Passeggiando per piazza Syntagma teatro delle più grandi manifestazioni greche non senti più nessuna tensione politica, solo disillusione e difficoltà.
Non so se sia stato un caso o meno che abbia portato con me in vacanza una sola lettura: “La rivelazione greca” di Simone Weil. Un libro acquistato anni fa ma che non avevo ancora neanche aperto. Un libro che, sintetizzando, mi ha ricordato questo: la libertà assoluta non esiste. I Greci avevano scolpito nella pietra del pensiero un monito che attraversa i secoli: μηδὲν ἄγαν (mēdén ágan), cioè “nulla di troppo”.
È la massima che stava incisa sul tempio di Apollo a Delfi, accanto al celebre γνῶθι σεαυτόν (conosci te stesso). Con poche sillabe essi esprimevano la convinzione che la libertà assoluta fosse illusione e pericolo: senza misura, l’uomo scivola nella hybris, l’arroganza di oltrepassare i limiti imposti dalla natura e dagli dei.
Chi rispetta la misura puà abitare la libertà

Il limite, per i Greci, non era una catena ma una condizione di armonia. Solo chi conosce il confine può danzare sul bordo senza cadere; solo chi rispetta la misura può abitare la libertà senza trasformarla in tirannia. Era un pensiero intriso di religiosità ma anche di saggezza esistenziale: infrangere il limite non significava soltanto offendere gli dei, ma spezzare il fragile equilibrio che regge la vita umana.
Se il mondo moderno ha fatto del “senza limiti” la sua bandiera, i Greci sapevano bene che la potenza senza misura è distruttiva. Prometeo incatenato, Edipo accecato, Icaro precipitato: miti che sono parabole del superamento fatale dei confini.
L’ultima grande voce a rinnovare questa venerazione è stata proprio quella di Simone Weil. Nei suoi scritti sulla «Rivelazione greca», mia lettura vacanziera, ricorda che «le idee di limite, di misura, di equilibrio, che dovrebbero determinare la condotta di vita, ormai hanno un impiego servile nella tecnica».
Con sguardo profetico, Weil ci mostra come ciò che un tempo era norma spirituale e morale sia stato degradato a strumento calcolatorio. La misura non è più equilibrio ma performance; il limite non è più argine, ma ostacolo da abbattere. Viviamo oggi nell’ebbrezza dell’illimitato: senza limiti di consumo, di velocità, di accumulo. Ma il limite non è negazione: è il volto stesso della libertà. È ciò che dà forma al desiderio, confine che impedisce al piacere di diventare voracità, alla volontà di mutare in dominio.
L’uomo non è padrone del mondo

Riscoprire il limite significa ritrovare la sapienza della misura: non un ritorno alla paura degli dèi, ma alla consapevolezza che l’uomo non è padrone del mondo, bensì suo ospite. Come i Greci, possiamo imparare che la libertà non cresce nel deserto del senza confini, ma nel giardino fragile della misura.
Questo ci dice il libro. E come non condividerlo anche se difficilmente questa visione si adatta alla mia personalità che nella vita ha ricercato sempre e costantemente il superamento del limite e si è sbilanciata nel dominio invece che nell’equilibrio. L’equilibrio è un esercizio difficile. Distruggere è più facile che costruire.
Zeus iratus diceva un adagio latino mutuato dall’ellenismo. I famosi fulmini scagliati dal dio le sue molteplici punizioni agli umani ed alle dee che lo deludevano. Era, sua moglie, appesa al cielo, Latona, Ate, Lamia trasformata in un mostro. Non era l’equilibrio la caratteristica degli dei. Mentre è l’equilibrio che cerca Weil nella cultura greca e che hanno cercato i leader mondiali in questa torrida settimana di ferragosto appena trascorsa. Tutti noi cerchiamo l’equilibrio ma c’è sempre qualcosa che lo mina.
Vedremo allora se dai colloqui in Alaska di questa settimana usciranno i fulmini di Zeus o l’armonia del limite teorizzata da Weil. Di una cosa sola sono certo, al mio ritorno in Italia, che le olive greche non sono più così greche come una volta. E forse anche il “prociutto” non è più un zucchero.



