Dalla teoria di Giorgio Agamben alle categorie di Michel Foucault, un viaggio tra linguaggio, potere e percezione: ciò che i politici dicono vale meno di come viene percepito. È il meccanismo della veridizione a determinare consenso e caduta, perché nello “scrigno delle segnature” tutto ciò che è nascosto, prima o poi, emerge.
«Lo scrigno delle segnature» è una affascinante teoria del filosofo Giorgio Agamben. Non è noto ai molti, ma è il filosofo italiano contemporaneo più tradotto all’estero. Nella sua abbondante produzione, proprio questa sua teoria dello scrigno delle segnature ho trovato sempre particolarmente affascinante. E cosa c’è in questo scrigno lo scopriremo tra poco.
Ho sempre avuto una passione — e ammetto una certa facilità — nel capire le persone. Le osservo, le ascolto, le studio. La prossemica, i tempi, il suono di ogni singola parola: ogni segno indica qualcosa. E non indica solo quello che l’interlocutore ti vuole rivelare. A un occhio attento rivela sempre di più. C’è sempre di più di quello che ti vogliono dire, e saperlo scoprire è un’arma niente male.

Lo spiegava bene nella sua teoria dei «significanti eccedenti» anche Lévi-Strauss — che per i meno addentrati è uno straordinario filosofo oltre che una marca di jeans. Nel dire si dice sempre molto di più, nel comunicare si rivela sempre molto di più. E non nel significato originale che l’interlocutore vuole consegnare, ma nel suo «significante», come abilmente ha spiegato Jacques Lacan.
E non sono solo le microespressioni facciali involontarie o i segni cinesici: sono proprio le parole e come vengono pronunciate a dire sempre di più di quanto si vuole. In politica, per esempio, è un esercizio continuo cercare di interpretare se quello che dice un pubblico rappresentante sia vero o meno, se costui crede in quello che dice o no. Ne va della tenuta del suo consenso popolare.
La veridizione secondo Foucault: non la verità, ma l’atto di dirla
È una questione di «veridizione», come direbbe Michel Foucault. La veridizione per Foucault non è la ricerca di una verità assoluta, ma lo studio delle «pratiche» attraverso cui si stabilisce ciò che è vero o falso in un determinato contesto storico-politico.
Non è infatti il contenuto della verità, ma l’atto di dire il vero — cioè la «Parresia» — e i suoi meccanismi che rendono un discorso accettato come vero.

Ma parliamone. L’altra notte — sì, lo sapete, io leggo e scrivo di notte — leggevo una interessantissima sequenza di lezioni che Agamben ha tenuto presso gli Uffizi di Firenze per una serie di conferenze denominata «Cattedra Uffizi». Parlava del rapporto tra il passato e il presente rispetto all’arte. Se vi piace, troverete anche il video della lezione sul canale del Museo degli Uffizi.
In quella sede affronta con fascino il tema della memoria e del tempo rispetto all’arte, partendo con una definizione illuminante del tempo. I greci avevano due parole per dirlo: il kronos, che è il tempo del prima e del poi, il tempo cronologico; e il kairos, che è «il tempo che afferriamo» — i latini traducevano: «l’occasione». Il fascino vero sta nel riuscire a interpretare il tempo proprio nella dimensione cairologica.
Poi, attraverso l’analisi del titolo del corso — «Cattedra Uffizi» — Agamben introduce il tema della verità, che è il nodo centrale di questo articolo. La cattedra, come sapete, è il trono del Vescovo; la cattedrale è denominata tale perché contiene questo trono. La cattedra per eccellenza è quella del Pontefice che, come dicevano i latini, parla «ex cathedra»— dicendo infallibilmente il vero.
Le quattro figure della veridizione

Foucault distingue quattro forme di veridizione: il Profeta, il Saggio, il Tecnico e il Parresiasta. Una definizione che trovo assolutamente affascinante, a partire proprio dall’ultima figura elencata.
Parresia in greco significa «dire tutto». Il parresiasta per Foucault è un uomo che dice tutto, tutto il vero che può dire. Parla alla città, si rivolge ai cittadini e dice tutto il vero di cui è capace. Ma quello che definisce davvero la figura del parresiasta è che questo implica un rischio: il soggetto che dice il vero, dicendolo, corre un rischio. E Foucaultsottolinea che, nella civiltà moderna, questo rischio è esattamente come era nel passato, perché il rapporto della democrazia moderna con la verità e con il potere è rimasto identico nei secoli. Un concetto di un fascino assoluto.
Il Saggio è una figura semplice: preferisce in genere tacere, parla solo quando è costretto. Di saggi oggi ne sono rimasti pochi.
Invece una figura molto attuale è quella che Foucault chiama il Tecnico. Che sia esso un medico, uno scienziato, un informatico — in generale quello che oggi si definisce un esperto. Questa figura è il contrario del parresiasta: pretende di parlare senza mettersi in gioco, senza rischiare, perché il suo discorso è garantito dalla scienza. Lo scienziato che parla in nome della scienza non si mette in gioco; quello che dice dovrebbe valere senza il soggetto che lo pronuncia. Il soggetto dovrebbe sparire perché parla in nome di una scienza anonima, in cui non rischia nulla.
Diffidare degli esperti: il monito di Agamben sul Tecnico

E come credo vi sarete resi conto nel nostro tempo, la figura dominante è questa: il Tecnico, l’esperto. Quelli «del mestiere», direbbe qualcuno. Una figura su cui Agamben invita a diffidare profondamente — e io condivido in pieno. «Gli esperti sono delle persone di cui diffidare», dice: persone che non si mettono in gioco in quello che dicono, che pretendono di parlare in nome di una verità precostituita dalla scienza, ma in genere non è la scienza a dargliela — sono i poteri che li hanno ingaggiati perché parlino. Agamben invita calorosamente a diffidare di tutti quelli che si qualificano come esperti.
La quarta figura della veridizione di cui parla Foucault è il Profeta. Anche il Profeta è un uomo che pretende di dire il vero, è un uomo che si rivolge al pubblico. Però, a differenza del parresiasta, il Profeta non parla in nome proprio: parla in luogo di un altro, in nome di un dio o di una figura che lo precede. In greco, il profeta è colui che interpreta e chiarisce le parole dell’oracolo.
Ora, al di là della lunga ma interessante descrizione di queste figure, il pensiero di Foucault è di un’attualità mostruosa— in particolare nelle vesti del Tecnico e del Parresiasta. E il concetto di veridizione è fondamentale anche e soprattutto per giudicare le figure pubbliche che ci circondano: non solo nel modo in cui ci comunicano le cose, ma anche e soprattutto nel contenuto di queste, nella loro verità — o meglio, come abbiamo capito, nella loro veridizione.
Lo scrigno di Agamben: «tutto ciò che è nascosto viene trovato»

Per questo, parlando di verità e contenuti, torniamo a bomba sullo scrigno di Agamben.
Risalendo alla tradizione platonica rinascimentale di Paracelso — in particolare al IX libro del trattato De natura rerum, che porta il titolo De signatura rerum naturalium — Agamben recupera la teoria della segnatura come forma di conoscenza attraverso la quale «tutto ciò che è nascosto viene trovato», dato che secondo Paracelso non vi sarebbe «nulla di esteriore che non sia annuncio dell’interno».
È bellissimo, no? Nel linguaggio tutto ciò che è nascosto viene sempre trovato. Con buona pace di chi pensa di essere più furbo e più scaltro di altri.
Agamben rilegge il concetto di segnatura distinguendolo nettamente da quello di segno, dato che nella lingua la segnatura «non coincide con il segno, ma è ciò che rende il segno intelligibile». Il segno, in sé, sarebbe muto e necessita, per produrre conoscenza, di essere animato in una segnatura.
Così come i cosiddetti segni dello zodiaco sono delle segnature che rimandano a una relazione di somiglianza fra la costellazione e i nati sotto il segno — implicando una relazione fra il macrocosmo e il microcosmo — così la segnatura originaria, cioè la lingua, si definisce a partire da una somiglianza fra i nomi e le cose. Ma proprio questo caso obbliga a intendere la somiglianza non come qualcosa di fisico, ma di immateriale. Ecco perché, per Agamben, la lingua — in quanto scrigno delle segnature — è «l’archivio delle somiglianze immateriali».
Il popolo apre lo scrigno: la veridizione come giudizio politico

Ecco un’altra meraviglia filosofica: l’archivio delle somiglianze immateriali. Tutto quel coacervo di concetti che, appena usciti dallo scrigno, vengono riconosciuti perché intelligibili — a dispetto anche di chi pronuncia gli stessi concetti. Ed è questo il legame immediato con la nostra società contemporanea, sia essa della politica, del governo, della cultura, della religione. Questo archivio di somiglianze immateriali è come un legame col filo spinato: è sempre, in ogni momento, anche inaspettato, a rischio di un vulnus.
Chi ti ascolta capisce molto più di quanto tu intenda trasmettere. Tutto ciò che è nascosto viene trovato.
È per questo che l’alternanza delle figure politiche è ormai un dato fisiologico. Come una sinusoide — l’ho detto cento volte. Sale e scende in dipendenza di quanto il popolo, che è più intelligente di quanto si creda, elabora con il meccanismo della veridizione l’azione dei politici. E poi, una volta attuata la veridizione, ne apre lo scrigno delle segnature. Se lo scrigno è pieno di cose belle e interessanti, lo sostiene. Se invece lo scrigno è vuoto, lo abbandona. Peggio ancora se dentro lo scrigno trova qualcosa che non gli piace affatto: allora non è più uno scrigno ma un vaso di Pandora — aprendolo, distrugge tutto.
Avete mai usato nei confronti di qualcuno l’espressione «per me sei un libro aperto»? Ecco: quando poi scopri che il contenuto di quel libro è deludente — peggio ancora, che non passa l’esame della veridizione — è finita. Il popolo è così: sceglie convinto della sua scelta, ma se il libro è brutto volta pagina, e di corsa. E non c’è modo di farcelo tornare sopra.
Istina e Pravda: la verità oggettiva e quella che si tenta di imporre

Inutile invocare che si sta dicendo la verità. Quello che conta è la veridizione. Eppure sembra che i nostri politici contemporanei — anche osservando i destini precedenti dei loro concorrenti — questo rischio non lo avvertano. Ci sono passati Berlusconi, D’Alema, Fini, Grillo, Renzi, Salvini, Conte e la prossima sembra essere Meloni. Tutti osannati e premiati dal voto, ma poi, aperto lo scrigno delle loro segnature e passati alla veridizione, sono crollati a percentuali da prefisso telefonico. La verità non la puoi imporre: le persone la sentono.
La mia consulente personale per la cultura — oltre a essere bella, brava, bionda e più intelligente di me — parla anche sette lingue. E mentre le parlavo di questo articolo, mi diceva che in russo la verità si dice in due modi. Ve li risparmio in cirillico e li italianizzo. Uno è Istina: la verità oggettiva, quella naturale. L’altro è Pravda: la verità soggettiva, quella che si cerca di veicolare, di trasmettere.
Non è un caso che l’organo ufficiale del partito comunista russo si chiamasse «la Pravda»: cioè la verità, ma quella soggettiva, quella che cerchi di imporre.
E questo, cari amici politici, non funziona mai. Se colui che hai di fronte non avverte, attraverso le sensazioni che prova, che la verità sia quella vera — naturale e non costruita e soggettiva — dopo averti scelto ti abbandona senza alcun rimorso. È crudele, ma naturale.
Occhio allora a quello che custodite nel vostro scrigno delle segnature: le persone sono più intelligenti di quello che sembrano. Forse lo sapevamo pure da soli, ma Agamben e Foucault ce lo hanno spiegato davvero bene. C’è chi continua a non capirlo.
Ed anche io forse — che certamente non sono un Tecnico, né altrettanto un Parresiasta, e figuriamoci un Saggio o un Profeta — nello scrivere questo articolo ho detto di più di quanto sapessi di dire. Potere e incognita della veridizione.



