Dalla vendetta muscolare di Trump a quella dialettica di Meloni, passando per giochi di forza, rancori e rivincite personali: la politica resta il luogo dove l’azione genera sempre una reazione, spesso sproporzionata.
Che Trump fosse vendicativo ce ne siamo accorti da tempo ma il blitz della cattura di Maduro non ha lasciato dubbio alcuno. Le immagini del leader venezuelano che lo esortava ad andarlo a prendere hanno fatto il giro del mondo seguite da quelle del blitz. Ad ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria diceva Newton. Maduro ha assestato un buffetto da bulletto ed ha ricevuto in cambio un ceffone serio. Si dovrebbero guardare pure le proporzioni di forza e di cattiveria quando si provoca qualcuno.
Anche se nei giorni seguenti ed è una mia personalissima opinione ho avuto l’impressione di una cattura quasi concordata o perlomeno prevista. Nessuna rivoluzione violenta tipica delle cadute dei regimi. Nessun altro blitz militare, passaggio di consegne alla vice di Maduro senza intoppi. Discorso già intavolato sulla gestione del petrolio. Nessuna repressione sui manifestanti. Liberazione di tutti i prigionieri politici. Hanno protestato più quelli della Cgil in Italia che i sostenitori di Maduro in Venezuela.
La conferenza ed il simpatico caso Meloni-Scurti

Ma se dal corpulento ed arrogante Trump ce lo aspettavamo, dalla minuta biondina e carina Meloni un po’ di meno. Eppure la conferenza stampa tenutasi come sempre i primi dell’anno le ha consentito di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Anzi più di qualcuno.
Ma partiamo dall’inizio prima un simpatico caso. All’ingresso nella grande sala conferenze del governo si accede da una discesa laterale. Entrano insieme la Meloni e la sua segretaria storica Patrizia Scurti, che tra l’altro è anche la moglie del suo caposcorta, percorrendo la discesetta. Tutte e due in tailleur identici con calzoni tinta unita beige, stessa identica pettinatura nella forma e nel colore per qualche secondo ancora di spalle nessuno sa chi sia una o l’altra tanto sono simili.
Arrivate sul palco si distinguono ma per lunghi secondi era rimasta la curiosità. Tanto che qualcuno scherzosamente sui giornali azzardava che fungesse anche da sosia per motivi di sicurezza. Poi di fronte si riconoscono, la Scurti è anche leggermente più in carne.

Ma non siamo solo noi ad aver avuto dubbi se lo pensate sbagliate. La ricordate la scena dell’arrivo in Libano dove ad attendere la premier sulle scalette dell’aereo c’era il premier libanese e quando è uscita la Scurti l’ha baciata e salutata credendo fosse la Meloni? Salvo poi vedere arrivare l’originale subito dopo e scusarsi in un simpatico siparietto.
Beh somiglianze a parte il carattere della Meloni emerge pure subito a distinguerla ed a dispetto delle fattezze minute è un carattere invece ipertrofico che si impone in ogni occasione. Non ha fatto difetto di mostrarlo pure in conferenza stampa dove con la consueta brillantezza ha risposto lungamente a tutte le domande dei giornalisti che fossero più agguerriti o meno.
Giorgia si toglie i sassolini dalle scarpe
In una però ha mostrato tutto il suo carattere vendicativo.Quando ha risposto alla giornalista de il Domani, giornale che la critica con continuità maligna da sempre. D’altronde è stato fondato da De Benedetti dopo l’uscita da Repubblica con gli stessi intenti politici.

Ed è proprio l’omonima giornalista di Domani Francesca De Benedetti a formulare la domanda di turno alla premier. La giornalista chiede con aria sagace: “Aspettiamo una sua reazione riguardo al nostro scoop sul fatto che il suo capo di gabinetto Caputi sia stato spiato dai servizi segreti interni”. Riferendosi alle rivelazioni del suo quotidiano che avevano portato alla scoperta di questo spionaggio interno.
È li che l’occhietto vispo della Meloni si illumina come quello di chi non aspettava altro per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. E attacca però su un altro argomento: “Io invece mi sarei aspettata una domanda su un altro scoop che avete fatto in queste settimane. Cioè che io avrei brigato con l’agenzia delle entrate per fare accatastare casa mia in una classe diversa da quella che secondo voi meriterebbe. L’avete presentata come una grande inchiesta ma probabilmente non me ne chiede conto perché non era una grande inchiesta”.
E poi spiega che in tutto il municipio in cui abita solo due case hanno categoria A8 (quella più lussuosa) ed una è di un famoso calciatore (Totti). Il Domani infatti insieme ad altri aveva montato un caso gigante sulla nuova casa della premier a Roma sud pagata un milione e duecentomila euro e formata da 18 vani. Alla quale si era innestato il mistero della piscina poi demolita forse perché non registrata.
La vendetta è un piatto che si serve… Domani

Eccola la Meloni vendicativa ha aspettato il momento opportuno ed anche un momento di grande visibilità come la conferenza di inizio anno per assestare il colpo. Ed ha fatto bene perché per un politico essere vendicativo è una dote. Perché spesso la mano che nutri poi è quella che ti morde.
Ma, non bastasse quello, torna sulla domanda iniziale lo spionaggio al suo capo di gabinetto. E dice: “Difficilmente l’ho fatto spiare, io converrete. Ma Caputi, il capo gabinetto, sostiene che le informazioni sensibili pubblicate sul vostro giornale non sono reperibili su fonte aperta. Quindi forse vuole dire qualcosa lei a me su questa vicenda?”.
Un uno – due letale. In pratica vuole dire: il mio capo di gabinetto è stato spiato, quelle informazioni non sono reperibili ma voi le avete pubblicate quindi implicitamente chi lo ha spiato ha passato a voi le carte? Una velata accusa niente male. Dove l’animus vendicandi si sfoga nel suo pieno fulgore.
Un incontro interessante

Per il resto è stata una conferenza tutto sommato interessante con lei sempre o quasi sul pezzo. Come tutte le conferenze della Meloni oramai è stato effettuato anche stavolta il conteggio dei “disciamo” l’intercalare che la premier usa più spesso nei suoi dialoghi. Nella conferenza del 2025 pronunciò 182 “disciamo” in 149 minuti di conferenza. 1 disciamo ogni 49 secondi.
In questa del 2026 invece ha pronunciato 218 “disciamo” in 178 minuti. Una media perfettamente identica allo scorso anno 1 disciamo ogni 49 secondi. Anche se qui numericamente ne ha detti di più perché la conferenza è stata più lunga.
Si conferma dunque il tipico interloquire della premier in modo quasi simmetrico rispetto allo scorso anno, segno che anche su questo tempa un po’ se ne frega perché evidentemente il suo modo di porsi le piace così. E fa bene aggiungo.
Il Pil spina nel fianco della Meloni

Solo in rare occasioni l’ho vista un po’ in difficoltà. Ad esempio quando è intervenuto Marco Galluzzo del Corriere della Sera con una domanda molto interessante ma viziata dalla lettura faticosa sul telefonino e dalle immediate interruzioni perché citava dati allungando i tempi.
Ma la domanda riassumendola diceva questo: “Ai risultati positivi che il Governo rivendica sui dati dell’occupazione non corrisponde un aumento del Pil che rimane ancorato sui valori simili ai precedenti. Vanificando anche gli sforzi sul cuneo fiscale. Evidentemente i nuovi lavori sono a basso valore aggiunto in settori tradizionali dove il rapporto tra bassa produttività e bassi stipendi è una sorta di circolo vizioso”, dichiara il giornalista.
E prosegue: “Come mai uno dei deficit strutturali del nostro Paese non è in cima alla vostra agenda e non si riflette in un progetto di politica industriale che sia in grado di costruire un circolo virtuoso con stipendi più alti e aziende più produttive e che paghino meglio”.

Ecco io penso che questa sia stata la migliore domanda della giornata e non me ne voglia la Meloni è una cosa che penso anche io, ma totalmente. Penso che la bravura della Meloni molto spesso copra questo gap progettuale che inizia a vedersi in modo netto. Io nella mia personalissima opinione aggiungo un fattore.
Che il Pil che noi registriamo oggi regge in gran parte per l’iniezione forzata che è stato il Pnrr, così come fu per il piano casa in precedenza. E la mia grande paura è che terminata questa misura scopriremo che il nostro Pil non è poi così performante come crediamo. E se non vengono messe in campo misure prima che questo succeda ci troveremo completamente spiazzati.
Ripeto scusandomi per i tecnicismi è una mia personale opinione da appassionato di economia ma vedrete che come succede spesso rischio di indovinarci. Modestia a parte.
Il buonismo moderno
Ma al netto di queste vicende la Meloni è stata brillante, esaustiva e come sempre professionale. Ma, va detto, a volte la platea dei giornalisti che si confronta con la premier si divide in due: quelli che si sperticano in piaggerie e quelli che invece delle domande formulano loro interventi contro il governo.

Se tutti avessero fatto domande come Galluzzo secondo me sarebbe stato più interessante, invece l’intervento è stato accolto da un misto di brusii ed applausi che evidenziavano le opposte fazioni. Con questa logica non si cresce mai.
Di certo lo sguardo soddisfatto della Meloni mentre stordiva alcuni giornalisti a lei opposti sprizzava soddisfazione da tutti i pori. Quel gusto unico ed appagante che solo la vendetta può dare. Anche se innocua come in questo caso una vendetta dialettica, di soddisfazione.
La psicologia moderna tende a dirci che la vendetta non funziona. In una specie di buonismo moderno viene vista come un alimentare di conflitti che non porta mai ad una vera soddisfazione. Eppure nel passato grandi concezioni si sono alternate, dal codice di Hammurabi con il suo famoso occhio per occhio fino alla dottrina Cristiana col suo porgi l’altra guancia. Chi ha ragione non lo sappiamo davvero ognuno lo interpreta a modo suo personalmente.
Il movente psicologico da Ulisse fino ad oggi

La vendetta è un tema universale che attraversa la storia umana, dall’antichità (mitologia greca) fino a oggi, manifestandosi come un movente psicologico per riequilibrare torti subiti, spesso intrecciandosi con concetti di giustizia e onore, e trovando espressione in miti (Oreste), letteratura (Montecristo) e cultura popolare, evolvendo da rappresaglie collettive a risentimento individuale, ma rimanendo un potente motore narrativo e sociale.
Con lo Stato di diritto attuale, la vendetta si sposta ai margini della società o si trasforma in risentimento, trovando rifugio nelle arti (cinema, fumetti), con opere come V per Vendetta che la interpretano in chiave politica e anarchica. Avete presente quella maschera bianca con i baffetti ed il pizzetto che oramai si usa spesso pure nelle manifestazioni di piazza ecco quella.
V for Vendetta

V for Vendetta è una miniserie a fumetti della DC Comics scritta da Alan Moore e disegnata da David Lloyd. È considerato, insieme a From Hell e Watchmen, uno dei capolavori dell’autore britannico.
La storia è ambientata a Londra, in un futuro distopico quasi orwelliano in cui il potere è nelle mani di un governo fascista totalitario. In quest’ambiente si muove il protagonista, V, un enigmatico personaggio mascherato da Guy Fawkes, artefice di un attentato fallito al Parlamento inglese nel XVII secolo (la cosiddetta congiura delle polveri), in cui il desiderio di libertà si fonde con uno spiccato spirito anarchico.
Nella storia, di volta in volta, compaiono riferimenti alla lettera V e al numero 5 (“V”, in numeri romani, rappresenta il 5). Ne fecero anche un film nel 2005.
Carino devo dire anche un po’ inflazionato ma efficace. Anche se io sono sempre legato ai classici e la soddisfazione della scena di Ulisse che dopo mille peripezie e sopravvissuto a tutto torna a casa travestito da mendicante, tende l’arco che egli stesso aveva costruito vince la prova e poi chiuse le porte si libera di tutti i Proci che gozzovigliavano occupando abusivamente la sua terra è sempre stata la mia preferita.
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Nota del Direttore

In questa settimana è stata completata l’indagine che riguarda Franco Fiorito per un episodio del 2006. Gli atti dell’indagine verranno valutati a giugno per decidere se siano sufficienti per un processo. È di tutta evidenza che quel processo si farà: non perché Fiorito sia una vittima sacrificale (al massimo è vittima di se stesso) ma perché solo un processo ordinario potrà entrare nel merito di quegli elementi.
Per questo e perché le sue vicissitudini passate garantiscono quel minimo di attenzione pubblica alla faccenda. Che consentirà allo Stato di dire quanto funzioni la Giustizia anche se le occorre tempo.
Quando chiesi a Franco Fiorito di collaborare con questa testata, lo feci per la sua innata capacità di analisi degli scenari politici, la profonda conoscenza di bottega e retrobottega della politica. Cosa che in questi anni ha ampiamente dimostrato.
Ma l’uomo Fiorito è anche altro: un semenzaio di inimicizie ed un cimitero di amicizie, tanto florido il primo quanto vasto il secondo. Che, inevitabilmente, diventano più rigogliosi quanto più si avvicina al mondo nel quale fu discusso protagonista.
L’augurio è che Franco possa dimostrare la sua innocenza. Sul che mantengo le mie convinzioni (dette pubblicamente in uno dei nostri feroci confronti tv quando era candidato sindaco: anni prima che la Giustizia approfondisse). Non le ribadisco oggi per una ragione semplice: chi scrive deve distinguere tra ciò che pensa e ciò che è chiamato a giudicare.
Ma più ancora mi auguro che si chiuda una stagione fatta di veleni, di scheletri estratti dall’armadio con puntualità selettiva, per colpire alcuni e risparmiare altri. Una stagione che nulla ha a che fare con la Giustizia e molto con il rancore. A prescindere dall’esito giudiziario, una stagione diversa sarebbe un bene. Per Anagni e non solo. Senza vendetta.



