L’Europa ce le suona… e tutti Muti

A fine campagna elettorale la scena è dominata dalle parole del maestro Muti. Che - come sempre - ognuno interpreta come preferisce. Sollevando polemiche su possibili messaggi politici sottintesi. E intanto in Normandia...

Franco Fiorito

Ulisse della Politica

Pare strano in coincidenza della fine di una campagna elettorale tutto sommato noiosa che il discorso più discusso nelle ultime ore del voto non sia di un politico di professione, di un candidato bensì di un direttore d’orchestra. Riccardo Muti.

Si perché la sera del venerdì sette giugno invece che su un palco, la premier Giorgia Meloni molti membri del Governo e politici vari ma soprattutto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella erano ad un concerto presso l’arena di Verona. Dedicato dal ministero della Cultura alla grande opera italiana per festeggiare l’ingresso di questa nella lista dei beni immateriali Unesco.

Lettura bivalente

Riccardo Muti (Foto: Ermes Beltrami © Imagoeconomica)

Galvanizzato dal successo della bella serata, il direttore ha voluto prodursi in un intervento sibillino che a poche ore di distanza ha scatenato il dibattito tra chi leggeva in quelle parole un velato messaggio politico e chi invece le trovava ecumeniche ed unificanti.

Dopo essersi aggiustato il ciuffo ribelle, affinato lo sguardo con quel piacevole strabismo di venere, con queste parole  si è rivolto ai presenti: “Mi rivolgo agli uomini e alle donne di governo. L’ho detto mille volte, ma forse a qualcuno è sfuggito: l’orchestra è il sinonimo di società. Ci sono i violini, ci sono i  violoncelli, le viole, i contrabbassi, i flauti, gli oboi, i tromboni,  eccetera, eccetera. Ognuno di loro spesso ha parti completamente diverse, ma devono concorrere tutti, pur avendo frasi diverse, a un unico bene, che è quello dell’armonia di tutti”.

E allora giù con le interpretazioni con la sinistra ad inneggiare ad un presunto attacco alla Meloni ed al Governo e la destra facendo buon viso a cattivo gioco plaudendo alle parole del maestro.

Certo sono parole condivisibili. Chi non sarebbe d’accordo che ogni azione umana di Governo e non debba – per usare parole sue – tendere ad un unico bene, all’armonia di tutti?. Il problema caro maestro è riuscirci.

La nota stonata

Il presidente Sergio Mattarella con il maestro Riccardo Muti

Muti, la cui esibizione ha incantato la platea che lo ha omaggiato di ripetuti applausi, ha ringraziato per la sua presenza direttamente citandolo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Diverso trattamento ha riservato alle altre autorità presenti citate per così dire in maniera anonima e generalista. “Grazie a tutti i membri del Governo e a tutte le autorità presenti che rappresentano poi questo sogno o realtà europea”, ha sottolineato il direttore d’orchestra. Ecco una piccola nota stonata. A mio personalissimo giudizio.

In una serata tra l’atro organizzata dal Governo, Muti si produce in un saluto molto personale e deferente nei confronti del Capo dello Stato citandolo specificamente e enfatizzandone giustamente la figura. Quando si tratta di citare il Governo però sorvola con un banalissimo e generico grazie a tutti i membri del governo e alle autorità tutte.

Ora come sapete io non sono sempre prodigo di complimenti verso la Meloni. Solo quando li merita. Ma Giorgia Meloni piaccia o no è il Presidente del Consiglio. Non uno dei membri del governo. Non solo lo presiede il Consiglio dei Ministri ma rappresenta attraverso quel ruolo il Governo di una nazione intera. Dunque andava riservato, anche se non fosse gradita la parte politica, un saluto ufficiale e maggiormente rispettoso al capo del governo che in quel momento non rappresenta un Partito ma tutti gli italiani.

Moralisti re aliena

Le alte cariche dello Stato a Verona

E dunque sempre nella mia personalissima opinione questa mancanza ha tolto qualcosa a quel discorso, lo ha indebolito, seppur fortemente condivisibile. Perché chiedere unità, rispetto, armonia ma nel contempo non portare rispetto dimezzando i saluti a mo’ di segnale politico è di un cattivo gusto unico. Non solo stride col concetto espresso ma ne è l’esatto contrario.

Difatti seppur ben inquadrati dalla tv, Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Gennaro Sangiuliano non hanno tradito un ghigno ed un applauso di circostanza con un sorriso manifesto si ma denti stretti. Dunque iscriveremo d’ufficio il maestro Muti nella categoria dello Iemolo dei “moralisti re aliena”. Cioè coloro che predicano bene ma razzolano male tradotto in termini più triviali.

Non ha tardato infatti la macchina della propaganda della sinistra a tradurre quel mancato saluto ed il senso del discorso come una neppur tanto velata critica alla presidente Meloni ed al centrodestra. Come dire ti saluto ma non troppo perché il mio credo radical chic non concede più di tanto.

E molti non hanno colto nemmeno l’ultimo segnale del discorsetto quando dice “tutte le autorità presenti che rappresentano poi questo sogno o realtà europea”. Non dice italiana. Sul solco delle parole che tanto hanno creato polemiche dopo alcune dichiarazioni di Mattarella. Dice europea. Anche se stai celebrando l’arte e l’opera italiana.

Il messaggio subliminale

Claudio Borghi (Foto: Sara Minelli / Imagoeconomica)

D’altronde aveva tracciato il solco il presidente nel giorno della festa della Repubblica dove nel suo discorso aveva citato “la sovranità dell’UE”. Motivo di grande polemica soprattutto con la Lega che tramite Borghi non le aveva mandate a dire ricordando che la sovranità è nazionale non europea.

“Oggi è la festa degli italiani, della Repubblica, quindi non è la festa della sovranità europea. Cosa è la sovranità europea? Noi abbiamo un Presidente della Repubblica perché esiste una Repubblica, perché esiste una sovranità nazionale italiana” aveva rincarato il vicepresidente del consiglio Salvini. Alimentando ancora il fuoco della polemica. Ma questo leitmotiv dell’Europa come entità unica e superiore agli Stati non è un concetto casuale. Solo che giuridicamente ancora non esiste e forse non esisterà mai. Ma è un messaggio subliminale che da tempo certi settori culturali vanno veicolando.

Aveva iniziato Prodi dicendo che aveva giurato fedeltà all’unione europea. E giù critiche perché la fedeltà si giura alla propria nazione non ad un insieme di governi giuridicamente distinti. E poi si è proseguito nell’ultimo periodo con questo martellamento di questa Europa come madre buona e munifica che ineluttabilmente sarà il nostro destino unificante. Una specie di Blob europeizzante.

Muti davanti a Muti

Giorgia Meloni a Verona

Devo registrare che tranne qualche flebile miagolio su questo tema non è pervenuta questa grande risposta di quei Partiti che si professano sovranisti. Che come dice la parola stessa dovrebbero privilegiare la tutela del proprio governo nazionale. Ma in realtà non è che i sovranisti non parlino più è che oggi silenziosamente hanno pure smesso di autodefinirsi sovranisti. Avete fatto caso che la parola è praticamente scomparsa dal vocabolario politico odierno, insieme a molte altre tipo immigrazione sicurezza e giù di li?

Ah bei tempi quelli degli inseguimenti degli scafisti “in tutto il globo terraqueo”. Adesso manco c’è bisogno di inseguirli attraccano tutti i giorni liberamente nei nostri porti. Ma non divaghiamo, scusate.

Giorgia Meloni

Torniamo a Verona. La fatal Verona come la appellarono i milanisti dopo due scudetti persi. Che per ora tutto sembrava per la Meloni tranne che fatale. Presentatasi in ottima forma, sembra dimagrita e pronta per la prova costume. È arrivata in un vestitino da opera verde ramarro, che è diverso dal verde leghista, di ottima fattura e che effettivamente le stava molto bene. Diciamo che agli inizi dell’esperienza di Governo le cura per gli abiti era un po’ random ma oggi è migliorata molto.

Si è presentata sul red carpet  al favore dei giornalisti molto apprezzata e fotografata. Addirittura dalla folla è arrivato un “sei bellissima” che si è sentito distintamente. Molti pensavano si trattasse di Giambruno che sotto mentite spoglie si era infiltrato per tentare di riconquistare la Giorgia perduta. Ma poi si è scoperto che era un ammiratore vero.

Primo Partito per distacco

Foto © Imagoeconomica

Dopo le foto di rito però si è affacciata alla scala di ingresso dell’arena con un passo degno di Wanda Osiris. Mancava solo accennasse il ritornello di “sentimentaaaal”. Ma al suo ingresso soprattutto è stata molto fotografata ed applaudita. Era successo anche al suo arrivo alla parata del due giugno. Ecco gli applausi sono sempre un bel segnale. Soprattutto se sei al governo. Non sono mai scontati. Soprattutto dopo diversi mesi a Palazzo Chigi.

E allora mi hanno fatto concludere che la Meloni andrà bene supererà anche questo scoglio elettorale. Forse potrà flettere un po’ oppure no ma resterà primo partito per distacco. Tutto questo perché è stata l’unica a dimostrare di essere un politico. Lei a fare da battistrada e tutti gli altri ad inseguire. La sinistra ed i cinque stelle entrambe senza personalità hanno fatto la corsa su di lei. La Lega e Forza Italia si litigano il ruolo da comprimari e nessuno osa sfidare la leadership anzi si beccano tra di loro come i capponi dei Promessi Sposi.

Insomma queste Europee sembrano segnate. Ma dovessi dirvi che ho capito cosa rappresenteranno i nostri Partiti all’interno del consesso europeo vi direi una bugia. Sembrano tutti uguali. Al punto che la vera paura non sono le percentuali dei Partiti ma quelle di voto. È tornato in auge un concetto che espresse Giulio Andreotti che seppur romanzato era molto efficace. Diceva che se la percentuale dei votanti scendeva sotto il sessanta per cento tutta la classe dirigente era delegittimata. Il sessanta per cento oggi te lo sogni. Tutti sperano almeno che si superi il cinquanta per conservare un po’ di dignità istituzionale ma sembra dura addirittura questa ipotesi.

Il rischio del non voto

Sergio Mattarella durante le celebrazioni in Normandia

E le giornate assolate ed il clima vacanzesco non contribuiscono all’affluenza ma non sono certo la causa primaria. Quella la possiamo individuare nel distacco che i cittadini oggi percepiscono dalla istituzione europea. E meno saranno i votanti più chiaro sarà il messaggio. Tanto che molti per protesta propagandano il non voto avendo capito la paura del governo europeo di non essere legittimato dal voto popolare. Una teoria come un’altra. Ma per me bisogna sempre votare. Rinunciare e lasciare campo libero ad altri per poi lamentarsi è da ignavi. Ma stasera scopriremo che scelta hanno fatto i cittadini europei.

Questa però è stata anche la settimana delle celebrazioni dello sbarco in Normandia. Il 6 giugno si è ricordato l’avvenimento davanti a tutti i capi di stato più importanti. Per l’Italia il solo Mattarella. È sceso per l’occasione in splendida forma anche il presidente americano Biden. Che come di consueto si è prodotto in alcune involontarie gaffe. Prima ha tentato di sedersi su una sedia che non c’era ed è rimasto in quella posizione fino a che qualcuno lo ha ripreso parlando con discrezione con le dita della mano a coprire i movimenti della bocca. Tipo come faceva Cassano quando giocava a pallone per non far capire cosa diceva alle telecamere.

Poi ad un certo punto schierato vicino a Macron, nel momento del discorso si gira esattamente dalla parte opposta del luogo di celebrazione. Al ché Macron allertato dalla moglie si gira anche lui nella stessa direzione di Biden che però era quella opposta di quella prevista dal cerimoniale. Un po’ come metti che sei allo stadio olimpico a vedere una manifestazione e invece di girarti verso il campo ti giri verso l’ingresso delle toilettes e le fissi incessantemente con aria marziale e molto democratica.

Confusione ideologica

Mattarella in Normandia con Zelensky

Presente alla celebrazione dello sbarco in Normadia anche il presidente ucraino Zelensky, detto prezzemolo per gli amici. Anche lui molto applaudito. Presenza che io trovo strabiliante visto che gli ucraini guidati dal loro eroe nazionale Bandera erano schierati a fianco dei nazisti. Ma in periodo di cancel culture ti puoi aspettare di tutto anche questo.

Da ultimo voglio evidenziale che seppur sull’orlo di una guerra mondiale la stranezza  umana non ha confini. E lo faccio citando la particolare guerra che le due Coree stanno attuando al suon di lancio di palloncini. Avete capito bene palloncini non droni.

Ha iniziato la corea del nord, inviando oltre confine palloni aerostatici carichi di spazzatura ed escrementi. Ma la Corea del Sud non si è data per vinta ed ha risposto con un lancio di palloncini contenenti volantini contro il leader nord coreano pacchi di dollari americani in biglietti (da un dollaro  per risparmiare immagino) e chiavette caricate con foto e video k pop. Che sarebbe la musica pop coreana.

Ecco nell’epoca della tecnologia e della corsa agli armamenti vedere che la gente si tira ancora sacchi di merda mentre gli altri gli tirano i soldi in faccia è una boccata di allegria che si, sfiora il ridicolo, ma è certamente meno peggio della minaccia nucleare incombente in Europa.

Chissà se con qualche vento favorevole uno di questi palloni fosse riuscito a volare fino sull’arena di Verona scendendo verso il maestro  Muti nel pieno della sua esibizione. E lui infastidito con cipiglio coreografico lo avesse bucato con magistrale gesto della sua bacchetta. Che scena sarebbe stata, degna di un libro di Ammanniti. Resta solo da sperare che fosse il pallone pieno di soldi e di musica k pop.

Intanto stasera vedremo che pallone sorvolerà l’Europa al termine dello spoglio se quello coi regali o quello con i profumati escrementi. Sarà uno dei due e quando scoppierà sarà svelato l’arcano.

Buon voto a tutti. Viva l’Italia. Viva l’Europa. Speriamo che, per noi italiani, sia un bel concerto armonico come auspicava Muti e non l’ennesima suonata.